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La Libia è nel caos e l’Occidente non capisce

Autore: . Data: martedì, 22 febbraio 2011Commenti (0)

Molti giornali, analisti e politici occidentali insistono nel non comprendere il nodo della crisi di numerosi regimi arabi. In Europa si continua nel nutrire il fantasma degli sbarchi di massa e non si analizzano i fatti. Un errore imperdonabile.

Ha detto al quotidiano ‘La Stampa’ Afshin Molavi, islamista della New American Foundation di Washington: “Se la gente protesta nel mondo arabo e non in Cina è perché, sebbene in entrambi manca la libertà politica, in Cina c’è una crescita economica. Ciò che fa la differenza è la fame, la miseria, la disoccupazione. L’Islam viene dopo. Se però in Tunisia o Egitto i partiti islamici sapranno proporre validi programmi economici, potrebbero presto arrivare al governo”.

Fame, miseria e disoccupazione sono le leve sulle quali si sta sgretolando il sistema di potere che ha guidato i Paesi dell’area. La presunta ‘voglia di democrazia’ è un elemento del tutto marginale, anche perchè in società nelle quali i criteri di rappresentanza sono deteminati da equilibri tra clan e non passano per la regola di ‘ogni testa un voto’, ma su quella dell’accordo più o meno stabile tra i capi delle varie ‘reti familiari’, la logica del funzionamento dello Stato deve avere caratteristiche specifiche.

Il petrolio, il conflitto israelo-palestinese, il controllo del Canale di Suez e l’importanza strategica delle sponde africane del Mediterraneo hanno indotto Francia, Inghilterra e Stati Uniti a sostenere regimi dittatoriali o corrotti in tutti i Paesi oggi al centro delle rivolte. Ad esclusione di Gheddafi per una prima fase.

Ben Ali e Mubarak erano legati a doppio filo con l’Occidente, come Marocco, Algeria e Yemen, mentre il Bahrein ospita una base navale americana importantissima ed è quasi una depandance di Washington. In tutti questi Paesi le mani fameliche delle holding del Nord del mondo hanno fatto affari con gli autocrati al potere e con le loro famiglie, li hanno protetti ed armati e per nulla si sono interessati alle condizioni di vita dei cittadini.

A Tripoli, dopo una prima fase di guerra reale con gli Usa, il colonnello Gheddafi ha cambiato rotta, stringendo accordi commerciali ed economici con l’Occidente, fino ad entrare persino in numerosi consigli di amministrazione di aziende di grande importanza. Per esempio Unicredit o Eni.

La non soluzione della questione palestinese, lo strapotere di Tel Aviv e l’intransigenza dei suoi governi, la guerra in Iraq, la pretesa di Usa ed Europa di dettare tutte le regole e la discriminazione dei mussulmani negli Stati Uniti ed in Europa (dove si sono associati integralisti e semplici fedeli) hanno rafforzato i sentimenti nazionalisti e di orgoglio arabo. La crisi globale ha ulteriormente impoverito popolazioni già povere ed il tentativo di trovare possibilità di vita migliori emigrando è stata repressa in Europa, specialmente in Italia, con estrema durezza. Persino con le deportazioni messe in atto dal governo Berlusconi e dal dittatore libico.

Oggi tutte queste contraddizioni stanno esplodendo, mettendo in serio pericolo l’assetto non di questi soli Paesi, ma del sistema globale. A questo complicatissimo passaggio gli errori della cultura neocolonialista occidentale stanno aggiungendo sbagli su sbagli. Primo tra tutti quello di pensare che il modello politico democratico possa affermarsi in quelle aree.

Da decenni una parte dell’intellighenzia del mondo arabo cerca un modello originale che possa coniugare sviluppo, libertà ed indipendenza. Ma i tentativi sono fino ad oggi tutti falliti. Per citarne solo uno, il fondatore dell’Algeria postfrancese, Ahmed Ben Bella, che fu subito deposto da un colpo di stato militare e rinchiuso in carcere per 14 anni. Per non parlare di quello che fu definito il ‘socialismo arabo’ di Michel Aflak, del partito Ba’ath in Siria e Iraq, di Gamal Abdel Nasser e dei ‘Liberi Ufficiali in Egitto’, che fonda le sue radici nell’esperienza prodotta negli anni ’30 dalle Camicie Verdi del Giovane Egitto o dal Partito Popolare Siriano di Antun Sa’ada, che si ispiravano a Mussolini ed Hitler.

Il fondamentalismo moderno è la conseguenza della umiliazione che l’Occidente ha voluto imporre non solo ai popoli arabi, ma all’intero mondo islamico. Il risultato è stato quello di radicalizzare le posizioni di alcuni settori e di indebolire le forse laiche. In Iran (Paese non arabo, ma mussulmano) si è inventata l’esperienza drammatica di una Repubblica islamica integralista, un esempio potenzialmente espansivo.

Oggi si grida al pericolo di un esodo di profughi. E si pattugliano i mari, si preparano barriere, si elaborano strategie ‘difensive’ contro l’arrivo degli indesiderati. Nello stesso tempo si immaginano rivoluzioni democratiche per le vie di Tunisi, del Cairo o di Tripoli.

Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ingiustamente strappato ad una brillante carriera di maestro di sci, ha detto che l’Ue “non deve interferire” negli avvenimenti  in corso e che per quanto riguarda la Libia è necessaria una “riconciliazione pacifica” che sostenga le posizioni del figlio Gheddafi, Saif Al Islam. “L’Europa non deve esportare la democrazia. Noi vogliamo sostenere il processo democratico, ma non dobbiamo dire: questo è il nostro modello europeo, prendetelo. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo, della sua ownership”, ha dichiarato.

Ed il suo predecessore, Massimo D’Alema, ha sentenziato che “Gheddafi ha ancora un rapporto solido con una parte della società libica e la crisi economica qui non ha colpito come in altri Paesi arabi. La Libia è poi un Paese di pochi abitanti, con un Pil pro-capite elevato. È chiaro, però, che anche qui senza riforme democratiche le tensioni non cesseranno e si potrebbe arrivare a un sovvertimento del regime. C’è da sperare in un’evoluzione positiva”.

Se all’ex ministro nessuno ha spiegato perchè la Cirenaica (islamista) sia stata la miccia che ha innescato l’esplosione, che alcuni capi tribali abbiano già chiamato i propri popoli alla rivolta, che la povertà in Libia colpisce due terzi della popolazione e che il regime del colonnello non è al corrente dell’esistenza dei diritti umani, a Frattini non è chiaro che il punto della questione non è la democrazia o la sua esportazione, ma piuttosto una radicale inversione di marcia della politica economica ed estera dell’Europa, che deve al più presto (immediatamente) varare misure di sostegno per le economie dei Paesi in rivolta.

Il malcontento generato dalla povertà e dalla disoccupazione e non da Facebook (come raccontano alcuni) ha bisogno di risposte rapide. Se la Libia dispone di risorse derivanti dal petrolio, lo stesso non può dirsi per Tunisia, Marocco, Egitto, Yemen, Giordania, Siria, Bahrein, ecc. La fuga verso l’Europa è prodotta dalle condizioni di vita miserevoli di milioni di cittadini di quei Paesi e solo il riequilibrio delle differenze di sviluppo potranno fermare l’esplosione del nazionalismo, della sua degenerazione ulteriore in integralismo e la grande migrazione. Oggi è il momento di chiudere definitivamente la pagina del neocolonialismo e del razzismo ed è arrivata l’occasione per affrontare i disequilibri sulle sponde del Mediterraneo.

Se non sarà così nessun pattugliamento potrà fermare l’islamizzazione del Nord Africa, con conseguenze drammatiche per tutto il pianeta.

Per quanto riguarda la Libia le sorti di quel Paese sono comunque segnate. Il potere assoluto del dittatore Gheddafi, a patto resista allo scossone grazie ad una carneficina, dovrà comunque fare i conti con chi ha scatenato la protesta, cioè con forze ispirate dall’integralismo. E l’affermazione del figlio del colonnello, secondo il quale potrebbero esserci ingerenze straniere dietro l’inizio della rivolta, non sono campate per aria. Il clan Orfella, molto ampio e potente, ha voltato le spalle al Rais, molti capi religiosi sembrano sulla stessa lunghezza d’onda, alcuni fedelissimi del regime si sono già dissociati dal governo e non si capisce cosa faccia la polizia, mentre alcune voci non confermate parlano di defezioni nell’esercito. Cambiamenti di fronte che prevedono una preparazione, certamente non frutto di scelte improvvise. A chi si riferisse Saif non è chiaro, forse ai libici in esilio, ma qualche soldo deve pur essere arrivato in Cirenaica o nei piani alti del Palazzo per smuovere le acque. Soprattutto per convincere una parte dei collaboratori del dittatore a ‘tradire’.

Chi pensa di risolvere questo terremoto con gli slogan ‘pro libertà’ o con le tradizionali operazioni sottotraccia sbaglia. Le conseguenze della crisi finanziaria si stanno facendo sentire a Sud del mondo, mostrando quanto il modello del Nord sia ormai incapace di mantenere gli equilibri. Intanto Teheran si diverte a ‘saggiare’ la capacità di reazione politica (non certo militare) del nuovo governo egiziano e delle cancellerie europee e degli Usa annunciando il passaggio di due navi da guerra per il Canale di Suez. Lo scenario si complica di ora in ora.

Non si faccia l’errore nelle capitali che contano di aspettare che la buriana passi per ‘comprare’ come si è sempre fatto i rappresentanti delle nuove oligarchie. Perchè questa volta nelle stanze dei bottoni potrebbe arrivare qualcuno che non si mette in vendita.

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