Ancora molestie contro donne nelle Forze armate
Due ufficiali rinviati a giudizio per aver sottoposto un sottocapo di terza classe donna a vessazioni di varia natura. Solo pochi giorni fa si era appreso di numerosi casi di violenza sessuale sempre in ambito militare.
La Procura di Marsala ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex vice comandante della Capitaneria di porto di Mazara del Vallo (Tp) e del capitano di fregata Claudio Manganiello per stalking, abuso d’ufficio, omissione di denuncia e calunnia nei confronti di una donna di 31 anni, sottocapo di terza classe. L’udienza preliminare è stata fissata per il 18 maggio prossimo.
L’indagine, condotta dal procuratore Alberto Di Pisa e dalla Guardia di finanza presso la Procura, era stata avviata a seguito della denuncia presentata dal militare che aveva accusato il capitano di fregata Manganiello di averla sottoposta, tra il 2007 e il 2009, ad una serie di atti persecutori, richiamandola “brutalmente” alla presenza di altri militari, sovraccaricandola di servizi, anche con mansioni non d’ufficio, sottoponendola a procedimenti disciplinari, sanzionandola per fatti di scarso rilievo fino ad impedirle persino di consumare pizza alla mensa.
Il giudizio è stato chiesto anche per il capo di prima classe Gianluca Perrone, 39 anni, accusato di violenza sessuale, per aver aggredito la collega imponendole un bacio durante turni di servizio. Il maresciallo Alberto Urso è anche lui sotto processo per aver omesso di denunciare la violenza sessuale dopo il racconto fattogli della collega. Infine sono stati rinviati a giudizio il maresciallo Gualtiero Migliorini e il maresciallo capo Concetto Cappuccio che non solo non hanno ritenuto di voler denunciare l’ex vice comandante, ma hanno addirittura tentato di scoraggiare la vittima dal voler scegliere la via della tutela giudiziaria.
Nei giorni scorsi era stato diffuso un rapporto relativo al 2009 nel quale si rendevano noti 11 casi di violenza nei confronti di donne militari.

Sono sempre stato contro l’ingresso delle donne nelle Forze Armate, non per maschilismo, ma per inadeguatezza delle stesse ad un duro servizio che non è solo quello di pace, o d’ufficio.
Domanda, quanti “sbirri” o militari impegnati in un conflitto a fuoco sarebbero disposti a farsi coprire da una signora armata di pistola o di mitragliatrice su un blindato?
Le donne potevano meglio essere utilizzate nei servizi informativi, nella sanità Militare, in uffici amministrativi… ma in Italia, quando si fa qualcosa o è fatta male, o non si fa!
Nell’articolo noto un’incongruenza assai grande che mi fa pensare: “PERCHÉ’ DEI MILITARI MASCHI E’ STATO PUBBLICATO IL NOME, E DELLA SIGNORA NON E’ STATO COMUNICATO NULLA”?
kiriosomega l’agnostico
11 casi sono solo quelli noti…centinaia sono i casi ogni giorno e la maggior parte non sono denunciati per paura o per ignoranza.L’Italia è un Paese che ancora ha una mentalità maschile, dove la donna è un oggetto da usare. Gli episodi di molestie, mobbing, stalking e simili sono all’ordine del giorno, soprattutto in ambienti “chiusi”. Questa non è una preorgativa solo femminile…Molti volontari in ferma breve (uomini) sono sottoposti a mobbing pesante e azzittiti con la minaccia di non passare in servizio permanente. Difficile far capire, soprattutto ai signori UOMINI che la dignità umana va rispettata e che esiste UN REGOLAMENTO DI DISCIPLINA MILITARE che, nonostante pochi conoscano o molti fanno finta di non conoscere, è ancora in vigore. A volte basta avere i mezzi giusti e le giuste parole per evitare tanti guai…se vi fate PECORE i LUPI vi mangiano…
Comunque caro KIRIOSOMEGA le posso assicurare che IO ho molto più coraggio, più prontezza, più iniziativa di tanti colleghi uomini…e ho affrontato situazioni al limite molto meglio di alcuni uomini, mantenendo la calma e la fermezza, anche avendo davanti energumeni di 100 kg…se accadono le cose che accadono è perchè c’è ancora gente che la pensa come lei.
Inoltre nei procedimenti penali la parte offesa principale è LO STATO, indi per cui il nome di chi viola una legge dello Stato, essendo i processi pubblici, può essere pubblicato (essendo stati rinviati a giudizio).
Riferire o meno il nome della parte lesa è solo sintomatico di sensibilità nei confronti di una persona che già vive una situazione di disagio.
Qualora si costituisse parte civile, cosa che penso abbia fatto, le cose potrebbero andare diversamente.
Ma dal commento denoto una certa convinzione che il fatto sia solo frutto di immaginazione…complimenti per le sue idee contemporanee.
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