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Mirafiori, la fabbrica del disonore

Autore: . Data: giovedì, 13 gennaio 2011Commenti (1)

Il referendum alla Fiat è diventata una delle pagine più nere della storia italiana. Un voto con la pistola alla tempia, una parte della sinistra che nega la propria storia e Berlusconi che ‘comprende’ chi senza discutere decide di chiudere le fabbriche.

Il dibattito politico italiano è ormai asfittico, un ritornello impazzito nel quale i partiti stanno offrendo il peggio di sè senza dare al Paese alcuna chance per uscire da una crisi sempre più grave. Ma un nuovo e drammatico elemento è arrivato ad aggravare una situazione già difficilissima.

I fatti sono noti a tutti. Il capo della Fiat, Sergio Marchionne, ha imposto con il sostegno di Cisl, Uil e di qualche altro sindacato minore o aziendale un contratto che nega le regole fondamentali della democrazia. Chi non firma, infatti, perde il diritto ad esser rappresentato. Inoltre i delegati di fabbrica non saranno più eletti dai lavoratori, ma designati dai vertici sindacali. In cambio dell’accettazione di questo ‘pacchetto’, che comprende anche pesantissimi sacrifici sui ritmi e sui tempi di lavoro, il manager italo-canadese ha promesso di non chiudere il Lingotto.

Concretamente gli operai che dovranno decidere se accettare o no l’accordo hanno poche scelte: dire di ‘no’ significherebbe condannarsi alla cassa integrazione prima ed alla disoccupazione dopo e dire ‘sì’ comunque vuol dire perdere la propria dignità ed i propri diritti in cambio di un salario per altro per nulla esaltante.

In un Paese normale il governo, nelle figure del presidente del Consiglio e del ministro dell’Industria, avrebbero chiamato l’imprenditore ‘totalitario’ e gli avrebbero fatto notare che non si chiude la più importante azienda del Paese senza una preventiva e complessa discussione sui motivi, i tempi e le modalità di una scelta così grave. E lo avrebbero minacciato di dure ritorsioni nel caso fosse intenzionato a proseguire sulla strada dei diktat.

Ma nell’Italia con un premier da ‘Bunga-Bunga’ le cose vanno diversamente. Ieri il Cavaliere, senza il minimo dubbio, ha dichiarato che nel caso gli operai si rifiutassero di sacrificare i propri diritti di libertà “le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi”.

Il leader della Cgil, Susanna Camusso, che non ha avuto il coraggio di chiamare tutti i lavoratori italiani allo sciopero generale contro lo scempio torinese e non ha fatto nulla per impedire che si arrivasse ad un referendum falsato in partenza, ha finalmente reagito: “Non conosco nessun presidente del Consiglio che si auguri che se ne vada il più grande gruppo industriale dal Paese. Se questa è la sua idea del Paese, è meglio che il premier se ne vada”. “Il presidente del Consiglio – ha continuato – sta facendo una gara con l’amministratore delegato della Fiat tra chi fa più danno al nostro Paese”.

Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, ha detto: “Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario, ma noi paghiamo a lui uno stipendio che gli sembrerà misero per occuparsi dell’Italia e fare gli interessi del Paese e non per fare andare via le aziende”.

Tuttavia il leader del principale partito di opposizione sembra non avere le idee chiare sul senso della democrazia. Perchè è noto ovunque che il voto deve essere garantito a tutti e deve svolgersi in condizioni di assoluta libertà di scelta. Per Bersani “la nostra posizione è molto chiara: quel referendum, impegnativo, difficile, anche drammatico, andrà rispettato. Il problema è che lavoratori e sindacati sono stati lasciati totalmente soli, il governo è andato nella nebbia. Servono nuove regole di partecipazione perché i contratti siano esigibili ma anche chi dissente ha diritto alla rappresentanza”.

Secondo il segretario del Pd, quindi, le regole si scrivono dopo la partita, non prima. Tesi bizzarra, che nasconde in realtà l’ormai irrimediabile mutazione genetica del pensiero democratico della sinistra, che nella difesa e nell’allargamento dei diritti vedeva un tempo i presupposti dello sviluppo e del progresso. Se nell’intera vicenda Fiat sono evidenti le responsabilità del governo è contemporaneamente inammissibile che nel centro sinistra dopo lo scandaloso esempio di Alitalia-Cai (nel quale sono stati posti i presupposti per la chiusura di trattative sotto ricatto) ci siano dirigenti come Fassino, Fioroni o il sindaco di Firenze, Renzi (“Io sono dalla parte di Marchionne – ha detto quest’ultimo -. Dalla parte di chi sta investendo nelle aziende quando le aziende chiudono. Dalla parte di chi prova a mettere quattrini per agganciare anche Mirafiori alla locomotiva America”) che hanno espresso in modo esplicito la propria adesione alla strategia Fiat, che per altro si è ben guardata dal fornire dettagli chiari sulla propria futura attività industriale in Italia.

Decine di anni di lotte sindacali stanno finendo nella pattumiera, liquidati da un fronte compatto di personaggi in cerca d’autore. Ed il collasso della sinistra aggrava il quadro. Ed un agghiacciante pericolo rischia adesso di comparire nel teatrino nazionale: il ritorno della violenza terrorista. Perchè quando si nega l’identità a chi crede in modelli sociali diversi da quelli egemoni si diffondono i semi dell’odio. Speriamo sia solamente una previsione sbagliata.

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Commenti (1) »

  • Angelo ha detto:

    Gli operai della fiat sono stati lasciati e soli abbandonati al proprio destino e chi doveva tutelarli (vedi PD), ha fatto finta di non vedere e non sentire la puzza di un accordo che di fatto legalizza la schiavitù. Non un accordo che che garantisce un futuro.
    La fiat ha trovato terreno fertile, visto che la classe sindacale è divisa, e la classe politica e fatta di incompetenti che stanno affossando l’Italia.
    Il frutto di tutto questo è l’ccordo di mirafiori.

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