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Mirafiori, i ‘no’ e la dignità operaia

Autore: . Data: lunedì, 17 gennaio 2011Commenti (0)

Il 54% di “sì” al referendum sull’accordo Fiat non si avvicina affatto al plebiscito atteso da molti alla vigilia. Le successive dichiarazioni di politici, sindacalisti e spettatori a vario titolo interessati alla vicenda del voto a Mirafiori offrono troppe chiavi di lettura antitetiche tra loro, eppure dovrebbe far notizia lo scatto di dignità operaia fortemente identificabile nello straordinario risultato del “no”.

A qualche giorno di distanza dall’esito della consultazione (dichiarata illegittima dalla Fiom-Cgil, che comunque aveva invitato i lavoratori a recarsi al voto per non dover subire eventuali, successive discriminazioni) stupisce che non decolli la riflessione sulla condizione di lavoro nelle fabbriche – che si rispecchia nel disagio di chi non ha gradito l’ipotesi-Marchionne o di chi l’ha appoggiata “turandosi il naso” – né vengono sufficientemente evidenziati alcuni interrogativi sull’opportunità o meno di proseguire sulla strada aziendale tracciata sulla base del ricatto avanzato dal Lingotto.

Se l’amministratore delegato del colosso dell’Auto si è limitato a ringraziare chi ha creduto nel suo progetto, il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, gli ha fatto eco sostenendo che “l’esito del referendum Fiat è positivo perché apre una prospettiva strategica decisiva per Mirafiori e in generale per l’auto in Italia, per tornare a produrre vetture competitive”.

Ma a quanto pare il primo cittadino della Mole non si fida, avendo aggiunto che “è importante che siano mantenuti gli impegni assunti da Marchionne. Mi aspettavo una percentuale di ‘no’ così alta: è difficile chiedere alle persone di cambiare le proprie abitudini, specialmente quando si tratta di fare lavori faticosi ed impegnativi”.

Dunque la forzata rinuncia a diritti da molti definiti come “indisponibili” è riletta come  una rinuncia ad “abitudini” proprio da parte di un sindaco post-comunista, anche se un altro torinese doc del Pd, come Cesare Damiano, ha offerto un’altra interpretazione dei fatti: “Il voto del referendum di Mirafiori va rispettato, anche se il ‘sì’ è stato dato a denti stretti, però ora la sfida va portata fino in fondo”. Secondo l’ex ministro del Lavoro del governo Prodi, “Marchionne ha tenuto le carte coperte sugli investimenti, ora è giusto che le scopra per salvaguardare l’occupazione”.

Curiosa declinazione dei fatti, anche quella dell’ex ministro: come si può ritenere “normale” la pretesa di sottoporre alla firma un accordo ‘prendere o lasciare’, così avulso dalle regole da aver indotto Fiat ad abbandonare Confindustria, senza neanche aver precedentemente scoperta qualche “carta” che riguarda la vita futura di oltre 5mila esseri umani e delle loro famiglie?

Oltre 3mila di essi hanno comunque risposto “sì” allo scambio tra nuovi investimenti e rinuncia a diritti acquisiti. Scontando probabilmente fortissimi dubbi e disagi, testimoniati dalla partecipazione “di molti di loro alle assemblee della Fiom, l’unica organizzazione sindacale che ha invitato i lavoratori a dibattere sui temi oggetto dell’accordo”, secondo quanto riferito dal segretario dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini (intervistato l’altro ieri da Fabio Fazio nel corso della trasmissione ‘Che tempo che fa’).

Tanti lavoratori, ha sottolineato il leader della Fiom, “sono venuti a darci il loro appoggio, a spiegarci che avrebbero votato ‘sì’ per difendere i loro stipendi e le loro famiglie ma che in realtà sostenevano e sostengono la nostra battaglia. Noi – ha concluso Landini – li difenderemo tanto quanto coloro che si sono giustamente opposti ad un ricatto inaccettabile”.

Dalla Cgil è partito inoltre un richiamo rivolto al governo e allo stesso Marchionne, affinché riconsiderino il loro approccio: “Sia l’esecutivo sia l’azienda devono prendere atto dell’esito del voto ben aldilà della risicatissima vittoria del ‘sì’ – ha affermato Nicola Nicolosi, segretario nazionale Cgil e coordinatore dell’area ‘Lavoro Società’ – anche perché la competizione al ribasso, quella che incide sulla riduzione del costo del lavoro e delle garanzie sociali lasciando intatte le vere ragioni del pauroso deficit di competitività del Lingotto, non aiuterà certo la Fiat a stare sul mercato globale”. Perciò è necessario “che i vertici aziendali cambino immediatamente atteggiamento, rispettando fino in fondo le prerogative di tutti i dipendenti preoccupati sia per il loro futuro sia per la lesione sistematica dei diritti prevista dall’accordo stesso”.

Dunque “la vertenza resta dunque aperta – ha concluso Nicolosi – e qualora dovessimo continuare ad assistere a provocazioni, a cominciare da nuovi ricatti contrapposti alla sacrosanta protesta, noi lanceremo immediatamente la proposta di nazionalizzazione della Fiat, in quanto patrimonio dell’Italia e dei suoi lavoratori”.

Dal canto suo, palazzo Chigi ha ostentatamente finto di non cogliere quanto accaduto a Mirafiori: “Quello che si può chiedere ragionevolmente ancora a Marchionne – ha osservato il ministro Sacconi – è di far evolvere ulteriormente, anche da parte aziendale, gli strumenti partecipativi che coinvolgono i lavoratori oltre ad una gestione attenta delle risorse umane”.

La Fiom “non si intesti tutto il risultato” del referendum, ha proseguito, perché chi ha votato ‘no’ lo avrebbe fatto a causa della “preoccupazione diffusa di non riuscire a conciliare i tempi lavoro con quelli familiari” e non per “adesione politica” al sindacato.

Tesi bizzarra e assai empirica. Tanto più che quelle preoccupazioni di natura personale potrebbero aver colpito anche i lavoratori del fronte avverso, pur inducendoli a sostenere il progetto di Marchionne per non perdere il posto di lavoro. O Sacconi forse pensa che abbiano esultato proprio mentre avallavano il taglio netto ai diritti?

Il senso di frustrazione, insomma, ha accomunato tutti e sarebbe sciocco non ripartire da qui. Poi, in un Paese “normale”, ci si interrogherebbe sulla drammaticità della condizione operaia sul piano salariale, normativo e dell’effettiva rappresentanza, in un contesto disgregato. Un cocktail esplosivo che si va a sommare alla tragedia della precarietà e al diffuso stato di disillusione, il quale reincontra evidentemente forme di impegno sociale rabbioso e consapevole del livello di degrado. Se non fosse che i protagonisti di questo processo di denuncia ed emancipazione sono lasciati soli, privi di una sponda politica credibile e che sappia ‘capirli’.

Paolo Repetto

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