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Mirafiori è il cuore d’Italia

Autore: . Data: mercoledì, 12 gennaio 2011Commenti (0)

Fiat, Cisl e Uil si preparano al referendum. Ma gli operai andranno a votare con la pistola alla tempia: o accettare le condizioni o finire per strada. La violazione dei diritti non ha nulla a che fare con la contrattazione sindacale.

Nel nostro Paese è nato un nuovo ‘conducător’, il termine col quale in Romania si indicava il dittatore Nicolae CeauÅŸescu, e si chiama Sergio Marchionne. Il Chief executive officer (Ceo) della Fiat ha deciso di affrontare decenni di gestione mediocre, se non inappropriata, dell’azienda seguendo la strada della non discussione. “O così (come dico io) o chiudiamo” è diventato il pensiero guida del manager italo-canadese e prontamente alcuni sindacati hanno deciso di seguirlo senza obiezioni, ma anzi sostenendolo con ardore.

La sintesi dei fatti è semplice: per investire nello stabilimento di Mirafiori, tra i più obsoleti al mondo, rinnovare la produzione e cercare di evitare il tracollo Fiat ha chiesto un contratto ‘speciale’ nel quale è prevista una inequivocabile violazione di diritti dei lavoratori: i rappresentanti dei sindacati che non aderiscono all’accordo non saranno più riconosciuti come tali, mentre quelli delle organizzazioni firmatarie non saranno eletti, ma designati dai vertici.

Turni, organizzazione del lavoro, prospettive future sono tutti elementi che dipendono da questa condizione, perché la democrazia ed i diritti, nella società e nelle fabbriche, è un principio di partenza che non prevede deroghe.

Marchionne, per non lasciare nulla nel dubbio, ha spiegato da oltreoceano: “Se non si raggiunge il 51 per cento salta tutto e andiamo altrove. Fiat ha alternative nel mondo. Venerdì scorso ero in Canada a Brampton per lanciare il charger della Chrysler. Ci hanno invitato a investire e aumentare la capacità produttiva. C’è un grande senso di riconoscimento per gli investimenti che abbiamo fatto là. Stanno aspettando di mettere il terzo turno, trovo geniale che la gente voglia lavorare, fare anche il terzo turno. Lavorare sei giorni alla settimana è una disponibilità incredibile, in Europa questo è un problema, Brampton è una possibilità, ma ce ne sono moltissime altre dappertutto, come Sterling Heights”.

Il 51 richiamato dal Ceo dovrebbe essere il risultato del presunto referendum convocato a Mirafiori per verificare la volontà degli operai. La sceda sulla quale votare dovrebbe contenere, se si sgombrasse il campo dalla demagogia, la seguente domanda: “Vuoi lavorare o preferisci essere licenziato?”.

Il ‘conducător’, che ha ricevuto pesanti prestiti dal governo Usa per salvare Chrysler, ha avuto la possibilità di avanzare i suoi diktat grazie alla totale assenza del governo. In nessun Paese europeo l’esecutivo sarebbe rimasto in silenzio di fronte al pericolo della chiusura della principale azienda nazionale, avrebbe taciuto davanti ad un manager che minaccia di chiudere stabilimenti lasciando migliaia di famiglie sul lastrico.

Ma in Italia Berlusconi e compagni si occupano quasi esclusivamente delle leggi ad personam, tanto che alla Corte costituzionale ieri si è aperto l’esame sull’ennesima norma salva premier.

In questo quadro desolante è emersa in modo definitivo la dissoluzione del Pd. Dopo un incontro coi rappresentanti della Fiom, il segretario Bersani ha detto: “Si deve rispettare l’esito del referendum e si deve mettere mano urgentemente a regole di rappresentanza che garantiscano sia l’esigibilità degli accordi che i diritti individuali e i diritti sindacali di chi dissente”. Il leader dell’opposizione ha continuato: “Siamo assolutamente interessati a che gli investimenti nel settore auto si realizzino e chiediamo che il governo esca finalmente dalla sua latitanza che è emersa in tutti i nostri incontri e si attivi finalmente per prospettare una politica industriale e ottenere chiarezza sull’insieme del programma che la Fiat ha annunciato e sugli sviluppi degli investimenti strategici della ricerca”.

Ma Bersani nasconde la improponibilità del referendum, perché concretamente legato ad un esito scontato, visto che a nessuno si può chiedere di sacrificarsi con le proprie mani. La pretesa poi di ‘aggiustare’ le cose in un secondo momento, ovvero permettere alla Fiom ed agli altri sindacati contrari all’accordo, di tornare ad essere rappresentati è una vera e propria vergogna. Proprio perché le regole debbono essere chiare prima delle scelte e non definite in un secondo momento.

Anche Massimo D’Alema la pensa come il segretario: “Il Pd non partecipa al referendum dei lavoratori che giudicheranno l’accordo ò ha dichiarato -. Noi siamo favorevoli al programma di investimenti della Fiat ma crediamo che ci debba essere anche un patto sociale per lo sviluppo del Paese. Non si può affidare la situazione solo a imprenditori e sindacati, che hanno tra loro anche un rapporto difficile, ma è necessario che ci siano anche altri protagonisti ed è evidente la mancanza del governo. Nell’accordo si chiedono sacrifici ai lavoratori, ma non c’è nessuna contropartita politica da parte del governo che usa Marchionne contro la sinistra ma non è questo che dovrebbe capitare, il governo dovrebbe dare una prospettiva su quanto accade”.

La posizione del Pd indica come quel partito abbia del tutto perso il treno del presente, perché non tiene conto di una delle regole fondamentali dei sistemi economici moderni: la tutela dei diritti ed il loro allargamento sono le uniche garanzie reali per lo sviluppo della produzione, perché all’interno della dialettica tra le parti sociali si elaborano le strategie migliori per affrontare le sfide del mercato.

E proprio il nuovo gigante industriale mondiale, la Cina, è la testimonianza della centralità questa ‘regola’. L’inesistenza di garanzie per i lavoratori in quel Paese è il principale motivo di preoccupazione sulla tenuta del sistema cinese, perché i rischi di un collasso indotti da una eccessiva pressione sui lavoratori sono altissimi. Gli scioperi, nonostante la repressione, si stanno diffondendo con enorme rapidità in numerosi stabilimenti e gli enormi profitti delle aziende non riescono a compensare i danni prodotti dalla tensione sociale. Così mentre lì si sta aprendo la discussione sulle regole, da noi questa stessa discussione si sta chiudendo.

Le conseguenze della vicenda Fiat saranno devastanti per l’intero mercato del lavoro nazionale, già compromesso da un diffuso ricorso a contratti temporanei, capestro, del tutto privi di garanzie per il lavoratori. Perché è chiaro che l’esempio Marchionne sarà presto seguito ovunque, distruggendo qualsiasi conquista ottenuta in decenni di lotte sindacali.

La modernizzazione di un Paese non passa per l’accentuarsi dello sfruttamento, ma richiede un complicato e lungo processo di trasformazione legato alla ricerca, all’innovazione, alla specializzazione in comparti ad alto valore aggiunto.

E la Fiat su tutto questo tace, ma anzi annuncia di voler produrre a Torino un modello Jeep di Chrysler, nella quale saranno utilizzati componenti strategici made in Usa, non certo italiani. Ed allora sembra che Marchionne un’intuizione l’abbia avuta: rendere l’Italia un Paese del Sud del mondo, dove è possibile fare quello che avviene in Corea, Cina, Vietnam. Pagare ragionevolmente poco i dipendenti, non rischiare che possano chiedere di più e tenere le mani libere per far come meglio si crede. E con l’aiuto di Cisl e Uil il programma ‘nuovo medioevo’ sembra davvero a buon punto.

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