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Cronache dal Mediterraneo in fiamme

Autore: . Data: lunedì, 31 gennaio 2011Commenti (0)

La crisi egiziana non si ferma alle piramidi, ma è solo uno dei possibili cedimenti di un vecchio equilibrio ormai ingestibile. Ed il pericolo dell’integralismo è sempre più marcato.

Nelle ultime settimane una violenta contestazione sta mettendo in crisi alcuni Paesi mediterranei dell’Africa, in particolare Egitto e Tunisia. Da Algeria e Libano arrivano notizie poco confortanti, la Libia resta un mistero ed il Marocco che sembra reggere potrebbe presentare sorprese a causa dei problemi causati dalla discriminazione interna dei saharawi.

Poi, sulle rive lontane dell’Adriatico c’è l’Albania, che però con le sue scosse telluriche potrebbe trascinare nel caos il Kossovo e destabilizzare equilibri per altro mai raggiunti tra Tirana, Belgrado, Pristina, Skopje e Podgorica.

Dei Paesi che si affacciano, infine, su quello che gli antichi romani chiamavano Mare nostrum sono alle prese con crisi difficili da risolvere l’Italia, la Grecia, la Spagna ed Israele, Siria e Turchia.

Si tratta di problemi di varia natura. Dagli effetti della crisi mondiale sulle economie nazionali (Grecia, Spagna) alla dissoluzione dei sistemi politici (Tunisia, Egitto, Italia) al cedimento delle classi dirigenti (Albania, Siria, Algeria), alle conseguenze della irrisolta questione palestinese (Libano, Israele) fino al dilemma turco che rappresenta un rebus inestricabile.

Insomma, una parte dei confini della potente Europa ‘franco-tedesca’ (con sullo strapuntino Londra) sono in tumulto. E siccome, sebbene mai codificata la legge del caos ha un fondamento e stabilisce che un sistema subisce modifiche in relazione ad altre modifiche e tutte queste trasformazioni si indirizzano in una unica direzione, il disordine, non c’è da star tranquilli.

Non certo perchè l’ordine attuale sia perfetto, anzi non lo è affatto, ma solo per la assoluta nebulosità delle possibili conseguenze dei mutamenti in atto.

Il fattore scatenante di queste rivolte a catena è nella definitiva incapacità degli Stati Uniti a tenere insieme le linee guida della propria politica estera. Nessuno può pensare, se ha un minimo di esperienza di politica estera, che le rivolte di Tunisia ed Egitto siano nate per ‘passaparola sui social network’. Organizzare proteste di quelle dimensioni richiede certamente un diffuso malcontento generale, ma anche una ramificata rete di collegamenti in grado di trasformare una rivolta popolare in un evento politico.

Fino ad oggi in Tunisia ed Egitto le formazioni integraliste non si sono mostrate apertamente, ma il sospetto che soldi e preparazione logistica di quelle organizzazioni siano uno dei motori dei sommovimenti attuali non deve essere trascurato.

Così come sarebbe interessante capire quali possono essere le intenzioni della Cina, che da anni sta mettendo in atto una vera e propria colonizzazione dell’Africa, fino a ieri limitata all’area subsahariana, ma da domani forse in grado di espandersi verso nord, fino alle rive del mare.

Una possibile crescita degli interessi cinesi in contrasto col controllo di Washington sul Paese chiave dell’area, l’Egitto, rappresenterebbe una svolta epocale per l’intero assetto dei rapporti di forza internazionali.

E Pechino non ha alcun problema nel mantenere rapporti con governi integralisti, come dimostrano i casi di Iran e Sudan tra i tanti.

L’Europa, intanto, non solo non ha saputo dir nulla di serio su Tunisia ed Egitto, ma deve riflettere con attenzione sui problemi albanesi e su quelli ormai cronici della Turchia. Il vuoto politico dell’Unione è evidente e lascia spazio libero a chiunque voglia trarre profitto dal dilagare delle tensioni.

Per decenni l’Occidente, ovvero i governi di Usa, Francia e Gran Bretagna hanno considerato il Nord dell’Africa una propria proprietà. L’Egitto di Nasser ha avuto negli anni della sua esistenza un rapporto con l’ex Unione sovietica, ma dopo la morte del fondatore della Repubblica la difesa di Israele e del suo ruolo di avamposto in Medio Oriente ha spinto Washington a riversare miliardi di dollari verso il Cairo, iscrivendo quel Paese tra i più fidati (ed armati) alleati degli Usa.

Adesso l’amministrazione Obama sta cercando di correre ai ripari distinguendosi da Mubarak, così come sono state in ritardo le prese di posizioni nei confronti del deposto presidente-dittatore-speculatore Ben Ali.

Ieri a Tunisi, dopo  vent’anni di esilio a Londra, è arrivato Rashid Ghannouchi, leader del movimento islamico Ennahda (Rinascita) acclamato da una folla enorme. Al Cairo Essam al-Eryan, esponente dei  Fratelli Musulmani ha dichiarato: “Siamo d’accordo con la proposta avanzata da altri gruppi di scegliere Mohammed ElBaradei come negoziatore col regime”.

Definire allora le sommosse tunisina ed egiziana come fenomeno di democratizzazione è un azzardo ed un errore. Gli sviluppi potrebbero presentare amare sorprese per il futuro, consolidando nuovi regimi questa volta di tipo iraniano.

E questo a causa della miopia dell’Occidente, che per proteggere i propri interessi ha lasciato mano libera a dittatori ed imprenditori senza scrupoli, opponendo alle spinte integraliste islamiche eguali modelli integralisti ‘cristiani’.

Pericoli, insomma, che potrebbero esplodere presentando scenari inediti ai confini del Vecchio continente.

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