Bologna: il bimbo morto e le bufale dei media
Per 24 ore la tragedia avvenuta nel capoluogo emiliano ha scatenato giornali e televisione. E come spesso accade i fatti sono un po’ diversi da quelli riportati.
In un primo momento la morte del piccolo David Berghi, un neonato di solo 23 giorni era stata raccontata come la conseguenza del comportamento non accorto di due genitori privi di una casa e definiti da non pochi quotidiani ‘clochard’.
Ieri il padre del piccino ha spiegato le cose, che sono ben diverse. Sergio Berghi ha 43 anni ed è furioso, arrabbiato col mondo e disperato. L’uomo ha dichiarato: “Non è vero che viviamo in strada, che siamo dei vagabondi. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco in via delle Tovaglie, abbiamo difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al gelo senza curarsene”.
Poi ha aggiunto: “Sono pronto a togliermi il pane da bocca per i figli ma non c’è lavoro. Claudia faceva assistenza agli anziani ma quando ha avuto la bimba ha smesso. A novembre ho fatto un lavoretto, ma mi sono rimasti cento euro. I problemi ci sono ma non siamo barboni, abbiamo una casa dove stare”.
Sia Berghi che Claudia, sua compagna, conducono una vita difficile e probabilmente disordinata, ma sono anche i testimoni della inefficienza sei sistemi di protezione e assistenza del nostro Paese. I due genitori, che hanno altri figli, tra i quali un gemellino di David, sono stati visti più volte girovagare per Bologna, ma secondo numerose testimonianze non chiedevano mai soldi né aiuto.
Sergio ha raccontato così la giornata della tragedia: “Abbiamo mangiato dalla mamma di Claudia e poi ci siamo avviati a piedi verso casa. Ci siamo fermati in piazza Maggiore a salutare un amico e abbiamo visto che David era viola e giallo e respirava a fatica. Sono stato io a chiamare l’ambulanza. Nessun dottore ha parlato di freddo e stenti, ci hanno detto che è morto perché aveva il latte nella trachea”. Quindi con rabbia ha continuato: “Siamo tornati a casa ma a mezzanotte ci hanno chiamato perché era gravissimo”.
Come mai in passato i due non hanno cercato soluzioni per se stessi e per i bambini? “Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l’assegno – ha spiegato Borghi – ma più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di David nessuno dal Comune si è fatto vivo. Ora vorrei la casa popolare”.
Per i servizi sociali Sergio e Claudia sono genitori incapaci, ma l’uomo a questo giudizio si oppone parlando della tragedia e dei due gemelli: “Sono nati di sette mesi, seguivano una terapia ma ci hanno detto che stavano bene. Poi le solite raccomandazioni, tenerli al caldo e avere cura che mangiassero. Secondo noi invece dovevano tenerli di più in ospedale”.
Una vicenda, insomma, complicata, che descrive di certo persone che vivono in condizioni di grande precarietà e forse con problemi non solo materiali, ma anche psicologici. Ma che deve far riflettere, perché la tutela dei più deboli ed in particolare dei bambini, dovrebbe essere compito delle istituzioni e della società.


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