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Processo Kercher: la cultura della vendetta

Autore: . Data: lunedì, 13 dicembre 2010Commenti (1)

Amanda Knox si rivolge ai giudici, si difende e ricorda Meredith. E nonostante indagini zeppe di incongruenze, accusa e parte civile vogliono una condanna, non la ricerca della verità.

“Nessuna giustizia viene resa a Meredith e ai suoi cari togliendo la vita a noi e facendoci pagare per qualcosa che non abbiamo fatto”. Con queste parole accorate Amanda Knox si è rivolta ai giudici del processo di appello per l’omicidio della studentessa inglese avvenuto nella notte del primo novembre del 2007 a Perugia.

La ragazza americana ha poi continuato: “La verità su di me e Raffaele non è ancora riconosciuta e noi stiamo pagando con la nostra vita un crimine che non abbiamo commesso. Io e lui meritiamo la libertà come tutte le persone in questa aula oggi. Non meritiamo i tre anni che abbiamo già pagato e certamente non ne meritiamo altri. Io sono innocente. Raffaele è innocente. Non abbiamo ucciso Meredith. Vi prego di considerare veramente che ci sia stato uno sbaglio enorme nei nostri confronti”.

Knox ha negato di essere “la persona che l’accusa insiste che sia”, una persona “pericolosa, diabolica, gelosa, menefreghista e violenta. Le loro ipotesi dipendono da questo eppure io non sono mai stata quella ragazza. Le persone che mi conoscono sono testimoni della mia persona, il mio vero passato, non quello raccontato dai tabloid, vi dimostra che io sono sempre stata così come sono veramente. Se tutto questo non basta vi invito a chiedere alle persone che mi custodiscono da tre anni. Chiedete se sono mai stata violenta e menefreghista di fronte alle sofferenze che fanno parte delle vite spezzate in carcere. Vi diranno che io non sono così. Non ho mai rispecchiato l’immagine che ha dipinto l’accusa”.

Quindi la studentessa di Seattle si è rivolta piangendo alla famiglia della giovane inglese uccisa da Rudy Hermann Guede, riconosciuto come il colpevole materiale del delitto e condannato paradossalmente grazie al rito abbreviato ad una pena di 16 anni, contro i 26 di Knox ed i 25 di Sollecito. Ha detto Amanda: “Mi dispiace molto perchè lei non c’è più; ho delle sorelle più piccole e solo l’idea della loro mancanza mi terrorizza. Anch’io ricordo Meredith e il mio cuore è spezzato per tutti voi”.

Sebbene il processo di primo grado non abbia dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio le responsabilità di Sollecito e Knox, ma anzi sia stato condizionato da una campagna di stampa irragionevole e ossessivamente ‘colpevolista’ e nello stesso abbia sollevato fortissime perplessità in tutto il mondo sulla sua gestione, l’avvocato della vittima, Francesco Maresca, si è allontanato dall’aula per non ascoltare il discorso dell’imputata che poi ha definito come “parole tardive” e “inopportune”.

Il legale, con una argomentazione singolare, ha detto che Knox ha parlato della giovane vittima inglese “soltanto dopo che il padre di Meredith, in una delle sue pochissime dichiarazioni, aveva specificato di non avere mai sentito nessuno che si ricordasse della figlia”. Quindi ha concluso: “Le scuse mi sembrano del tutto inopportune e finalizzate unicamente a questo processo di appello. Non voglio fare polemica e per questo mi sono doverosamente allontanato”.

L’avvocato Maresca, evidentemente, non vuole che i fatti siano accertati in modo inequivocabile, ma segue il teorema della colpevolezza e della relativa vendetta. Mentre sarebbe auspicabile che tutte le parti in un processo cerchino la vittoria della giustizia senza assumere atteggiamenti precostituiti e dogmatici.

Nel marzo scorso, Mario Alessi, l’assassino del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso la sera del 2 marzo 2006 a soli 17 mesi perché piangeva durante la prigionia, aveva rivelato che Guede, recluso con lui nel penitenziario di Viterbo, gli aveva rivelato la verità sul delitto.

Avrebbe detto, Alessi,  “lui (Guede, ndr) ha iniziato con il dire quando ha trovato la ragazza con la schiena per terra, che la teneva il suo amico ed era seminuda… Lui si è messo in ginocchio con le gambe divaricate sopra la ragazza; dopo di che a prendere il posto dell’amico è stato Guede, che la teneva come se fosse in ginocchio tenendola per le braccia con un ginocchio appoggiato sulla schiena. (…) Lui ha tirato fuori un coltello del tipo avorio e l’ha iniziata a colpire, ha visto le mani insanguinate e l’ha mollata. Poi ha cercato qualcosa per tamponare le ferite e il suo amico ha detto: finiamola sta (e qui riferisce di un insulto, ndr), altrimenti ci fa marcire in carcere. E l’ha finita con diverse coltellate, poi è scappato mentre Rudy è rimasto fino a che l’ha sentita respirare, poi è andato via”.

Questa testimonianza è stata definita, per motivi ignoti, inattendibile dagli inquirenti, sebbene fornisca elementi di indagine molto importanti. Sembrerebbe inoltre che la stesse ‘rivelazione’ sia stata fatta dall’assassino di Meredith anche ad altri prigionieri del carcere di Viterbo.

Anche un altro detenuto, Luciano Aviello, il 31 marzo scorso aveva fornito una diversa ricostruzione dell’omicidio.

Aveva raccontato l’uomo: “A uccidere Meredith la sera del primo novembre 2007 è stato mio fratello. Lo so perché è stato mio fratello a confessarmi l’omicidio e a consegnarmi il coltello ancora sporco di sangue e un mazzo di chiavi. Li ho nascosti sotto un muretto, dietro casa mia, coprendoli con terra, gesso e calce. Se il Tribunale di Perugia si deciderà ad ascoltarmi, sono in grado di far ritrovare l’arma del delitto e quelle chiavi”. Aviello ha scritto per ben tre volte al Tribunale di Perugia, ma non è mai stato interrogato.

Intanto la difesa si Sollecito e Knox stanno tentando di ottenere la riapertura del dibattimento per far eseguire una nuova perizia sulle tracce di Dna trovate su un gancetto del reggiseno della vittima, poter riesaminare le metodologie di indagine tecniche effettuate dalla polizia scientifica e ripetere le indagini scientifiche sul coltello indicato come l’arma del delitto. Accertamenti sono stati chiesti pure su eventuali rischi di contaminazione accidentale e sui rilievi delle impronte di piedi compiuti con il Luminol. La difesa della Knox ha anche chiesto di sentire come testimone Luciano Aviello.

Si spera che i magistrati vogliano consentire l’acquisizione di nuovi elementi di prova, perchè lo scopo dei processi è la condanna dei colpevoli veri, non di quelli presunti.

Sabato prossimo nuova udienza.

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Commenti (1) »

  • zeder ha detto:

    Prima Alessi dichiara che sono stati Rudy ed un suo amico,
    poi vitiello dice che è stato suo fratello…

    Spero che ad Amanda piaccia la pasta…

    …perchè non uscirà dal carcere Italiano prima del 2030 !!!

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
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