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‘Ordine e disciplina’, Fini ci ripensa (forse)

Autore: . Data: lunedì, 20 dicembre 2010Commenti (1)

Un trentacinquenne di origine magrebina si è tolto la vita nel carcere di Firenze inalando gas, cinque giorni dopo il suicidio di Enrico Bianchi, poliziotto dello stesso istituto di pena e a 48 ore di distanza dagli scontri di Roma. Ecco che è più vivo che mai il tema della repressione e della violenza al cospetto delle varie forme di disagio sociale. Soltanto apparentemente i tre episodi citati sono slegati tra loro. In realtà fanno parte dello stesso filone: il valore della vita di uomini e donne sotto la tutela dello Stato.

Una riflessione lunga. Perché vanno inclusi i casi di Cucchi e Aldrovandi, le decine di suicidi nei carceri dall’inizio dell’anno, la repressione sistematica di decine di manifestazioni di protesta (a Terzigno, in Val di Susa, alle manifestazioni degli aquilani  e degli studenti). Una riflessione che la sinistra fa da tempo ma che da altrettanto tempo la destra ignora. Almeno fino a pochi giorni fa.

L’ultimo numero di ‘Caffeina’, il mensile diretto da Filippo Rossi (delfino di Fini e direttore della fondazione Fare Futuro), ospita un’interessante tavola rotonda tra Carlo Bonini, inviato de ‘La Repubblica’ e autore del libro ‘Acab’, Peter Gomez, direttore de ‘ilfattoquotidiano.it’ e Luciano Lanna, vicedirettore de ‘Il Secolo d’Italia’. Tema della discussione: le violenze del G8 di Genova. Obiettivo, scardinare l’idea che vuole la destra tifare per il motto fascista “ordine e disciplina”, stare sempre e comunque dalla parte della polizia, anche quando quest’ultima è palesemente in errore.

Per Filippo Rossi il G8 di Genova fu un dramma nazionale. E non solo per le azioni dei Black bloc, ma anche per quelle della polizia. Il direttore di ‘Fare Futuro’ ha in particolare fatto sue le dichiarazioni di Michelangelo Fourier, che non esitò a definire una “macelleria messicana” quegli scontri del luglio 2001, e quelle di un altro poliziotto che raccontò a Carlo Bonini: “I colleghi che gridavano ‘Sieg Heil’ ci fanno vergognare o no? I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione o no? I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato o no? La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di 1 a 0 dimostra di essere intelligente?”.

“Queste domande – scrive Filippo Rossi – una destra legalitaria, costituzionale e libertaria non può non farsele. E non può non rispondere, senza zone grigie. Verità e legalità devono essere uguali per tutti, come la legge. Perché non è possibile che in uno Stato di diritto ci sia qualcuno per cui questa regola non vale: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario. Non può esistere una terra di mezzo in cui si consente quello che non è consentito. Parlare di Genova, a quasi dieci anni di distanza, dunque è parlare di legalità”.

Riflessione benvenuta ma senza dubbio tardiva. Non bisogna dimenticare, infatti, che in quei giorni di quasi dieci anni fa l’allora vice premier Gianfranco Fini (oggi fondatore di Fli) sedeva nella sala operativa della Questura di Genova. Le indagini, anni dopo, hanno dimostrato l’accanimento di numerosi poliziotti su manifestanti pacifici e anche le clamorose sviste delle forze dell’ordine, alle quali spesso passavano sotto il naso gruppi di Black Bloc armati fino ai denti. Possibile che Fini non ne sapesse nulla, stando nel cuore operativo della repressione?

Pochi giorni dopo quei fatti l’opposizione presentò una mozione di sfiducia verso l’allora ministro degli interni Scajola, ma fu proprio Fini a difenderlo strenuamente: “Tutti vogliamo l’accertamento della verità – disse – ma il governo per ragioni politiche ha un motivo in più per volerlo: perché quando sarà accertata sarà evidente a tutti che la mozione di sfiducia che è stata presentata oggi è unicamente un’arma di propaganda politica, è una mozione di sfiducia strumentalmente presentata, non già nel tentativo lecito di accertare la verità, ma di mettere in difficoltà il governo”. Non solo: Fini si schierò anche contro una commissione d’inchiesta parlamentare che tentasse di accertare i fatti di quei giorni.

Cosa è successo nel frattempo? Perché i ‘futuristi’ hanno impiegato dieci anni ad ammettere che in quei giorni le forze dell’ordine esagerarono? E come mai, nonostante le recenti repressioni, i suicidi e gli “incidenti” come quello di Cucchi, deputati e senatori di Fli non hanno ritenuto di dover affrontare il problema? Il tempo dirà dunque se il cambiamento “modernizzatore” della destra proposto da Fini e dai suoi sostenitori sia più o meno demagogico, anche se appare privo di basi culturali e, soprattutto, non suffragato finora da fatti concreti.

Davide Falcioni

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Commenti (1) »

  • sinistrodestrosinistro ha detto:

    Conosco Fini da oltre venti anni. Quindi (forse) ho qualche risposta interessante ai vostri interrogativi. Perché i ‘futuristi’ hanno impiegato dieci anni ad ammettere che in quei giorni le forze dell’ordine esagerarono? Fini ci ha ripensato? I suoi giannizzeri Rossi&Lanna ce la cantano giusta? La nuova svolta (o giravolta) di Fini è credibile?

    Chi, come me e tanti altri, conosce bene Fini (e il Finismo che non è nato certo oggi ma data decine di anni fin quando Fini si prendeva in silenzio i rimbrotti di Almirante inghiottendo le molte umiliazioni pur di arraffare la poltrona) sa che tutto questo, dall’inizio alla fine, persino da AN a FLI, è uno dei soliti giochetti di Fini e dei suoi (occasionali) compagni di viaggio. Oggi ci sono i Bocchino, i Rossi, i Lanna, le Perine, i Granata. Ieri c’erano gli altri, i colonnelli alla Urso, Gasparri, La Russa, etc. etc.

    Tutti, gli uni e gli altri, sanno benissimo chi è Fini il cui maggior merito notissimo nell’ambiente è il cosiddetto “Fattore K”, cioè “Fattore Kulo”. E tutti hanno cercato sempre di trarre il massimo vantaggio da una situazione in cui Fini, notissimo per la sua totale mancanza di iniziativa alla quale sopperiva, di tanto in tanto, la Balia Asciutta Tatarella, non sapeva mai che pesci prendere (non gli è mai stata riconosciuta grande intelligenza nè preparazione culturale e politica nell’ambiente) e gli altri facevano, ognuno, i propri giochetti del momento in maniera completamente dissonante l’uno dall’altro, scoordinata, episodica litigando come comari nel cortile condominiale.

    Ogni tanto, spinto dall’inanità di Fini, qualche colonnello osava l’inosabile. E, alla fine, Fini si svegliava dal torpore e faceva qualche gesto da grande capo, mettendo in castigo il colonnello di turno che aveva pensato di farsi generale.

    Insomma una cosa penosa che ora, con Fli, è peggiorata ancora di più. Qui ogni tanto qualcuno, come Bocchino, prende il sopravvento, credendosi Richelieu e tirando l’inano Fini dentro casini inimmaginabili. Qualche altro sergente di Fli (i colonnelli, nel frattempo, sono stati degradati) si incazza e ricomoncia il solito tran tran. Detto questo, che è il quadro generale che tutti – e sottolineo TUTTI – all’interno di Fli conoscono benissimo – Fini naviga a vista con un’unica stella polare: dire (o far dire dai sui ventriloqui Filippo Rossi, Luciano Lanna e Flavia Perina) le cose più strampalate e incoerenti che gli vengono in mente di volta in volta. Come direbbero i francesi: pour epateur, per stupire. E’ l’unico obiettivo, essendo, alla fin fine, un provincialotto: sgomitare per farsi notare mediaticamente.

    E come farsi notare mediaticamente meglio? Dicendo cose, appunto, che sollevano interrogativi: Fini si è ricreduto? Fini ha cambiato idea? Perché Fini ci ha messo dieci anni a cambiare idea sul G8 di Genova?

    La risposta agli interrogativi è una sola: Fini non ha cambiato idea. Perché in realtà Fini, in sè, non ha idee. E’ una specie di pupazzo vuoto nel quale, ogni tanto, qualche colonnello che sogna di farsi generale infila la mano e fa le ombre davanti al muro prestandogli la voce.

    So che, detta così, è una realtà brutale. Ma chiunque conosce davvero Fini vi racconterà la stessa, identica storia. E forse una ragione c’è…

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