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Informazione, in Calabria è stato d’assedio

Autore: . Data: mercoledì, 1 dicembre 2010Commenti (0)

Mentre si continua a parlare di Roberto Saviano, quasi come se fosse l’unico tutore della libertà di parola e della lotta alla criminalità organizzata italiana, c’è un universo sconosciuto di “piccoli” giornalisti che, pur non avendo la meritevole “potenza di fuoco” dello scrittore napoletano, ogni giorno raccontano storie “sporche”, talvolta rischiando seriamente la vita perché privi di ogni tipo di protezione.

E’ anche di questo che si è parlato a Capodarco, al seminario per giornalisti “Oltre l’Apocalisse” organizzato da ‘Redattore Sociale’. Nella fattispecie è stata presa in esame la Calabria, segnalata come il “nuovo fronte di guerra del 2010” per quanto riguarda minacce e intimidazioni ai danni di chi fa informazione. Ospite Antonio Monteleone, cronista minacciato dalla ‘ndrangheta per le sue inchieste pubblicate sul suo blog. A intervistarlo è stata Raffaella Cosentino, autrice di un e-book (“4per5”) sulle intimidazioni e lo sfruttamento dei giornalisti calabresi.

“I giornalisti in questo momento sono la categoria più sfruttata sul lavoro – ha detto Cosentino – e questa situazione è esplosa nel caso delle intimidazioni. E’ emblematico il caso di Angela Corica, corrispondente di ‘Calabria Ora’ dalla piana di Gioia Tauro, la cui auto è stata crivellata con 5 colpi di pistola per aver scoperto in una sua inchiesta che i rifiuti della raccolta differenziata venivano bruciati. I problemi sono due: il primo è che Angela Corica lavorava per 4 centesimi al rigo e il secondo è che la gente l’ha incolpata di aver fatto qualcosa più grande di lei. Il sindacato dei giornalisti a livello nazionale ha difeso i giornalisti, ma a livello locale ha dichiarato che non bisogna enfatizzare le intimidazioni e  ospitato un editoriale sul suo sito dal titolo ‘La manifestazione No ‘ndrangheta’ pubblicizza la ‘ndrangheta”.

“Cinque colpi di pistola – racconta Angela Corica, ricordando la sua storia – contro l’auto parcheggiata sotto casa alle undici di sera il 29 dicembre del 2008 . Sembra ieri. L’avviso per zittirmi è arrivato in seguito ad un’inchiesta che avevo fatto qualche mese prima su una discarica di rifiuti abusivi nel Comune dove ancora vivo assieme alla mia famiglia, Cinquefrondi. Un posto sperduto nella Piana di Gioia Tauro dove vivono appena 6 mila persone. Dove si conoscono le facce,i nomi, la gente, l’indirizzo e quanto basta per renderti la vita difficile. Non credo sia stata la mafia ad interessarsi a me. Il Sud e,in particolare, i paesi interni della provincia reggina, devono prima fare i conti con un ambiente che non lascia spazio a chi la pensa in maniera diversa. Colpa di una cultura arretrata e dell’omertà. Da due anni gli attacchi ai giornalisti si sono moltiplicati”.

La giornalista aveva pubblicato le sue storie sul quotidiano CalabriaOra. Ma che fine ha fatto ora? “Dopo le dimissioni del direttore Pollichieni – racconta in una lettera – ho creduto che stringendo i denti, avremmo potuto continuare a lavorare senza condizionamenti e con serenità. Questa è rimasta solo una mia illusione perché, nei fatti, da luglio ad oggi le cose sono evidentemente cambiate dentro al giornale, sia per quanto riguarda l’organizzazione interna, sia sul piano dei contenuti. Con questa lettera annuncio le mie dimissioni. Io esco perché contesto la linea editoriale del giornale che non mi è chiara già dall’arrivo del nuovo direttore Sansonetti. Credo che in questo senso vi sia disorganizzazione fra le redazioni che, senza l’efficace coordinamento del passato, utilizzano le pagine come un grande contenitore in cui mettere i pezzi senza avere una linea definita, chiara”. Come mai questo netto cambio di linea in seno al giornale, che aveva avuto il merito di denunciare scandali e illegalità?

E chi è Antonino Monteleone? Antonio è un venticinquenne, studente di giurisprudenza e giornalista. Per il suo blog (www.antoninomonteleone.it) riporta minuziosamente informazioni fastidiose per la ‘ndrangheta, in particolare per il clan Serraino. Che, in tutta risposta, dà alle fiamme la sua auto.

“I giornalisti non sono liberi – spiega – perché hanno stipendi, quando li hanno, da fame. I giornali in Calabria si reggono su contributi che arrivano dagli enti territoriali, ovvero la pubblicità istituzionale e poi su tre grandi fonti di raccolta pubblicitaria che sono le concessionarie di auto, i grandi centri commerciali e i supermercati. Il problema è che la maggioranza dei centri commerciali sono in mano alla criminalità organizzata. E questo è un grosso freno. Quando ci sono le eccezioni, cioè giornalisti liberi, che diventano bersagli del potere criminale, si mette in imbarazzo l’editore e si diventa disoccupati. Il dramma è che questo non fa notizia a livello nazionale, ma resta confinato nelle cronache locali”.

Dopo l’atto intimidatorio “in silenzio, senza dirmi nulla nei giorni immediatamente successivi alla ‘scomparsa’ della mia Fiat Idea (passata dal “grigio antracite” al “grigio fumo”) – aggiunge il giornalista – due dei più cari amici si erano attivati per una raccolta fondi che vedesse la rete protagonista di un momento di solidarietà che si esaurisse oltre le solite parole di circostanza. Il gruppo di solidarietà e la fan page su Facebook, hanno raccolto migliaia di adesioni. Ed in tanti, attraverso i mezzi più disparati, hanno offerto il loro contributo volontario per aiutarmi nel riacquisto della mia automobile. La raccolta ha raggiunto la somma di circa 7mila euro suddivisi tra i versamenti direttamente effettuati sul conto corrente intestato ad Anna Foti (ho ricevuto dalle sue mani un assegno circolare di 5.700 euro circa); il conto Paypal acceso da Domenico Malara (che raccolto circa 1.400 euro trasferiti sul mio conto corrente, ) ed altre somme direttamente arrivate sulla mia postepay”.

Insomma. Non c’è solo Saviano nell’universo dell’informazione “libera” italiana. Anzi, nell’ombra di piccoli quotidiani, spesso in modo del tutto gratuito, sono numerosi i giornalisti che hanno il coraggio di denunciare le organizzazioni mafiose. La situazione calabrese, con le continue intimidazioni, meriterebbe tuttavia maggiore attenzione.

Davide Falcioni

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