Eritrei rapiti in Egitto, le responsabilità dell’Italia
C’è una storia tragica che dovrebbe scuotere la stampa italiana e invece sta passando sottotraccia, come una notizia di cronaca qualsiasi, surclassata dall’indefinibile teatrino della politica, dal caso della giovane Yara, dallo sciopero annunciato e smentito dei calciatori, dall’incarcerazione di Assange.
La storia è quella di centinaia di persone in carne ed ossa (anche se qualcuno parla di 1.500) di nazionalità eritrea, somala, etiope, sudanese e nigeriana, che sono state sequestrate da una banda di predoni in Egitto, nel deserto del Sinai, a una ventina di chilometri dal confine israeliano.
I predoni sono trafficanti di esseri umani che hanno chiesto il pagamento di un riscatto ad ognuna delle famiglie dei sequestrati. E mentre i giorni passano si contano le prime vittime (sei) e si sparge una voce assai inquietante: pare che ad alcuni di loro siano stati espiantati degli organi, da rivendere poi sul macabro mercato dei trapianti.
I 250 ostaggi stavano tentando di raggiungere Israele attraverso l’Egitto: per questo, a quanto si sa, si erano rivolti a trafficanti beduini senza scrupoli. Secondo le informazioni diramate dall’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) i trafficanti chiedono 8mila dollari di riscatto per il rilascio di ciascuno degli ostaggi, che da oltre un mese sono sottoposti ad abusi e privazioni di ogni genere: “L’Unhcr ha subito preso contatto con il governo egiziano. In particolare, dal Ministero dell’Interno egiziano sono state date rassicurazioni sugli sforzi messi in atto per localizzare gli ostaggi e organizzare il loro rilascio”.
Alcuni ostaggi sono riusciti nei giorni scorsi a mettersi in contatto con padre Moses Zerai, direttore dell’agenzia Habeshia: “Fate presto, fate qualcosa, oggi – hanno detto – hanno ricominciato a picchiarci, siamo pieni di lividi e qualcuno ha le piaghe per le percosse. Ci ammazzeranno tutti”.
L’agenzia, avente sede in Italia, a quel punto ha cercato di sollecitare l’interesse dei politici nostrani, che avrebbero potuto certamente fare pressioni sull’Egitto e stimolarne le attività di ricerca, in particolare mettendo l’accento sugli 80 eritrei che, secondo le norme internazionali, avrebbero il diritto di richiedere lo status di rifugiati politici: “’Il Governo italiano – ha detto Stefania Craxi, sottosegretario agli esteri – sta seguendo con la massima attenzione la questione dei cittadini eritrei sequestrati al confine tra Egitto e Israele.
In questi giorni si sono moltiplicati i contatti con le autorità egiziane al più alto livello per segnalare l’attenzione con cui la stampa, l’opinione pubblica e il governo italiano seguono la questione, sulla quale anche il Santo Padre ha recentemente richiamato l’attenzione”.
In realtà l’Italia avrebbe non poche responsabilità nel rapimento dei migranti, in particolare nei confronti degli 80 cittadini eritrei. Responsabilità politiche figlie degli sciagurati accordi tra il nostro Paese e la Libia, stipulati per ragioni economiche e propagandistiche, con buona pace del rispetto dei diritti umani che un Paese civile dovrebbe tutelare. Secondo la ricostruzione di padre Moses Zerai (parroco eritreo come detto in contatto con gli ostaggi) molti di quegli 80 suoi connazionali sarebbero stati respinti dall’Italia (dove avrebbero avuto diritto di asilo) in Libia nel 2009, quindi rinchiusi nel carcere di Al Bracq.
Dopo qualche mese gli 80 escono a seguito di una amnistia. Si disperdono nel deserto, non potendo tornare in Eritrea dove verrebbero incarcerati nuovamente e molto probabilmente giustiziati. Sono intrappolati: l’Italia li ha respinti, la Libia se ne è lavata le mani. Riescono a mettersi in contatto con un gruppo di trafficanti che promettono, per 2.000 dollari a testa, di farli arrivare nel Sinai e di lì in Israele.
Gli 80 eritrei pagano, ma vengono presi in ostaggio da una tribù che li carica su delle autocisterne per il gasolio e li conduce in un campo di detenzione. Il contatto tra gli eritrei e padre Moses è nel frattempo attivo. Il parroco, seguendo la pista dei suoi connazionali, scopre che nel campo ci sono anche somali, etiopi e sudanesi. A tutti la stessa la stessa minaccia: o pagheranno 8.000 dollari o verranno giustiziati. “I trafficanti – racconta padre Moses – minacciano di asportare un rene a chi non può pagare il riscatto”.
Ora ecco le responsabilità dell’Italia. Per quale motivo a quei cittadini eritrei non è stato assegnato lo status di richiedente asilo politico? E come mai gli accordi tra Italia e Libia non hanno imposto al Paese di Gheddafi il rispetto per i migranti? Secondo l’Unhcr nei centri di detenzione libici si pratica abitualmente “la persecuzione, tortura, uccisione e abbandono nel deserto ai confini con altri Paesi africani di numerosi rifugiati”. E chi, se non l’Italia, consegna ai libici i migranti? E perché il nostro governo tace, se non per timore del blocco immediato di rifornimenti di gas e petrolio da parte di Gheddafi?
Davide Falcioni

non capisco.se avviene in qualsiasi parte del mondo l’italia si deve attivare per l’accoglienza?l’articolo sembra pretestuoso.
Ma scusate un attimo come potete dire che questo fatto in eritrea viene SURCLASSATO dal caso della giovane yara come se questo fosse un banale fatto di cronaca???????
Semplicemente per questo motivo: quante volte hai sentito parlare degli eritrei rapiti nei nostri tg? Quante volte hai visto trasmissioni dedicate al problema dei respingimenti in Libia? E quante volte invece hai visto opinionisti di ogni tipo parlare di tutti i fatti di cronaca nera degli mesi?
Ecco perché ho utilizzato quell’espressione
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