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Denunciano la mafia e lo Stato li abbandona

Autore: . Data: venerdì, 3 dicembre 2010Commenti (0)

Ieri Ignazio Cutrò e Valeria Grasso, due imprenditori e testimoni di giustizia, si sono incatenati al Viminale. “Lo Stato ci ha abbandonato”, hanno detto.

“Lo Stato italiano mi ha prima usato per istruire un processo al gotha mafioso del bivonese e della bassa quisquina e poi mi ha abbandonato al mio destino. Ora basta, fino a quando non mi sarà restituito il mio lavoro, la mia sicurezza e la mia dignità di imprenditore che ha denunciato Cosa nostra, io rimarrò incatenato davanti al ministero dell’Interno. Se la mafia non mi ha ancora ucciso allora mi lascerò morire di fronte all’indifferenza delle istituzioni”, ha detto Ignazio Cutrò.

Il testimone poi ha aggiunto: “Finchè il ministro dell’Interno non ci riceverà e non ci metterà per iscritto che risolverà i problemi, che prima di schierarci con lo Stato non avevamo, noi rimarremo qui, incatenati, per tutto il tempo che servirà”.

Per tutta risposta il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, ha precisato che “il sistema di protezione per i testimoni di giustizia è operativo, per legge, solo su richiesta delle procure della Repubblica che utilizzano le dichiarazioni degli stessi testimoni. Le richieste sono poi valutate dalla Commissione sui programmi di protezione, che presiedo. Fino a oggi – ha insistito – nessuna richiesta di ammissione a programma è stata formulata nei confronti nè di Cutrò nè di Grasso. Pertanto nulla può la Commissione sui programmi di protezione, in assenza di un’attivazione dell’autorita’ giudiziaria”.

I due imprenditori non accettano la posizione burocratica di Mantovano e il deputato dell’Idv, Francesco Barbato. che li sostiene, dopo aver reso noto che durante la protesta Cutrò si è sentito male, ha ribatito: “Siamo in attesa di una risposta dal ministro Maroni”.

Valeria Grasso, da parte sua ha spiegato: “Non vorrei convincermi anch’io che denunciando i miei estorsori, esponenti del clan Madonia che taglieggiavano la mia palestra, abbia fatto il più grande sbaglio della mia vita”. “Prima lavoravo – ha continuato la donna – avevo tantissimi clienti e gestivo due palestre. Poi ho trovato il coraggio di denunciare le vessazioni che subivo da parte della mafia e in un sol colpo la cosca è stata smantellata”, ma “io ho perso tutto”, “ho scritto alle più alte cariche dello Stato e sono stata ignorata, come se fossi trasparente”. “Per questo oggi sono qui davanti al Ministero dell’Interno in catene. Mi rimane solo la mia dignità e per questo non andrò via finchè lo Stato non mi ridarà la mia vita e il mio lavoro”.

il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, da commentato così la vicenda: ”I testimoni di giustizia sono una risorsa preziosa per la lotta alla mafia, ma questo governo si ostina a mortificarli. Si tratta di cittadini onesti che hanno dato un contributo importante nella lotta alla mafia e contro l’illegalità. Lo Stato non può prima usarli e poi abbandonarli al loro destino”.

”Abbiamo più volte proposto – ha proseguito Lumia – in Commissione antimafia provvedimenti per dare loro il sostegno e la stabilità che le istituzioni devono garantire a tutti coloro che denunciano il crimine. Il governo, però, si è sempre rifiutato di prenderli in considerazione, malgrado fossero ampiamente condivisi. Ripresenteremo ancora una volta tali provvedimento e sfideremo l’esecutivo ad essere più coerente con i proclami e la propaganda a cui ci ha abituato”.

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