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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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Dagli al ’68! La restaurazione dei bari

Autore: . Data: venerdì, 31 dicembre 2010Commenti (5)

Riforma universitaria, accordi Fiat, esternazioni del Papa, dictat di Berlusconi: sembra arrivata la resa dei conti. L’obiettivo è cancellare le conquiste di quegli anni per tornare all’Italietta bigotta che censurava persino le gemelle Kessler.

Il mio primo ricordo ‘politico’ è molto netto. Era l’ora di Carosello del 22 novembre del 1963, quando l’unico canale televisivo italiano trasmise una notizia terribile: a Dallas, una allora lontanissima e misteriosa città del Texas, era stato assassinato il presidente americano John Fitzgerald Kennedy. Il Dumont di casa, un armamentario enorme come erano allora i televisori, rigorosamente in bianco e nero, fece ascoltare la voce dell’eccentrico e bravissimo corrispondente della Rai dagli Usa. “Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando” si presentò come sempre il giornalista, che subito dopo raccontò dello sparo e delle ore di agoscia che l’intero popolo statunitense stava vivendo e cercò di spiegare cosa fosse successo a JFK. L’attentato era avvenuto alle 12.30, le 19.30 italiane, e non si capiva molto della dinamica dei fatti. Le immagini non c’erano e Antonello Marescalchi, Gianni Granzotto, lo stesso Orlando e qualche altro reporter dell’azienda pubblica dovevano commentare come potevano. Quella sera, bambino, fui mandato a letto tardi, perchè i programmi erano stati sospesi ed andavano in onda le edizioni straordinarie del Telegionale, come si chiamava quel notiziario ‘assoluto’ e senza numero. Era cominciata la ‘battaglia d’America’.

Pochi anni dopo il rock, la guerra del Vietnam, la lotta contro la segregazione razziale e la voglia di cambiamento dei giovani eredi dei beatnik cominciarono ad agitare le acque oltre oceano e l’Europa, il Sudamerica ed il Giappone sentirono il clima di rivolta che arrivava dagli States.

La mia prima manifestazione fu quella del 4 ottobre del 1968, ed ancora una volta fu un avvenimento accaduto dall’altra parte dell’Atlantico a farmi partecipare. Nella notte a Città del Messico, a piazza di Tlatelolco, le truppe del presidente Gustavo Diaz Ortaz avevano sparato contro gli studenti ‘contestatori’. Non si è mai saputo quanti ragazzi furono uccisi, certamente alcune centinaia.

In gan parte del pianeta i giovani che amavano “i Beatles ed i Rolling Stones’, la ‘Summer of love’ di San Francisco, le stoffe psichedeliche, il randagismo hippie e che avevano cominciato ad innamorarsi dell’idea di poter cambiare il mondo si stavano ‘svegliando’. Nel maggio di quell’anno la Francia era stata travolta dal vento incontrollabile della volontà di ‘nuovo’ e persino il potere del padre padrone della Repubblica, il generale Charles de Gaulle, era finito in briciole.

In tutt’Italia si decise di protestare per l’eccidio messicano, anche nel Sud profondo, a Bari dove vivevo e studiavo a quel tempo. Marciammo in poche decine per le vie del centro e decidemmo di organizzare uno sciopero nelle scuole medie superiori e all’università. Ero appena arrivato al ginnasio, per me tutto quel tumulto ideale ed emotivo era un mistero affascinante.

La mattina del 7 o dell’8, non ricordo bene, andammo a scuola, il liceo ‘Orazio Flacco’, per mettere in atto il nostro piano. Sulle scale trovammo i fascisti della ‘Giovane Italia’, l’organizzazione giovanile del Msi (il partito di Almirante, Fini, Gasparri, La Russa, Alemanno, ecc), che avevano messo una bandiera tricolore per terra e con modi spicci e violenti ci impedivano di parlare agli altri studenti, spingendo tutti nell’istituto come fossero pecore. Erano minacciosi e gridavano. Molti ragazzi ebbero paura ed entrarono. Io stesso inesperto e gracilino fui buttato con la forza dentro il portone. Nonostante fossi nell’edificio’ mi rifiutai di partecipare alle lezioni e subito finii dal preside, che con poche parole secche mi disse di non tollerare in nessun modo alcuna insubordinazione. Tantomeno scioperi o assemblee.

Fascisti e ‘autorità’ erano dalla stessa parte, pensai. Non gli importava nulla dei miei sogni, del mio dolore per i coetanei messicani ammazzati, della mia voglia di discutere di cosa stava succedendo in Vietnam, della scuola che non mi piaceva per nulla, mi annoiava, mi imponeva di studiare cose che trovavo del tutto inutili e per altro insegnate in modo insopportabile.

Nel giro di qualche giorno la mia esistenza si trasformò radicalmente. Imparai cosa fosse il ‘black power’, scoprii l’esistenza di Berkeley e i nomi di Rudi Dutschke, Daniel Cohn-Bendit, Mario Capanna, Charles Wright Mills, lo Zengakuren, Herbert Marcuse, Angela Davis, Elridge Cleaver, Malcolm X, Adam Michnik, Joan Baez, Bob Dylan, Mao Tse Tung, Martin Luther King, Ho Chi Minh, il generale Giap e tanti altri mi diventarono familiari. E sapevo a memoria ‘We shall overcome’: “We shall overcome, some day. We shall live in peace, some day”, “Avremo ragione un giorno. Vivremo in pace un giorno”.

Ci riunivamo in una sezione del Pci, passando lunghi pomeriggi a parlare. Alcuni criticavano quel partito, l’Unione Sovietica, preferivano il corso cinese della ‘rivoluzione culturale’, altri studiavano l’unicità di Gramsci e Togliatti. Tutti sapevamo bene il valore dell’antifascismo, della democrazia, della libertà. Sui muri le fotografie dei partigiani, dei fratelli Cervi, dei ragazzi con le magliette a striscie di Genova. Nessuno accettava il burocratismo di quei ‘comunisti’ vecchi, moralisti e non di rado bigotti ed erano pochissimi quelli che ascoltavano i funzionari di partito, il segretario della Federazione. Per noi erano eguali a tanti ‘impiegati del catasto’, sempre pronti ad accettare le decisioni del ‘capo’ di turno senza fiatare. Ma rispettavamo quella bandiera rossa, la storia che raccontava, le terribili sofferenze che i militanti ed i dirigenti del Partito comunista avevano patito durante il fascismo ed anche dopo la fine della guerra.

Cominciammo ad occupare le scuole, a chiedere una riforma, a proporre nuovi programmi di studio, ad avvicinarci agli operai che volevano diritti nelle fabbriche. E sulla nostra strada trovavamo i soliti neofascisti, spesso rozzi ed ignoranti, sempre più armati di mazze e di catene (ed a volte di pistole e coltellacci), che arrivavano e ci picchiavano, quasi sempre ‘tollerati’ dalla polizia politica che fermava noi e lasciava andar via loro indisturbati.

Ho preso tante botte in quegli anni, senza dare mai neppure uno schiaffo. Telefonavano la notte terrorizzando i miei genitori, incendiavano la mia macchina, ci costringevano a camminare guardandoci alle spalle. A quel tempo due adolescenti che si baciavano per strada erano uno scandalo, parlare di sesso era impensabile, le donne al volante erano considerate una calamità. Piano piano, durante le occupazioni, nei ‘controcorsi’,  nella confusione delle assemblee, la distanza ‘di classe’ che divideva i giovani degli istituti tecnici da noi del liceo classico, i più poveri dai più ricchi, svanì. Nascevano amori spensierati e passioni travolgenti, il tarlo della ‘gelosia’ si stava dileguando, le donne erano finalmente rispettate, molte di loro erano leader del movimento in un Paese nel quale anche a sinistra le mogli era meglio farle rimanere a casa. Litigavamo furiosamente con famiglie disperate per i nostri capelli lunghi e per i vestiti strani. Cominciammo ad andare all’alba, prima di entrare in aula, davanti alle fabbriche quando cominciava il primo turno, per distribuire i volantini, conoscere gli operai, scoprire cosa fosse il mondo del lavoro.

In parecchi lasciarono presto il Pci per fondare altri partiti ormai scomparsi: Potere Operaio, Avenguardia operaia, Unione del comunisti marxisti-leninisti, Lotta Continua, Partito comunista marxista-leninista-maoista, Partito comunista d’Italia marxista-leninista. Altri ancora si trasformarono semplicemente in ‘Movimento studentesco’. La sinistra ‘extraparlamentare’ si ammalò rapidamente di ideologismo, invocava persino il nome del criminale Stalin, elaborava perverse forme di burocratismo che neppure in Unione sovietica erano capaci di immaginare. Ma le ragazze ed i ragazzi della ‘base’, quelli che venivano ai cortei, che non erano ‘l’avanguardia’, ma si sentivano semplicemente al centro di un mutamento immenso, per fortuna erano più intelligenti e leggevano Sartre e Pavese, Hikmet e Baudelaire, Ginsberg e Kerouac. Ascoltavano musica e si preoccupavano moltissimo per le insistenti voci di dissidi tra i quattro di Liverpool, i Beatles. Nei cineforum che si moltiplicavano ovunque si subivano ‘La corazzata Potëmkin’ della rivoluzione sovietica, i film di Tziga Vertov o ‘La fabbrica parla’, un polpettone terribile sulla Fiat. Ma tutti andavano a vedere ‘Il Laureato’, amavano la ‘Duetto’ Alfa Romeo ‘Osso di seppia’ rossa di Ben-Dustin Hoffman, ammiravano l’immoralità della signora Robinson-Anne Bancroft, applaudivano quando Elaine-Katharine Ross, fuggendo da un matrimonio ‘borghese’ si liberava dei suoi inseguitori grazie a Ben, che con un crocifisso chiudeva la porta della chiesa in faccia alla ‘famiglia’ della sposa. Stavamo scoprendo che il bau bau del ‘peccato’ con il quale ci avevano riempito la testa era una colossale panzana.

Agli ‘adulti’ quel ’68 faceva paura, perchè apriva le menti e le coscienze. Uomini che piangevano e donne che guidavano cortei, coppie ‘aperte’ e ‘sesso’ senza ‘colpa’. Cose mai viste. Ci lasciarono costruire il nostro ‘esperimento’ per poco. Poi tutto cominciò a finire il 12 dicembre del 1969, quando le bombe esplosero contemporaneamente alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, in un sottopassaggio vicino via Veneto, al museo del Risorgimento ed all’Altare della Patria a Roma. Era cominciata la ‘strategia della tensione’, assecondata dal bagaglio demagogico di quella che presto si sarebbe chiamata ‘Maggioranza silenziosa’. La Dc inventò gli ‘opposti estremismi’, mettendo sullo stesso piano ragazzi forse un po’ confusi, ma pieni di speranze, e bande violente di estrema destra. E imbastivano trame i generali golpisti, alcuni politici abbarbicati al passato, i servizi segreti italiani e americani.

Rimestavano come potevano per bloccare il ‘pericolo comunista’. A sostenerli c’era la piccola e media borghesia, specialmente quella meneghina ed i bauscia, che temevano le conquiste operaie, la “piazza rossa”, i “capelloni” e gli “studenti contestatori”. Falangi di ‘benpensanti’ che invocavano barbieri e sfumature a spazzola e non sapevano neppure chi fosse Picasso.

I fascisti scatenati e gli ancora oggi misteriosi attentati travolsero rapidamente ‘la fantasia al potere’ ed il ‘fate l’amore e non la guerra’ di molti giovani ‘rivoluzionari’. La violenza prese il posto delle idee e degli ideali e l’assurda tesi dell’autodifesa inquinò il ‘movimento’, facendolo cadere nel tranello. Intanto, i governi democristiani mettevano le mani sulla scuola pubblica non certo ascoltando le proposte degli studenti. La struttura rigida dell’istruzione nazionale pensata da Giovanni Gentile durante il fascismo e lasciata immutata per decenni fu modificata solo in parte. Si consentì l’accesso alle facoltà universitarie per tutti e non solo per chi proveniva dai licei, si cambiarono le modalità con le quali erano organizzati gli esami, ma i programmi di studio rimasero gli stessi o quasi. Solo i libri di storia cambiarono, ma gli insegnanti no. L’idea di avere una didattica ‘intuitiva’ e ‘pragmatica’, laboratori e tecnologie furono argomenti neppure presi in considerazione. Nelle fabbriche si affermarono alcuni diritti, ma i sindacati si impegnarono subito nel ‘controllo della base’, per evitare qualunque slancio eccessivo verso il libertarismo.

Così per uno scherzo malvagio della storia il vento del cambiamento fu ‘catturato’ dai conservatori di destra e sinistra e trasformato in un’energia ‘nefasta’, che in nome della difesa della ‘tradizione’ consentiva alle oligarchie di ogni parte di sviluppare ulteriormente il proprio potere.

La bella speranza di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi italiani era diventata il mostro da sconfiggere, a tutti i costi. Quel sogno di un mondo di eguali, di persone libere e sincere, pacifiche e fantasiose, sensibili e senza pregiudizi, innamorate di un futuro senza guerre, prive dell’ ossessione per il denaro e decise a fermare gli oppressori doveva essere stroncato, senza fare progionieri. E così fu: una scia initerrotta di tentativi di colpi di stato, trame nere, omicidi, campagne di stampa e repressione nutrì l’ignoranza politica di non pochi ‘gruppettari’ (i militanti dell’ultrasinistra) che scegliendo la stessa strada di violenza dell’avversario segnarono la fine dell’illusione.

Ma quella gente, i sicari di destra e quei presunti militanti di sinistra che impugnavano manici di badili nulla avevano a che fare con il ’68. L’underground ‘culturale’ di quel movimento era fatto di un’altra pasta: percepiva la necessità di affermare nuovi valori ed una nuova morale, immaginava un diverso sistema di sentimenti, un altro modo di intendere le relazioni personali, credeva nella pace e nella non violenza.

Gli effetti di quel ‘sentire sotterraneo’ ci sono stati e sono stati importantissimi. La ‘morale comune’ ed il ‘bigottismo provinciale’ dell’Italia democristiana e post fascista cessarono di essere egemoni, arrivarono in Italia il divorzio, l’aborto, un nuovo modo di intendere i diritti civili e politici, le donne non furono più delle macchinette utili solo per generare figli e curare la casa.

E questo oggi si vuol distruggere definitivamente. Dopo trent’anni di televisione spazzatura, cinepanettoni, devastazione della scena culturale nazionale, affermazione di modelli superficiali e sottomessi adesso è il momento della ‘liquidazione’ finale. Non perchè ce ne sia realmente bisogno, ma per un principio di rivalsa quasi psicotico, per la necessità di riaffermare l’aberrazione del potere per il potere, per restaurare ‘contro’. Eppure non c’è nulla da difendere, perchè il Paese è distrutto dalla crisi e dalla lunga stagione devastante del craxismo e del berlusconismo.

Così da Ratzinger a Gelmini, da Berlusconi a Gasparri, Bonanni, Fassino, Sacconi, Brunetta, Ichino e chi più ne ha ne metta il fronte dei grandi nemici del ’68 è all’opera.

Non c’è nulla che possa fermarli se non lo spirito di quel ‘fenomeno’ che si vuol distruggere: la fantasia al potere, il divieto di divieto, la speranza appassionata di poter costruire un mondo nuovo, pacifico ed egualitario.

Riuscirà lo spirito del sessantotto a sopravvivere ed a salvare questo Paese come in quella stagione lontana lo cambiò? Uccidendo quegli anni si seppellirà definitivamente e per decenni un’esperienza di progressismo senza precedenti, nella quale si contestava il ‘modello’, si criticava l’indispensabilità del ‘consumismo’, si negava la ‘morale’ imposta dal potere, ma che per se stesso quello stesso potere trasgrediva ogni minuto.

Il berlusconismo trionfante e la scomparsa della sinistra non offrono alcuna possibilità di uscire dalle sabbie mobili nelle quali stiamo affondando. Ricordare ed innovare è l’unica arma democratica per non celebrare il successo del ‘Grande Fratello’ e poi morire. Per la salvezza del Paese.

Roberto Barbera

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Commenti (5) »

  • davide ha detto:

    articolo stupendo

  • Alessandro ha detto:

    Molto interessante, era tempo che non sentivo un racconto così.
    Sono nato nell’84, perciò ho molto ascoltato le storie dei più grandi, col rispetto per chi “ha visto di peggio”.

    Non posso che passare questo film: http://blip.tv/file/4387474
    Destra e sinistra, infine, sono semplicemente dei mezzi per “farci governare da soli” (divide et impera).
    Ha senso servire?

  • tino ha detto:

    C’è un “2009″ al posto di un “1969″ ed è il caso di correggerlo prima che qualcuno lo riporti così com’è, ma è bello l’articolo sul ’68.

    Aggiungo che il ’68 non è affatto morto e che gran parte dei nostri comportamenti quotidiani vengono da lì. E che se i più giovani capissero in quale merda vogliono portarli gli affossatori del ’68, allora il livello dello scontro si alzerebbe ancora di più. Ma ho l’impressione che molti di loro lo abbiano già capito o che ci stiano arrivando.

    Il ’68 va difeso anche da coloro che l’hanno tradito. Idem con la “sinistra”: ridotta ai minimi termini presso l’opinione pubblica da gente che ne ha usurpato l’identità in partiti senza democrazia e nello zoo dei Vespa e dei Costanzo.

    Questo avviene anche perché, nel labirinto della disinformazione, la gente finisce con non conoscere il significato delle cose, ma solo la faccia di coloro che, dalla controparte, vengono scelti a rappresentarle. E così il giudizio dei più sulla sinistra e sul ’68 è stato falsato agitando sui loro schermi tragici fantocci.

    E’ ora di dire che Sinistra e ’68 non devono “essere rappresentate” da qualcuno. Perché Sinistra e ’68 “sono” milioni di persone e di idee. Ed è ora di dirlo a muso duro a giornalisti disinformatori, a chi li paga e, prima ancora, a fantocci ed aspiranti tali.

  • Andrea 79 ha detto:

    Signor Barbera, capito per caso sul suo articolo e vorrei non averlo fatto. Ascoltare ancora questa retorica mi deprime, la trovo volgare, presuntuosa, e soprattutto bugiarda. La sua generazione ha distrutto la mia, ha distrutto quella dei suoi figli e ha distrutto un pezzo di mondo al posto del quale non ha saputo metterci nulla di buono, e sopratutto nulla di bello. Si vergogni del suo passato Barbera, e non pensi che io sia violento nel dirle questo, pensi piuttosto a quanto di peggio lei avrebbe detto, e certo ha detto, ai suoi maggiori, rei soltanto di non avere interesse nei suoi sogni e nei suoi capricci. Barbera, vorrei non scriverle questo, ma ne avverto la necessità. Adesso che siete voi al potere vi inventate nuovi nemici, chi a quel tempo dava bastonate è pronto oggi a far diventare reato anche una parola o un’opinione. La sua generazione ha mandato in disgrazia l’Europa, ed ha perfino il coraggio di lamentarsi. Io maledico lei, Barbera, e maledico i suoi vecchi amici “che rispettavano quella bandiera rossa”, la più disumana e criminale che sia sventolata su questa povera terra. Se fossi legato a quella “educazione” che voi giovani del ’68 avete impartito ai vostri figli, sarei allora anche capace di prenderla a parolacce Barbera, ma non lo farò, perché ho ripudiato la sua educazione.

  • redazione ha detto:

    Ci sono casi in cui ai commenti è più giusto sostiuire la pietà che è giusto manifestare verso chi parla senza conoscere. E questo lettore, poverino, ha davvero bisogno di aiuto.

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registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008