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Berlusconi in panne e gli altri in delirio

Autore: . Data: lunedì, 20 dicembre 2010Commenti (0)

Il quadro politico è sempre più deteriorato. Il Paese affonda ed il Palazzo è impegnato in una rissa interna senza prospettive. Gli italiani sono abbandonati a se stessi e Vendola scompagina il centro sinistra ed il Pd.

La situazione è diventata surreale. Dopo l’inutile voto sulla sfiducia, che ha dato una maggioranza al governo di sole tre schede alla Camera, ovvero un margine che non consente di governare specialmente nelle commissioni parlamentari, il Cavaliere è impegnato in una campagna acquisti dai risultati concreti dubbi, ma certamente discutibile sul piano morale. Perchè parlamentari che saltano come stambecchi da un partito all’altro non offrono certo un esempio di moralità. Dal Pdl al Pd, compresi Di Pietro ed Udc, tutti hanno perso eletti dal voto del 2008. Meno la Lega che essendo un partito monarchico (nel quale il Capo Bossi è arrivato persino a far eleggere il figlio chiamato da lui stesso ‘il trota’) nessuno sfugge al controllo dell’appartenenza.

Mentre il premier è occupato col suo personalissimo Parlamento-mercato, gli altri ex soci del Cavaliere si industriano in oziose operazioni irragionevoli. Fini, sconfitto il 14 dicembre scorso, insieme a Casini, La Malfa, Guzzanti, Mpa del governatore siciliano Lombardo e Liberaldemocratici hanno dato vita al ‘Terzo Polo’ insieme al ‘pentito’ ex Pd, Rutelli. Conglomerato bizzarro, sembrerebbe di centro e proporzionalista, ma con un nutrito gruppo di ex neofascisti più o meno ravveduti, favorevoli al maggioritario e persino alla repubblica presidenziale. Insomma un rassemblement di laici e supercattolici, appassionatamente mescolati tra loro ed in disaccordo su tutto, tranne che sul principio centrale di non farsi sbatter fuori dal Parlamento in caso di nuove elezioni anticipate dal caterpillar del Pdl.

Nel centro sinistra, poi, la situazione ricorda una festa di carnevale. Bersani, che sembrava in un primo momento ‘attento’ a quello che resta della sinistra ‘radicale’ e non del tutto ostile a Di Pietro, si è ‘corretto’ improvvisamente ed ha aperto ai terzopolisti, arrivando persino a mettere in dubbio la sensatezza delle primarie, fatto che ha subito scatenato le ire dei sostenitori del più inefficiente sistema di selezione del personale politico che la democrazia italiana abbia mai partorito.

Pier Ferdinando Casini ha subito fatto sapere al segretario del Pd: “Noi siamo destinatari di offerte che non ci interessano da una parte e dall’altra, non siamo sul mercato, ma apprezziamo l’autocritica”. Anche il finiano Della Vedova, da giovane radicale, non è stato tenero: “Proposta seria, ma siamo impegnati in un progetto alternativo, anche al centrosinistra”.

Ma il più imbufalito per la giravolta di Bersani è Vendola, che ha subito capito che le nuove ipotesi del segretario del Pd potrebbero far naufragare tutta a sua strategia. Il governatore della Puglia, anche se a molti non appare chiaro, segue una linea di pensiero non molto dissimile da quella di Berlusconi. Per lui esiste un rapporto diretto leader-popolo che prescinde dalle regole della democrazia rappresentativa. Le primarie allora diventano, per il fondatore di Sel, un meccanismo attraverso il quale forzare la centralità dei singoli partiti e quindi sono irrinunciabili.

Infatti ieri Vendola ha detto: “Sinistra ecologia e libertà è un conto: alle Europee era un partito neonato e anche in Puglia si ferma al 10 per cento, ma io le primarie in Puglia le ho vinte con il 70 e soprattutto ho vinto le elezioni politiche per due volte contro il centrodestra e ho dovuto, per sconfiggere il centrodestra, per due volte battere il centrosinistra, battere il moderatismo, il politicismo, l’attitudine a essere soltanto sistema di potere e non una trazione di cambiamento”. Quindi ha aggiunto: “Se io ho solo il milione di voti delle Europee di cosa si spaventano? Facciamole le primarie. La cosa che non funziona è l’idea che io debba essere messo in un angolo con l’etichetta della sinistra radicale: io non so più cosa significa sinistra radicale e sinistra riformista”. Per Prodi, ha spiegato, le primarie sono state un “lievito” ed hanno assunto il ruolo di punto di fusione tra cittadini e capo.

Ricalcando il cliché del Cavaliere, il governatore pugliese ha descritto l’elettorato di centro sinistra come “un unico grande popolo che ci chiede unità”, evitando di rilevare che sono molti gli orientamenti presenti in quella parte politica.  Per Vendola “bisogna che definiamo qual è l’idea di società che vogliamo”, ma invece di cercare a mediazione tra le diversità, bisogna a suo parere costruire un “cantiere in cui tutti, e Casini è il benvenuto, arricchiscono una cultura riformatrice di cui il Paese ha bisogno”. A Fini, però, le porte sono chiuse: “Come può il centrosinistra, per salvare il Paese, dire di volersi alleare con uno che vuole rifondare il centrodestra?”.

Il leader di Sel pensa ad un processo di progressiva omologazione del complicatissimo schieramento di opposizione al presidente del Consiglio ad un misterioso agglomerato nel quale mettere ‘le idee’ in un secondo momento e comunque centrato sulla figura di personaggio (lui stesso) scelto direttamente dai partecipanti alle primarie.

Le aperture di Bersani al ‘Terzo Polo’ e le incursioni di Vendola hanno, tanto per cambiare, fatto surriscaldare il dibattito nel Pd. Enrico Letta, sostenendo il suo segretario, ha accusato Vendola di “pensare solo a se stesso” ed ha aggiunto: “Per vincere serve un nuovo Prodi, non un nuovo Bertinotti. Bersani è il nostro candidato naturale. La linea di queste settimane, che tiene i piedi ben piantati nel disagio sociale e guarda a una prospettiva di alternativa di governo, è un passaggio coraggioso”.

Dario Franceschini, da parte sua, ha rilanciato l’idea di un ‘nuovo’ Comitato di liberazione nazionale. Per il capogruppo del Pd alla Camera “a una situazione di emergenza si dà una risposta di emergenza e allora penso che si possa fare un pezzo di strada anche con persone e con forze politiche che vengono da storie politiche diverse dalle nostre, ma che possono condividere con noi un percorso di normalità per nostro Paese”. “Siamo al livello massimo di emergenza democratica, i rischi sono fortissimi. Prendiamo un insegnamento dalla storia: i nostri padri, prima di fare le lotte partigiane, non si domandavano ‘sei per la monarchia o per la Repubblica?’. Prima liberarono il Paese e poi iniziarono il confronto politico. Dobbiamo ragionare allo stesso modo”, ha aggiunto.

“I momenti più difficili – ha avvertito Franceschini – più rischiosi per tutti i sistemi che hanno delle pulsioni autoritarie dentro, e non c’è dubbio che Berlusconi ha dentro di sé delle pulsioni autoritarie, i momenti più difficili sono quando arriva il momento, si avvicina il momento di andarsene a casa. Lì ci sono i colpi di coda, e per questo nelle prossime settimane, nei prossimi mesi dovrà essere massima la nostra vigilanza democratica”.

Infine l’ex segretario del Pd si è detto convinto che anche dopo la fine del berlusconismo “la fase di ricostruzione dovrà essere necessariamente gestita da un arco di forze largo” e avrà bisogno di “persone che vengono da storie diverse. Anche se vincessimo noi le elezioni forse non avremmo da soli le forze per fare quello che serve”. Uno scenario di questo genere “è difficile per noi ma è difficile anche per loro, non sappiamo – ammette – come risponderanno a questa nostra proposta di responsabilità: è difficile per Fini, è difficile per Casini, è difficile per Vendola, perché tutti veniamo da storie diverse ma penso che sia il momento di far prevalere l’interesse generale”, ha concluso Franceschini.

Però Civati, dell’area ‘rottamatori’ ha ‘espulso’ Bersani dal partito: “Il segretario, in una sorta di autoscissione, si è posto al di fuori dei confini politici e culturali del Pd. Anche se poi si è un po’ rimangiato quello che ha detto” ed ha continuato con linguaggio calcistico-giovanilista: “Non lamentiamoci se Vendola lancia la sua campagna. Ma al leader di Sel stiamo facendo una quantità di cross che non finisce più. Poi il ragazzo è talentuoso, la butta dentro”.

Un simpatizzante del partito ha scitto a Bersani: “Caro segretario, ma come vuole che le si venga appresso, se continuiamo con questi antichi giochi: un giorno parliamo con Vendola e ci facciamo una salitina sui tetti per verificare l’assurdo disagio dei giovani (ma non solo), un altro chiamiamo alle armi Casini che neanche fa finta (sic… ) di interessarsi. Un altro giorno facciamo finta di niente per non far arrabbiare il Fioroni di turno che se non sente odore di centrismo assoluto e di incenso gli vanno le scarpe strette; e non si capisce perchè non vada ad indossarne altre da qualche altra parte. Ma quando viene il tempo di indicare i nostri naturali alleati, di definire con essi una base programmatica adeguata alla penosa situazione nazionale e solo dopo verificare se esiste la possibilità di ulteriori (E REALI) collaborazioni? La frustrazione maggiore consiste nel fatto che il tempo del Pd sembra essere passato invano; l’unico risultato sono i voti, la stima e gli amici persi per strada. Nel berlusconismo di risulta c’è la vostra inadeguatezza e la vostra incapacità nel riconoscere chi davvero soffre di tutto ciò e guarda incredulo i comportamenti di chi si dovrebbe maggiormente interessare ai nostri problemi. Da soli non è possibile governare, ebbene si cominci a riconoscere quelli che sono sicuramente contigui a noi e non a sottostare alle voglie di inciucio peraltro (neanche corrisposto) di qualche dirigente che di danni ne ha fatti a sufficienza per il partito e per l’intero popolo sella sinistra italiana. Siamo davvero stanchi (e non credo sia un plurale maestatis)”.

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