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Accordo Fiat e la dittatura dell’ignoranza

Autore: . Data: giovedì, 30 dicembre 2010Commenti (2)

Azienda, Cisl, Uil ed altri vogliono imporre una regola nuova: chi non firma le intese non ha diritto alla rappresentanza. La democrazia in Italia sta diventando un optional ed anche a sinistra c’è qualcuno che applaude.

Ha detto Piero Fassino sull’accordo Fiat-sindacati per Mirafiori: “Se fossi un lavoratore della Fiat voterei si all’accordo, tuttavia l’azienda deve avvertire la responsabilità di compiere atti per favorire un clima più disteso”.

Alle parole dell’ex segretario dei Ds si sono accodati anche altri, come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino o l’economista Piero Ichino.

Più chiara la posizione di Franco Marini, un tempo segretario generale della Cisl: “Quell’accordo io l’avrei firmato, ma chi è presente in fabbrica con una sua consistenza, ha diritto a non essere escluso. Questo vale anche per l’accordo della Fiat”, ha dichiarato l’ex sindacalista. Bersani, invece, fa l’equilibrista: “Non personalizzo. Non è una questione che riguarda solo Marchionne e la Fiom. L´intesa di Mirafiori conferma la necessità di un accordo di sistema, di regole sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale”.

La discussione sul nuovo contratto firmato a Torino da Marchionne, Cisl, Uil ed altri è complessa e comunque non sembra interessare molto i cittadini. Tra le forze politiche c’è chi pur dissentendo non ha alcuna intenzione di chiamare ‘la ggente’ almeno allo sdegno per una idea delle relazioni sindacali che avrebbe dovuto spingere le forze democratiche di tutti gli schieramenti a respingere un principio di fondo che nega l’essenza stessa della democrazia. La Fiom infine sciopera innalzando le bandiere della contestazione globale.

In base all’intesa le organizzazioni dei lavoratori che non hanno accettato la piattaforma finiscono fuori dallo stabilimento e non sono previsti più i ‘delegati di fabbrica’. Niente più elezioni, saranno le oligarchie sindacali a scegliere i propri rappresentanti e la Fiom-Cgil non farà neppure quello. Contro il nuovo contratto non sarà possibile protestare o astenersi dal lavoro, perchè chi lo farà potrebbe essere anche licenziato. Infine, le quote di iscrizione al sindacato non saranno più versate direttamente alle organizzazioni dall’azienda, ma dovranno essere i singoli lavoratori a ‘saldare’ personalmente il conto.

Sul ‘Corriere della Sera’ ha scritto Angelo Panebianco: “C’è qualcosa che accomuna l’opposizione della Fiom all’accordo Fiat-sindacati su Mirafiori e quella del Partito democratico alla riforma Gelmini dell’università, appena varata dalla maggioranza di governo. Sono le due più recenti manifestazioni di quella strenua difesa dello statu quo in qualunque ambito della vita sociale, politica, istituzionale, che è ormai da tempo la più evidente caratteristica della sinistra italiana, nella sua espressione sindacale come in quella politico-parlamentare. Si tratti di scuola, di rapporti di lavoro, di magistratura, di revisioni costituzionali o quant’altro, non c’è un settore importante della vita associata in cui il conservatorismo della sinistra non si manifesti con forza”.

Il commentatore del quotidiano milanese potrebbe anche aver ragione, a patto di comprendere il significato di “statu quo”. Se vuol dire non saper elaborare una politica che permetta la realizzazione di riforme in grado di allargare i diritti, di colmare le distanze tra ricchi, meno ricchi e poveri, di affermare la laicità dello stato nel rispetto delle convinzioni religiose di tutti, di smantellare gli intrecci tra lobby e partiti, di moralizzare la vita nel Palazzo, allora Panebianco avrebbe ragione. Il problema, però è che lo ‘statu quo’ di questo Paese si è definito negli ultimi decenni in un Far West dal quale sono stati espulsi progressivamente gli sceriffi fino a quando sono rimasti liberi solo i bari.

Il notista del ‘Corriere’, allineandosi con la visione di non pochi ‘riformisti’ del Pd, ritiene che la sinistra parlamentare sia ‘conservatrice’ perchè ha “nostalgia per la cosiddetta Prima Repubblica”, intesa come “nostalgia per i tempi in cui la sinistra era rappresentata da un grande partito il Pci, rispettato e temuto da tutti, capace, pur dalla opposizione, di influenzare potentemente la vita pubblica e i costumi collettivi. Non avendo mai fatto davvero i conti con la storia comunista, la sinistra italiana, o ciò che ne resta, non ha saputo nemmeno fare i conti con tutto ciò che non andava nella Prima Repubblica. Ha finito per idealizzarla. Solo così si spiega il fatto che la sua opposizione alla destra sia sempre stata improntata al seguente ritornello: sono arrivati i barbari, i quali stanno distruggendo tutto ciò che di buono avevamo”.

Per Panebianco “era così buono ciò che avevamo?”. “No, non lo era” ha risposto a se stesso il giornalista aggiungendo che “c’è chi pensa che il conservatorismo della sinistra venga da lontano, sia una eredità di quella incapacità di fare i conti con la modernità che caratterizzava il vecchio Partito comunista: fu proprio in polemica col Pci, oltre che con la Dc, che i socialisti craxiani si appellarono allora a una idea di modernità che avrebbe dovuto far circolare in Italia aria nuova”.  Infine il commentatore ha concluso: “Forse il discorso di Walter Veltroni al Lingotto, con il quale si inaugurò la segreteria del neonato Partito democratico, è stato l’ultimo tentativo (poi fallito come a suo tempo fallì il tentativo craxiano) di disegnare i contorni di una sinistra non conservatrice. Dopo di che, il nulla. In altri Paesi, sinistre messe alle corde sono state capaci di reagire e di rinnovarsi, di inventarsi idee nuove e proposte. La sinistra italiana ne sembra incapace. Continua a denunciare i barbari per evitare di parlare a se stessa e al Paese di progetti per il futuro”.

L’articolo pubblicato dal ‘Corriere’ è l’esempio mirabile della confusione che regna sui termini e sulla stessa storia nazionale. Il craxismo è stato l’elemento centrale della spirale di corruzione e decadenza che a partire dal congresso socialista del Midas nel 1976, anno dell’elezione di Craxi alla segreteria del partito, ha regalato al Cavaliere il monopolio dell’informazione, preparando il terreno per la ‘discesa in campo’ del portatore del più colossale conflitto di interesse del mondo occidentale. E costui è descritto come un elemento di “aria nuova”.

Peccato, ancora, ma lo ‘statista-latitante’ è stato anche con una parte della Dc il famelico costruttore del debito pubblico, che opportunamente alimentato dai partiti della Seconda Repubblica e da Berlusconi sta affogando l’Italia di oggi. Per non parlare del vuoto pneumatico del pensiero veltroniano, considerato “l’ultimo tentativo” di fondare una sinistra non conservatrice. In realtà, però, l’ex sindaco di Roma è stato il killer che fece cadere il governo Prodi, permise il dilagare definitivo di Berlusconi e, in perfetta sintonia con il centro destra, impose la farneticante logica del bipolarismo, del maggioritario e dall’autosufficenza del Pd, tre delle malattie gravissime  che stanno distruggendo la Repubblica.

Per alcuni il ‘riformismo’, ricetta magica per la fondazione della ‘nuova sinistra’, significa coniugare la modernità con l’ineluttabile bisogno di sviluppo. E siccome il ‘profitto’ è parte integrante dello sviluppo stesso, la crescita del mercato è il totem sul quale si centra qualsiasi ipotesi per il futuro. Il sistema politico, secondo questi bislacchi pensatori, diventa il terreno di caccia per i ‘forti’ e non prevede l’esistenza dei ‘piccoli’, delle ‘sfumature’, dei pensieri ‘minoritari’. E la democrazia come equilibrio che garantisce i diritti di tutti, con in testa i più deboli, dove finisce secondo questi modernizzatori?

L’ignoranza regna sovrana nel campo che racoglie i fautori della strategia ‘riformista’ . Perchè non solo l’Italia, ma il pianeta intero non sono più in grado di reggere l’espansione del mercato e dei consumi e lo strapotere delle superpotenze (militari, economiche e globalizzate). Continuare su questa strada significa espandere non solo i conflitti tra Sud e Nord, ma anche restringere il numero di quei Paesi che oggi sono ancora considerati ‘sviluppati’ e che per ritardi strutturali o culturali sono destinati nel giro di pochi anni ad impoverirsi senza scampo.

L’accordo di Mirafiori è solo uno delle migliaia di capoversi del lungo libro demenziale che non solo non risolverà i problemi della Fiat o dei suoi lavoratori, ma neppure salverà l’ex Belpaese da una catastrofe annunciata ed ormai visibile ad occhio nudo. Tanto evidente che nessuno da noi associa il problemi dell’economia globale a quelli dell’economia nazionale e ripensa al nostro sistema industriale e produttivo tenendo conto dell’innovazione e della ricerca.  I prossimi anni non si giocheranno sul comparto automobilistico o su quello metalmeccanico in generale, destinati presto a ‘trasferirsi’ in Cina, India, Sudamerica o in qualche regione dell’ex Est Europa.

Marchionne ha fatto il suo lavoro. Il manager di formazione canadese rappresenta gli interessi degli azionisti. La sua volontà di ottenere il maggior vantaggio per la famiglia Agnelli e per gli altri soci è parte intrinseca dei motivi per i quali riceve un lauto stipendio. Forse è l’unico incolpevole in questa faccenda.

Diverso è il giudizio che deve essere espresso per i sindacati. Uil e soprattutto Cisl ormai da tempo sono diventate delle organizzazioni misteriose. Gli esperti di questioni sindacali ed i soliti specialisti dell’analisi politica si dilettano in complicate analisi sui nuovi abiti che hanno indossato le due sigle. Tuttavia, più dell’approfondimento dovrebbe essere valutato il comportamento del leader della Cisl, Raffalele Bonanni.

L’uomo ha ‘lavorato’ per solo due anni come manovale, dal 1970 al 1972, per poi diventare un sindacalista a tempo pieno. Non si ha notizia di sue specifiche specializzazioni, di studi al di fuori di quelli compiuti da giovane nella scuola della sua organizzazione, di lauree e di master di alto livello in economia o organizzazione aziendale.

Però Bonanni ha dichiarato: “Quello con Fiat è un accordo importante che garantisce un investimento fondamentale per Torino e per l’Italia. Finalmente si dà un segnale che si può investire nel nostro Paese, con un progetto di grande profilo industriale. Nessun diritto è stato toccato o tagliato, ma ci sono anzi soldi in più in busta paga per i lavoratori e la riqualificazione del sito di Mirafiori. Sono certo che i lavoratori apprezzeranno l’accordo e la posizione responsabile dei sindacati che hanno firmato. Ma faccio un appello alla classe dirigente tutta, perchè sostenga ora le ragioni dell’ accordo e dell’investimento. Loro più di altri dovrebbero conoscere i vincoli della globalizzazione e del mercato internazionale dell’ auto”.

E’ poco chiaro il motivo per il quale l’abolizione del contratto nazionale di lavoro e l’affermarsi di quelli ‘aziendali’ dovrebbe favorire gli investimenti stranieri in Italia. L’arrivo di capitali è determinato da elementi molteplici, come l’efficienza delle infrastrutture, la stabilità politica del sistema, lo stato della ricerca e dell’innovazione, la stabilità del mercato, l’appeal del Paese, le facilitazioni fiscali o burocratiche. Ora, nessuna di queste condizioni è presente da noi.

Solo pochi giorni fa è stata varata una riforma universitaria che ha tagliato importanti finanziamenti all’università, non ha modernizzato nulla ed ha prodotto forti tensioni sociali. Istruzione e formazione, supecompetenze, alto profilo della ricerca in Italia non vanno di moda. Eppure sono i bonus essenziali per mantenere in vita il sistema industriale di un Paese sviluppato. A Bonanni sfugge che nei campi dell’elettronica, delle tecnologie per l’ambiente e l’energia, della ricerca biomedica, delle telecomunicazioni, delle applicazioni digitali o dei brevetti siamo all’anno zero. E sono questi i settori con il maggior tasso di sviluppo e di redditività.

L’dea che la soppressione del principio di rappresentanza ‘per chi non è d’accordo’ non sia un ‘taglio’ dei diritti e che la presunta ‘difesa della fabbrica’ compensi la limitazione della democrazia (con le premesse disastrose dello scenario italiano) descrive più che altro una elaborazione ideologica densa di demagogia e per nulla la volontà di ‘modernizzazione’ del Paese. Bonanni disse il 9 settembre del 2009 a proposito della crisi di Alitalia e dell’arrivo della cordata degli ‘eroi di Berlusconi’ di Cai, chiamati dal premier per evitare il fallimento di Alitalia e salvare 20mila lavoratori: “Firmerò l’intesa, ma mi aspetto che il governo e gli imprenditori coinvolti nell’operazione, soddisfino le richieste che vengono da un sindacato ragionevole come siamo noi”.

Grazie alla sua ‘ragionevolezza’ ed a quella di altri presunti difensori dei lavoratori almeno 9000 persone sono finite in cassa integrazione e non troveranno mai più lavoro, migliaia di addetti dell’indotto sono in mezzo ad una strada, ma quel che più conta è che la nuova Alitalia-Cai non è mai decollata ed oggi da più parti si accenna a possibili nuovi ‘esuberi’ ed alla cessione ai Air France.

In questo quadro desolante, inoltre, non vanno dimenticate le responsabilità della Cgil. Il processo di smantellamento del ‘vecchio’ mondo del lavoro nazionale è in corso da anni, non è stato Marchionne ad inventarlo. I contratti precari, lo sfruttamento intensivo, gli stipendi minimi, le collusioni tra sindacati e vertici delle aziende per ‘proteggere’ i propri iscritti (a scapito dei lavoratori ‘semplici’) o per favorire le carriere di alcuni sono norma in Italia. La separazione tra ‘sindacalisti’, ‘lavoratori’ e ‘cittadini’, inoltre, è ormai profonda, tanto che si è arrivati a coniare un termine apposito per definire la differenza persino di linguaggio tra i ‘funzionari di apparato’ ed i ‘poveri cristi’, lanciando la parola ‘sindacalese’.

La Cgil è la più numerosa organizzazione dei lavoratori, ma è diventata una struttura asfittica, nella quale gli equilibri tra componenti sono prevalenti rispetto alla strategia. Una specie di ‘ministero’, costoso e pachidermico, con aree ideologiche e non portatrici di spinte ideali. Persino l’elezione del nuovo segretario, Susanna Camusso, non è avvenuta nel congresso, ma in seguito, quando gli Stranamore della gerarchia hanno trovato l’accordo.

L’intesa Fiat, insomma, non è solo la Caporetto del sindacalismo e dei progressisti italiani, ma peggio la vittoria dei più stolti. Di quelli che in nome del ‘pragmatismo’ non riescono a guardare al di là del proprio naso e si illudono di poter mantenere in vita un sistema ‘espansivo’ che sta cedendo senza trovare alcuna valida alternativa.

Claudio Giacopetti, un lettore de ‘L’Unità, ha scritto a Fassino un post che più di altre parole racconta non solo la situazione, ma prima ancora lo stato d’animo di molti cittadini e non solo operai:

“Caro Fassino se tu fossi un operaio voteresti si, peccato che tu non lo sia un operaio perchè se lo fossi, sono convinto, cambieresti il tuo voto e forse non voteresti neanche. Caro Fassino, ma hai idea di cosa sia oggi la condizione operaia in Italia? Quali siano i ritmi, le condizioni, lo stato con cui deve fare i conti tutte le volte che un operaio varca il cancello della fabbrica? A quali ricatti, umiliazioni deve sottostare per continuare a portare a casa il sussidio di sopravvivenza che riceve? Ma sai quale è l’umiliazione più grande con cui devi fare i conti tutti i giorni? La frase che tutti ti ripetono all’infinito “o così o la fabbrica chiude e va all’estero e tu rimani con il sedere per terra”. Allora, caro Fassino io ti domando: ma quale è il paletto finale? dove lo mettiamo sto paletto? Per salvare il posto di lavoro dove mettiamo il paletto. BASTA lavorare in nero, senza assistenza sanitaria, senza riposi. Dove lo mettiamo sto cacchio di paletto, eh caro Fassino? Dove come sinistra riprenderemo in mano le sorti del nostro mondo e della nostra gente? Dei nostri figli condannati ad un precariato perenne, quello che doveva essere l’ancora di salvezza. Ricordi caro Fassino? Delle nostre mogli e sorelle anch’esse fatte fuori perchè ci crescono o perchè rimangono incinte? Si proprio così caro Fassino, mentre voi a Roma parlate di famiglia e di coefficienti e su questo cercate accordi le nostre famiglie sono ridotte a vedere un figlio come un ingombro che ti può rovinare. Caro Fassino se tu vivessi tutti i giorni pregando che tuo figlio venga chiamato per un lavoro e lo vedi invecchiare e girare a vuoto facendo mille lavori, quelli che una volta si facevano per le vacanze, se vedessi tua moglie laureata con 110/110 e lode cercare supplenze da 15/30 giorni e cercare di incorraggiarla perchè gli vuoi bene, e si caro Fassino se tu vivessi tutto questo non credo che voteresti si ma scriveresti un NO grande come la dignità che i nostri vecchi che si sono conquistati negli anni 50 nei reparti confino, un NO grande come le battaglie che ci hanno fatto sconfiggere il terrorismo pagando prezzi personali. Caro Fassino, quando decidi di prendere posizione su questi argomenti pensa prima a quelli che ti hanno cresciuto anche politicamente, so benissimo che i si vinceranno perchè la paura uccide tutto ma compito della sinistra è stare al fianco dei lavoratori nelle battaglie per la dignità, come il compagno Berlinguer fu al nostro fianco nel 1980, ben sapendo che la battaglia era persa ma la dignità andava salvata perchè è da lì che si gettano le basi per il futuro. Con affetto”.

Domani dovrebbe essere un altro giorno, ma il rischio che non lo sia è alto. Fino a quando saranno gli ignoranti a decidere.

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Commenti (2) »

  • Riccardo ha detto:

    Molto ben scritto, a mio parere.. e molto bella la lettera a Fassino, splendido specimen di dirigente PD

    Solo una cosa: tra i fattori che favorirebbero l’arrivo di capitale dall’estero ci sarebbe anche un sistema giudiziario affidabile e funzionante. Nessuno va a investire in un paese in cui puoi non sei nemmeno in grado di far valere i tuoi diritti, perchè si rischia troppo. A meno che non si vogliano imprese e capitali “criminali” o che puntano (almeno in parte) sul non rispettare le regole.

  • Andrea ha detto:

    Le stesse dinamiche sono già successe ma gli italiani hanno la memoria corta e ognuno pensa al suo orticello…Quando fu creata la cordata di imprenditori eroi e salvatori della Patria che dovevano acquisire Alitalia, non furono estromessi i sindacati che non erano d’accordo dal tavolo delle trattative per le fantomatiche regole di applicazione di un’acquisizione a dir poco pazzesca? In quale paese civile si fa una legge apposta, un fallimento pilotato e degli inutili “Lodi” che non hanno salvaguardato nessun lavoratore, senza che questa procedura venga proclamata incostituzionale? E la CGIL non ha fatto “l’asino in mezzo ai suoni”, visto che Alitalia non aveva la Fiom? D’altronde che Marchione si stia ispirando al “Piano Fenice” (lo chiama Phoenix) è sua dichiarazione ai giornali ma il dubbio per Fiat, come per Alitalia, è e resta: come l’araba fenice risorgerà dalle sue ceneri?

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