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‘Vieni via con me’, un appello agli apatici

Autore: . Data: mercoledì, 24 novembre 2010Commenti (0)

“Vieni via con me” è un crescendo, non solo d’ascolti.Dalla Spagna l’opinione del nostro collaboratore Giuseppe Colucci per ‘Tu Inviato’

Lunedì sera la trasmissione ha collezionato, o meglio, ha stracciato l’ennesimo record, collezionando quasi 10 milioni di spettatori e il 31,6% di share, ma poco importa. Lunedì sera “Vieni via con me” ha reso omaggio alla giornata di protesta del mondo della cultura italiana contro i tagli del governo, offrendo uno spettacolo culturale di livello, con tanti primattori e zero comparse; con primattori della comicità, come Corrado Guzzanti, esilarante nella sua ironia fredda e pungente, della letteratura, come Camilleri e Fruttero, non intervenuti ma presenti con le loro parole, del cinema come Zingaretti e Salvatores, dell’italianità vincente esportata in tutto il mondo, come Renzo Piano, e della società civile come Ilaria Cucchi, Don Panizza, il rifugiato politico congolese che ha elencato gli aspetti del suo Paese di cui sente la mancanza qui in Italia e Harun Javeid, uno degli operai di Brescia che hanno passato diciassette giorni sulla gru, che ha elencato le cose che ha portato con sé, in cima a quella gru.

Tra questi primattori c’è stato anche il Ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha elencato i modi in cui il governo ha combattuto in questi anni la criminalità organizzata, ed è stato simbolo più che di un modo nuovo di fare televisione, di un modo – per noi, nuovo – di fare democrazia, e che ci piacerebbe tanto vedere sempre.

Via la polemica, via il veleno, tanto, diffuso in questa settimana dalla campagna di fango messa in atto dal ‘Giornale’ di Feltri. Maroni, Fazio, Saviano e gli autori della trasmissione hanno dimostrato che questo modello culturale, composto, educato, che permette repliche e che fa sentire la voce di tutti senza renderla per forza semplice coro da stadio, nella giornata in cui la cultura è in lutto, può davvero essere una molla per il nostro Paese. Certo, fare questi programmi costa, dopo un po’ gli ospiti di primo piano finiscono, gli elenchi di Fazio e le storie di Saviano stancano, gli ascolti calano. Ma ciò che invece non stancherà mai è il senso di coesione – che non vuol per forza dire coesione contro l’avversario politico – che viene fuori dal programma. Un senso di coesione, prima di tutto, italiano.

E lo si vede, lo si sente, nelle parole di Renzo Piano, che invita i giovani a conoscere il mondo e a tornare in Italia per mettere a frutto le competenze acquisite, nelle parole splendide dello scrittore Fruttero, lette da Luca Zingaretti, sul mondo degli anziani, e in quelle del comico David Anzalone, che elenca i “vantaggi” di essere diversamente abile. E lo si carpisce anche dall’elenco di Maroni, che in un contesto del genere perde il sapore di un messaggio da tribuna elettorale per far proprio quello della trasmissione, quel messaggio che vuol rafforzare il senso dello Stato, il senso dei cittadini di sentirsi appartenenti a una comunità che, in qualche modo, è anche la loro.

Questo senso di coesione ci assale, infine, al termine della storia raccontata da Roberto Saviano su Don Giacomo Panizza, il prete bresciano emigrato a Lamezia Terme: un’offerta a Maroni per sotterrare l’ascia di guerra con una parabola che riunisce Nord e Sud e una commovente testimonianza di una persona che ha saputo lottare e ha saputo, in silenzio, vincere contro la criminalità organizzata.

No, non è l’anticamera di un governo di solidarietà nazionale, come proposto da Casini in questi giorni, o di “armistizio”, il cui significato è oscuro a Saviano, come ha detto scherzando durante le battute finali del programma, questo è altro. Questo siamo noi, ma allo stesso tempo è altro, è qualcosa di noi che abbiamo perso per strada e che, forse, possiamo ancora recuperare. Siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, ha detto Renzo Piano.

E il gigante è l’enorme cultura che ci portiamo dietro e che, nonostante la nostra atavica e proverbiale apatia e il nostro usuale menefreghismo, “ci ha regalato una straordinaria e invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose”. E “Vieni via con me” è un appello ad apatici e addormentati, per dir loro che forse non tutto è perduto, forse, anzi, si può rifare l’Italia e renderla diversa, leggermente migliore di quella attuale.

“Vieni via con me” è un programma che arriva al cuore della gente. Hanno bisogno di riordinare le idee, di restituire significato alle parole, alle espressioni, alla moralità. Da qui l’idea degli elenchi. Questo è un programma che fa ascoltare delle voci e che non vuol cercare di convincere nessuno, che solleva problemi ma non promette soluzioni, che parla alla gente, alla loro sensibilità e che riesce a far sbellicare dalla risate, con le battute di Corrado Guzzanti, e a commuovere, con l’elenco di Ilaria Cucchi sui pregi del fratello ammazzato in carcere, o la storia di Don Panizza che sfida a viso aperto e in silenzio un’importante famiglia della ‘ndrangheta.

C’è stato spazio, come sempre, poi, per i problemi civili, con il monologo di Saviano, questa volta dedicato all’emergenza rifiuti in Campania, utilizzata negli ultimi anni da Berlusconi come calamita per attirare l’attenzione della gente nei periodi in cui il governo faceva acqua, con promesse mai mantenute e con fallimenti, che non risparmiano nessuna parte politica: né il centro-sinistra che ha governato la zona per quindici anni né il centro-destra che governa ora il Paese.

Lo scrittore ha parlato del sistema delle discariche, della loro saturazione, dei rifiuti che vengono dal Nord Italia e, addirittura, da altri Paesi, dei patti stretti a tavolino tra organizzazioni criminali, imprenditori e classe politica per far fiorire gli affari della camorra saturando Napoli e i suoi dintorni di rifiuti. Un sistema infernale che ha mutato la geografia dell’area. Saviano si è lasciato andare a un eccesso di campanilismo con la storia dei Borboni primi in Italia a imporre per legge la raccolta differenziata in Campania, e oggi sul ‘Giornale’ si è letto di nuovo che lo scrittore intendeva incolpare il Nord della situazione creatasi con quel sistema vizioso. Forse ha usato un esempio fuori luogo, ha peccato d’orgoglio ma Nord e Sud, ancora una volta, non c’entrano nulla, o meglio non c’entrano nella misura in cui si voglia strumentalizzarli per una sorta di scarica barile o per mettere in moto nuovamente la macchina del fango.

C’è stata arte, comicità, impegno civile e politica. C’è stata gente appartenente alle élite culturali del Paese e anche gente comune; storie di successi piccoli e grandi; c’è stata la retorica della moralità, prepotente, predominante. Ma, forse, di questi tempi, in Italia ne abbiamo bisogno.

Giuseppe Colucci

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