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Travaglio all’arma bianca contro Saviano

Autore: . Data: venerdì, 12 novembre 2010Commenti (6)

Il giornalista attacca il programma ‘Vieni via con me’ accusandolo di ‘conformismo’, ma con argomenti sui quali riflettere. Una nuova dimostrazione di quanto è debole il pensiero progressista in Italia.

Marco Travaglio ha deciso di interessarsi di critica televisiva e così ha scritto un durissimo articolo per demolire la trasmissione realizzata da Roberto Saviano con Fabio Fazio per Raitre. Ha scritto su ‘Il Fatto quotidiano’: “Da uno come lui si aspettavano qualcosa in più. Non c’era bisogno di scomodare lui per dire che Falcone era un uomo giusto e per questo fu vilipeso in vita e beatificato post mortem: tutte cose ampiamente risapute. Da Saviano ci si attende che parli dei vivi, non dei morti già santificati: cioè di quei personaggi (magistrati, ma non solo) che oggi rappresentano una pietra d’inciampo per il regime e proprio per questo, come Falcone, vengono boicottati, screditati e infangati appena osano sfiorare certi santuari”.

“Elencarli è superfluo, li conosciamo bene -  ha continuato il cronista torinese – E conosciamo gli argomenti tabù di cui in tv conviene non parlare, perché chiunque ci abbia provato s’è ritrovato in mezzo a una strada o in un dossier di Pio Pompa e i suoi fratelli. L’impressione è che, nel programma di Fazio e Saviano, si sia deciso di rinviare ad altra data i temi più scottanti (mafia e Stato, trattative sulle stragi, monnezza e politica camorrista, casi Dell’Utri, Cuffaro, Schifani), lasciando al magnifico Benigni il ruolo del rompighiaccio. Speriamo che vengano recuperati nelle prossime puntate”.

Il vicedirettore del ‘Fatto’ però ad un certo punto del suo articolo, dopo le sciabolate, ha deciso improvvisamente di ‘salvare’ lo scrittore napoletano: “Non tanto Saviano, quanto i suoi autori, che hanno allestito il perfetto presepe della sinistra politicamente corretta, con tutti i santini, gli angioletti, i pastori, le pecorelle e le altre statuine leccate e laccate, pettinate e patinate. La versione televisiva delle figurine Panini veltroniane. Da quel presepe, in cui è appena entrata la statuina di un Vendola sempre più imparruccato, devono sparire le figure controverse, scapigliate, borderline”.

Quindi Travaglio ha deciso di parlare di Giovanni Falcone, della sua collaborazione con l’allora ministro della Giustizia, il socialista Claudio Martelli e delle polemiche che dilaniarono all’epoca il variegato universo dei nemici della mafia: “Per una malintesa par condicio, ecco l’assurdo parallelo tra la “fabbrica del fango” dei corvi anti-Falcone e chi, magari sbagliando ma mettendoci la faccia, criticò il giudice poi morto ammazzato. Chi scrive pensa che il grande Sciascia, mal consigliato, prese un’epica cantonata accomunando Borsellino ai “professionisti dell’antimafia”, infatti ne fece pubblica ammenda in un incontro con Borsellino. Ma tutt’altro discorso meritano i rilievi che molti suoi amici mossero a Falcone quando andò a lavorare per il ministro Martelli nel governo Andreotti. Saviano ha mostrato l’avvocato Alfredo Galasso mentre, sul palco di Costanzo, invitava l’amico Giovanni a ‘uscire dal palazzo’ maleodorante di cui entrambi conoscevano i padroni di casa e i rapporti con la mafia già immortalati – Leoluca Orlando lo ricordò quella sera, nella staffetta Santoro-Costanzo – nelle relazioni dell’Antimafia. Chi l’ha detto che avesse torto Galasso e ragione Falcone? Il fatto che Falcone sia un martire cristallino della lotta alla mafia non significa che non abbia mai sbagliato in vita sua”.

Le intenzioni dell’opinionista di spicco di ‘AnnoZero’ tuttavia non erano circoscritte a ‘Vieni via con me’. Sempre riferendosi vicenda Falcone, Travaglio ha insistito: “Il suo primo progetto di Superprocura (assoggettata al governo) disegnato con Martelli suscitò la rivolta di centinaia di magistrati, Borsellino compreso. E in ogni caso Galasso le critiche a Falcone le mosse vis à vis, senza nascondere la faccia o la mano in dossier o lettere anonime. Che c’entra allora Galasso con la fabbrica del fango? Non a torto, Aldo Grasso ha definito gli eccessi di retorica di ‘Vieni via con me’ come un antipasto del governo di unità nazionale”.

Così una tortuosa via partita dalla critica televisiva, passata attraverso la complicatissima storia delle battaglie che circondarono il più famoso dei magistrati antimafia, è approdata al presente ed ai giochi della politica attuale. Ed a questo proposito le opinioni di Travaglio hanno chiuso il pezzo pubblicato sul ‘Fatto’: “Lunedì sera il conformismo ‘de sinistra’ che pettina tutti allo stesso modo ha sbaragliato il conformismo berlusconiano del Grande Fratello. Ma c’è da dubitare che sia quello l’antidoto al berlusconismo. Questo sarà pure al tramonto, ma almeno è durato trent’anni. Il presepe del perfetto progressista rischia di stufare molto prima”.

Come è noto una delle peggiori malattie che affligge l’informazione italiana è l’ingerenza dei partiti sulle notizie. Qualunque avvenimento, anche il più banale, passa per il filtro delle interpretazioni di parte e viene proposto ai cittadini dopo un accurato lavoro di maquillage. Per la Rai questa operazione di sofisticazione è diventata legge, tanto da imporre la ‘marchiatura’ a fuoco di molti dei suoi dirigenti e collaboratori, che in nome della ‘verità di parte’ vengono lottizzati (o si fanno lottizzare) senza pietà.

Il programma di Fazio e Saviano e quello di Santoro, Travaglio e soci non sono troppo diversi tra loro e forse neppure i loro spettatori lo sono. Si tratta dell’armata degli ‘antiberlusconiani militanti’, un gruppo ampio di cittadini che vedono nel Cavaliere in nemico pubblico numero uno. E’ una compagine composita e non direttamente riconducibile ad un preciso orientamento politico, genericamente ‘di sinistra’.

Sia i ‘fazisti’ che i ‘santoriani’ hanno un elemento comune, la convinzione di possedere le chiavi che aprono la porta della verità. Guarda caso la stessa sindrome che colpisce altri cittadini e telespettatori, quelli di sicuro rito berlusconiano, eccitati dalle cronache del Tg di Emilio Fede, dalle gesta dei partecipanti al Grande Fratello, dalle seduzioni da avanspettacolo di ‘Uomini e donne’.

Si tratta di italiani non tanto teledipendenti, ma convinti che la programmazione televisiva sia una manifestazione di appartenenza a qualcosa o a qualcuno. Sedersi davanti all’elettrodomestico per inebriarsi con ‘AnnoZero’, godere e soffrire con Fazio e Saviano, innamorarsi di tronisti o concorrenti scombiccherati da reality show è l’appuntamento sacro della settimana. L’occasione per lasciarsi somministrare la dose indispensabile di soddisfazione catodica.

‘Vieni via con me’ è un prodotto di televisione arcaica, nella quale il teatro e infotainment si mescolano davanti ad un fondale elettronico che dovrebbe mostrare il mondo. ‘AnnoZero’ o le ormai ripetitive argomentazioni giornalistico-televisive di Travaglio sono un altrettanto arcaica realizzazione di informazione d’annata, dove fatti presi non di rado alla rinfusa aiutano ‘il cliente abituale’ a sentirsi dire quello che già sapeva prima.

Una informazione innovativa e libera dovrebbe invece cercare nella società i protagonisti dimenticati, i fatti sconosciuti, i cervelli più interessanti e proporli al pubblico per sostituire una compagnia di giro di politici, opinionisti, sindacalisti o semplici testimoni che rimbalzano da un salotto all’altro o da un articolo all’altro senza soluzione di continuità. E giornalisti, programmisti, registi ed autori non dovrebbero stabilire qual’è il berlusconismo più ortodosso o il progressismo più allettante.

Travaglio, allora, potrà non amare il governo di unità nazionale, Fazio potrà anche essere il rappresentante più fedele del nullismo veltroniano e Saviano potrà anche diventare l’icona della lotta al crimine organizzato. Ma cosa potrebbero pensare, essere e diventare i cittadini, dovrebbe essere una libertà lasciata ai singoli individui. E di certo né Travaglio, né ‘AnnoZero’, Santoro, Fazio, Saviano o gli altri sanno trovare argomenti in grado di svelare l’Italia sommersa che neppure sa di essere stata inghiottita da una crisi senza precedenti.

I guai prodotti da questo stato di cose sono sotto gli occhi di tutti. Basta pensarci con obiettività.

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Commenti (6) »

  • Lucio ha detto:

    Questione di ascolti e di invidia del pene. Punto.

  • davide falcioni (autore) ha detto:

    Mi piacerebbe sapere alla fine a cosa servono queste trasmissioni.Ieri AnnoZero è stato l’ennesimo schifo: sentire Bocchino che parla di integrazione degli immigrati dovrebbe far riflettere. Il suo capo di partito da il nome alla legge Bossi-Fini, che tra l’altyro prevede l’inserimento del reato di clandestinità.

    Perché non c’è una trasmissione che lascia a casa i politici e spiega ai cittadini come stanno le cose avvalendosi della collaborazione di studiosi?

  • David Gallerano ha detto:

    questo il nostro articolo sulla trasmissione:

    Ai lettori: quando quello che una persona dice non conterà più nulla, e conterà solo chi lo dice, e come e quando lo dice, come faremo a capirci?

    Le reazioni entusiaste seguite alla trasmissione di Roberto Saviano e Fabio Fazio ci hanno costretto a delle doverose riflessioni. Doverose perché pensiamo anche noi, come Roberto Saviano, che il dissenso, la libertà intellettuale e l’autonomia di pensiero siano le basi di ogni convivenza democratica. Ed è con un po’ di imbarazzo, ma senza secondi fini, che abbiamo applicato questo nostro diritto di critica alla trasmissione stessa e ai suoi contenuti. Esercitando questo diritto non vogliamo però essere definiti come un ingranaggio di quella che Saviano chiama “macchina del fango”; riconosciamo il merito divulgativo di Saviano, espresso magistralmente nell’impostazione didattica della trasmissione di venerdì sera, non dubitiamo che l’intento di Saviano sia sincero, non siamo tra coloro che ironizzano sulla condizione da recluso nella quale vive da anni, né soprattutto siamo tra quelli che sottovalutano i rischi a cui coraggiosamente si è esposto. Ma quello che Saviano e Fazio hanno detto l’abbiamo ascoltato attentamente, e non riteniamo giusto che certi concetti, certe idee e certe parole sfuggano al vaglio di un’analisi attenta e irriverente. Molte delle cose che Saviano ha detto sono false, altre ci sembrano sbagliate, la maggior parte sono banali e prese a spizzichi e bocconi dal mainstream. La riscossa della nuova Italia prefigurata da Saviano si fonda su tutte queste cose. Non possiamo non dirlo.

    Saviano ha iniziato il suo monologo affermando di essere ossesionato dal lavorio incessante della “macchina del fango”, un’espressione di D’avanzo oggi in auge tra i berluscones.

    Il discorso di Saviano è in realtà un’autodifesa, ed è completamente sconclusionata: dopo aver detto che la privacy è un cardine della democrazia, riferendosi al caso Boffo e al caso Tulliani, Saviano ha descritto la prassi della macchina del fango: imporre l’idea che siamo tutti sporchi e colpevoli. Per Saviano invece, rivendicare la nostra diversità è un fatto vitale. La diversità e il pluralismo, dice, sono il fondamento della democrazia; la macchina del fango, invece, ci vuole tutti uguali, tutti complici di un sistema moralmente corrotto che distrugge ogni speranza. Il pluralismo democratico, allora, sarebbe in pericolo. Ma la vera antitesi del pluralismo democratico, diciamo noi, è il pensiero unico, non il “tutti colpevoli nessun colpevole” di Berlusconi (e di craxiana memoria). La confusione tra il conformismo rispetto alle opinioni e il conformismo rispetto alla morale, è lampante, anche se nella diretta il fatto sfugge, coperto dall’espressione teatrale della faccia di Saviano e dagli applausi ammirati del pubblico.

    Tutto questo discorso, poi, è rivolto a un “Loro”, astratto almeno quanto il Noi di chi lo formula. Cos’è Noi? Cos’è Loro? La società immaginata da Saviano si riduce a un conflitto tra buoni e cattivi, cioè tra i suoi amici e i suoi detrattori. Saviano invita Noi a sentirci diversi, ad affermare di esserlo. “Non migliori, per carità!, solo diversi”.

    Dobbiamo dire che in questo contesto “diversi” ci sembra solo un eufemismo per dire migliori. Saviano, che parla molto per sentito dire, sa benissimo che la parola “migliori” non si può usare, è politicamente scorretta perché rimanda ai tempi bui dell’eugenetica, dei totalitarismi e cose simili. In realtà, che dica diversi o migliori poco importa: il problema è sempre lo stesso, del che cos’è Loro e cos’è Noi. Ma è importante segnalare come molte delle cose che dice non siano sue, sono frammenti di politica corretta presi qua e là dal flusso dominante, e che spesso ostacolano la logica stessa del suo discorso. Ma Saviano non può far finta di non conoscerli e li butta ugualmente nel mucchio. Risultato: non si capisce nulla.

    La privacy è sacra, dice Saviano, e quello che è stato fatto a Fini e Boffo, cioè utilizzare la loro vita privata come arma di delegittimazione pubblica, è il segnale che la democrazia è in pericolo. A questo punto Saviano è costretto a dire per quale motivo, invece, la stessa cosa non vale per Berlusconi. Ci sarebbero almeno cinque motivi, a nostro parere:

    1) la visione americana, molto cara a Repubblica, secondo cui l’uomo pubblico non ha vita privata 2) il problema della ricattabilità (in realtà questa parola non esiste in italiano, ma il concetto è chiaro) 3) la rilevanza penale dei fatti 4) l’importanza di capire che ruolo hanno le donne nel berlusconismo 5) il dovere giornalistico di trattare ogni notizia di cui si arrivi in possesso.

    Di questi cinque, solo gli ultimi due ci convincono a fondo. Mentre Saviano ha usato, un po’ alla rinfusa, il motivo della rilevanza penale e quello della ricattabilità, ragionevole ma non sostanziale (e che, brandito da Repubblica, sembra soprattutto strumentale)

    Poi Saviano ha commentato il caso Caldoro, nel quale, come nel caso Boffo, la macchina del fango ha utilizzato il presunto orientamento sessuale delle sue vittime come arma di delegittimazione politica. Secondo Saviano “è impensabile, è incredibile” che si usi un tale strumento. Come può essere impensabile? Non si è forse Boffo dovuto dimettere? Non ha forse Caldoro rischiato di venire risucchiato dalle accuse del suo dirimpettaio Cosentino? La retorica ipocrita dello scrittore giunge qui al suo culmine. Ma c’è di più: Saviano sembra dire che la discriminazione sessuale, in questo paese, è una semplice aberrazione e non un fatto diffuso e organico. Nella confusione della sua argomentazione si coglie la denuncia della bestialità della discriminazione ma, come in altri casi, Saviano spersonalizza il problema, per farne un esempio paradigmatico della solita contrapposizione tra Italia buona e Italia cattiva: per una certa Italia questa discriminazione è impensabile, per l’altra è pane quotidiano.

    Terminato il monologo, il testimone passa a Fazio e, da qui in avanti, sembra proprio di assistere ad una puntata di Che tempo che Fa. Benigni fa da mattatore, poi entra in scena Claudio Abbado, che parla di cultura e altre cose insieme a Fazio, senza mai rivolgere parola al povero Saviano, per più di mezzora una statua di sale.

    Il nostro si ripresenta in scena sul finale con il tricolore in mano e decide di lanciarsi in una valutazione storica del processo di unificazione dell’Italia, in cui la critica alla Lega e il consueto intento didattico si affiancano. L’unità d’Italia, sostiene Saviano, non è il frutto di un accordo tra élite, né dell’aspirazione di emanciparsi dalla dominazione straniera, “macché”: è piuttosto il frutto di un moto interiore dei nostri patres patriae volto alla cancellazione dell’ingiustizia e alla premiazione del talento. La ricostruzione è schematica e fallace, ma soprattutto Saviano esclude che un fatto storico sia la conseguenza di una molteplicità di cause. Sa benissimo che le altre due cause che ha citato, e volutamente escluso, sono validissime e accreditate. Ma qui gliene serviva una, la più suggestiva possibile, perché tutte le altre, nel suo delirio retorico, erano fuorvianti. E in questo delirio di Saviano c’è addirittura spazio per l’affermazione di nuova trinità civile: lingua, bandiera e sangue. Qui dobbiamo sperarlo, che si tratti di retorica.

    Il finale ci regala un dialogo tra i due conduttori sull’opportunità o meno di rimanere in Italia. Fra i vari argomenti, Saviano ne propone uno degno di nota: “resto qui perché sono italiano”.

    Gli applausi partono scroscianti, il pubblico è in piedi estasiato. Possibile che nessuno si fermi a riflettere? “Resto qui perché sono italiano”. Che vuol dire? A sentirla così sembrerebbe un rimprovero per i cittadini italiani (e quanti giovani…) che hanno deciso, quando non sono stati costretti, di vivere e lavorare all’estero. I veri italiani restano in Italia.

    Ma più probabilmente è l’ennesima frase ad effetto, della quale conta solo l’espressione facciale di chi l’ha detta e il tono con cui l’ha pronunciata. E anche questa amenità passa in cavalleria.

    Va detto poi che i monologhi di Saviano erano totalmente avulsi dal contesto della trasmissione, che è in tutto e per tutto somigliante al solito show di Fabio Fazio. Saviano funge qui da semplice esca, visto l’ascendente di cui gode presso l’opinione pubblica, ma il riscatto nazionale che prefigura riesce a spaventarci ugualmente. La visione manichea di una società di onesti contrapposta a una macchina del fango, mostro biblico che tutto infetta e tutto corrompe, l’abbiamo già sentita, proposta da Di Pietro e Travaglio. L’intento nuovo è quello di educare un’intera generazione mediante la proposta di paradigmi alternativi a quelli del berlusconismo. Tra questi spunta anche un elogio acritico della meritocrazia, ma il ruolo della legalità e dominante e preponderante, come testimonia l’uso indifferenziato che Saviano fa delle parole “crimine” e “male”. Il rischio, va da sé, è che la legalità diventi un valore assoluto, primario (se non unico) indicatore della morale pubblica e privata, con buona pace del diritto di resistenza, della disobbedienza civile e della riabilitazione sociale. Queste nuove idee si affermano nella società italiana proprio nel momento in cui stanno sfuggendo dalle mani di Saviano, ridotto a gradito comprimario di Fazio, per andare a finire, guardate un po’, in quelle di Fini, della “Chiesa buona” e di una trama culturale che sembra prefigurare il futuro politico dell’Italia, con o senza il talento e le intenzioni dello stesso Saviano.

    Parafrasando Saviano abbiamo “aperto il computer” e ci siamo chiesti se le parole che stavamo per scrivere avrebbero innescato un’ulteriore macchina del fango: quella dei buoni, quella che ha agito già nella critica di Flores d’Arcais e Adriano Sofri al libro “Eroi di carta” di Alessandro Dal Lago. Una macchina del fango, quella dei buoni, che non agisce con calunnie sulla vita privata, insinuazioni e punizioni, ma indicando come difettosa l’identità politica e culturale delle persone, che non può essere che vecchia e sconfitta dalla storia. Chi si ferma a riflettere è perduto, la corrente della nuova Italia travolge tutto: ciò che le si oppone è roba da conservatori, o da bastian contrari.

    Una nuova cultura dominante sta emergendo, quindi, nelle crepe del berlusconismo declinante. Fino all’Olanda, dove stiamo studiando, è giunto l’appello dello scrittore ai giovani. Così abbiamo intuito che in questa fase iniziale della Saviano-mania si sta promuovendo un’educazione politica e civica di grado zero, da impartire a un’opinione pubblica stordita da vent’anni di berlusconismo. Non si regge in piedi, quest’educazione, ma ha il merito di ribadire l’importanza della legalità e di indicare degli esempi positivi. Una vera presa di coscienza arriverà solo con il tempo. E in che modo, se non con la critica?

    David Gallerano Andrea Rocchi

  • nicol ha detto:

    un anziano giornalista mi ha detto? noi non siamo liberi di scrivere la verità, siamo sempre servi del potere di turno.Altrimenti come facciamo a campare?e poi il giornale, il quotidiano deve essere venduto,allora è meglio abbondare con le polemiche, con le notizie piccanti.La gente non sta li a pensare.Il mio mestiere è stato scrivere non informare.

  • Luigi Bruschi ha detto:

    Lo confesso: pur capendo qualche lieve critica ad alcuni passaggi un po’ più lenti del programma, trovo ingiustificato e, permettetemelo, forse addirittura pericoloso l’atteggiamento di chi ha inteso “dissezionare” un programma come quello di Saviano per trovarne i punti deboli e giocare a chi trova più peli nell’uovo.

    Stimo molto Marco Travaglio, ma credo che in questa circostanza, a mio avviso, abbia commesso un grave errore.

    Per spiegargli perché, semplicemente, gli ho scritto.

    Caro Travaglio ti scrivo…

  • Ancora su Saviano e Benigni. E Travaglio | Radio Pereira ha detto:

    [...] questi giorni poi ci si è messo pure Travaglio a dar man forte ai severi commentatori di Radio Pereira. Devo dire la verità. Mi ha fatto male, [...]

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