Tra musulmane in burqa ed ex veline deturpate
Periodicamente si riaffaccia la riflessione sul burqa e sul diritto ad indossarlo. Tra il serio e il faceto, verrebbe da esternare qualche considerazione su quel dilemma contrapposto a ben altri travestimenti che occultano l’identità .
In premessa, vien da dire che è doveroso che ognuno debba “mettere la faccia” nel vissuto quotidiano affinché le leggi di uno Stato possano venir rispettate da tutti i cittadini, ivi compresi gli stranieri.
Ma una volta affermata la assoluta pretesa del rispetto della legalità , si nota un grosso ossimoro proprio a carico dei fautori della assoluta riconoscibilità delle persone. Se è vero che il burqa, il velo, gli occhialoni da sole o la maschera di Carnevale sono elementi assolutamente removibili e con un gesto si potrebbero togliere mostrando i volti, quali considerazioni dovrebbe suscitare la difficoltà a riconoscere il nostro primo ministro in seguito a tutte le operazioni facciali che ne hanno cambiato le sembianze?
La questione, messa così, non è più di ordine pubblico bensì culturale e di buon gusto: la bocca, gli occhi, la pelle, i capelli non sono ascrivibili alla generalità anagrafica, alla riconoscibilità , ma avvicinano un essere umano ad un manichino di quelli esposti nei negozi, assolutamente privo di espressione e identità .
Allargando il discorso, il pensiero cade sulle nostre ‘prime donne’, magari ministre ex veline che parlano di emancipazione femminile mentre hanno trasfigurato la loro stessa immagine, prima discinta e oggi monacale. Al punto che anche il testimone più attento e oculato non saprebbe riconoscere l’identità di un passato recentissimo al cospetto del presente istituzionale.
Uscendo dal Palazzo, ma restando nel ‘bel mondo’, la situazione non cambia: bocche inesistenti che prendono volume, seni piatti improvvisamente gonfiati. E ancora: anziane signore che vorrebbero riapparire ventenni, paralizzate nel corpo e nella mente.
Poi si assiste allo scempio delle diciottenni che come regalo per la sopravvenuta maggiore età chiedono ai loro genitori il rifacimento di tette e culi, così da poter aspirare al mondo dello spettacolo (o a quello della politica…) passando prima per i concorsi di bellezza ormai omologati in tutte le sembianze. Segni della degenerazione culturale dell’apparenza, denominata grottescamente (da qualcuno) ‘emancipazione femminile’.
Ecco, allora, il nesso tra il burqa e certa ‘modernità ’: in entrambi i casi è presente un accanimento sul corpo accanto allo svilimento della dignità e dell’intelligenza della persona.
Con una differenza: le donne musulmane coperte integralmente parlano con gli occhi e sotto quel manto nero c’è un corpo che emette emozioni e sensazioni. Mentre talune donne ‘moderne’ non potrebbero rimuovere la maschera con un gesto. E i loro occhi, spesso, non esprimono proprio nulla.
Donatella Petrino


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