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Viva Palestina: il convoglio si avvicina all’Egitto

Autore: . Data: martedì, 5 ottobre 2010Commenti (4)

Dopo quasi una settimana trascorsa in Turchia, il convoglio umanitario ‘Viva Palestina’ è arrivato in Siria. Gaza è ancora lontana e le difficoltà principali da superare si apprestano ad arrivare, in particolare il passaggio attraverso l’Egitto che, per motivi politici, potrebbe riservare qualche ostacolo di troppo, se non addirittura chiudere anzitempo il viaggio di ‘Viva Palestina’: nei prossimi giorni, i 50 mezzi europei verranno raggiunti da altri 100 provenienti da Casablanca e Quatar. Quello che segue è il racconto degli ultimi giorni in terra turca e dei primi in Siria, sempre a cura di Stefano D’Angelo per ‘Tu Inviato’.

1 ottobre
Ripartiamo da Ankara e la pioggia ci lascia. Il piccolo convoglio si spezza nel traffico  cittadino, continuiamo ugualmente verso la nostra destinazione: Kaiseri. Sbagliamo strada più volte. Facciamo una sosta per rifornire che sono oramai le 23, saltano i nervi: un equipaggio neozelandese avvicina il capo-convoglio per avere informazioni che ci vengono fornite troppo raramente. Forse per una risposta non soddisfacente partono grida e spintoni.

Il malumore serpeggia: molti sono intimoriti dal dover guidare di notte, altri semplicemente stanchi, i rischi chiaramente aumentano. Poco dopo la mezzanotte in un’area di sosta, il piccolo gruppo si riunisce. Inizia un dibattito sul fatto se restare a dormire o continuare a guidare per altri 180 chilometri. I capi ci convincono a muoverci con la promessa di un albergo a una cinquantina di chilometri. Dopo averne percorsi quasi settanta ci sentiamo presi in giro e stavolta è l’equipaggio italiano a bloccare il furgone alla testa del convoglio. Nasce una nuova accesa discussione: ci fermiamo, vogliamo almeno otto ore di sonno e un incontro con tutti i leader non appena ricongiunti. Veniamo accontentati.

La notte non è delle migliori per dormire in tenda, siamo ad un’altitudine di circa 1.500 metri, il sacco a pelo non è sufficiente. Mi addormento battendo i denti. La sveglia è alle nove. Il mattino è splendido, la temperatura ideale. I compagni mi devono sollecitare un paio di volte, mi decido ad alzarmi, stuzzicato dall’odore del caffè che stanno preparando. Rapida colazione, mi lavo la faccia con le salviettine umidificate, sistemo tenda, tappettino, sacco a pelo e partiamo nuovamente verso Kaiseri. Lì ci aspetta il resto del gruppo.

Il fato non mi è amico, a pochi chilometri dall’arrivo il Fiat Ducato non vuole più saperne di andare. Avviso via radio gli altri due mezzi italiani e passiamo il resto della mattinata nel tentativo di far ripartire il mio Fiat. Non c’è nulla da fare, il sistema di sicurezza è impazzito, non riconosce il codice della chiave e non lascia passare gasolio. Arriva il carroattrezzi. Carichiamo il furgone con me a bordo, sul mezzo di soccorso, nell’uscire incespico goffamente e cado procurandomi un bernoccolo, una ferita al gomito e un grosso livido sulla natica sinistra: causo anche una grassa irrefrenabile risata del meccanico turco. Ci fanno aspettare il ritorno del furgone nei pressi di un centro ricreativo adiacente a una pista di kart dove qualcuno misura la sua abilità alla guida, non io che approfitto per medicarmi le contusioni.

E’ quasi buio: ci avvisano che il furgone è pronto, lo va a prendere Luca, che torna felice suonando il clacson, ma con una scia di gasolio alle spalle. Alziamo il cofano e ci rendiamo conto che un operaio maldestro ha rotto un tubo. Torniamo all’officina, dove gli operai completano la riparazione. Finalmente partiamo alla volta di Adana ancora una volta con il buio. Arriviamo a notte fonda. Ci accoglie un gruppo di ragazzi e di ragazze tutte rigorosamente con il velo, ci guidano all’ingresso del palasport dove delle donne ci offrono infinite varietà di cibo. Il pollo condito con spezie, peperoncino e marmellata  mi dà una grande nostalgia per la bontà e semplicità dei piatti della nonna. Lavo i vestiti e mi concedo finalmente una doccia. Ormai sono le 4 del mattino. Trovo un posto dove sistemare il sacco a pelo. Punto la sveglia alle 6 e 30 e mi addormento immediatamente nonostante il caldo e il russare di decine di compagni di viaggio.

2 ottobre
La sveglia inizia a suonare alle 6.30, la rinvio più volte fino ad alzarmi alle 7.20 in un palazzetto deserto. Mi vesto, rapida sciacquata in bagno e mi reco all’esterno della struttura. Sono tutti seduti ai tavoli imbanditi: marmellata, miele, pasticcini dolci e salati, uova, formaggi e gli immancabili cetrioli. Arriva un fulmine a ciel sereno: tempo 25 minuti e si parte per varcare la frontiera siriana. I turchi sono spiazzati, avevano un programma, chiedono almeno la partecipazione alla cerimonia commemorativa. Accettiamo, se lo meritano, visto il trattamento di gran riguardo. Annulliamo la visita alla Mavi Marmara, che vediamo da lontano attraccata al porto.

Una fila chilometrica di camion ci annuncia l’arrivo alla frontiera. Con noi c’è Vincenzo Tradardi, con un timbro israeliano di negato accesso e Dana, una ragazza italiana di origini israeliane. Vincenzo è preoccupato, Dana è tesissima, pronta ad essere respinta. I siriani non lasciano entrare nel proprio paese persone che abbiano avuto rapporti con Israele. Superiamo la frontiera turca dopo qualche ora di attesa, consegniamo i passaporti e ci avviciniamo a i controlli siriani.

Dei bambini ci vengono incontro incuriositi e festosi, davanti alla frontiera c’è una marea di persone: autorità, forze armate e gradinate di persone, tutti pronti ad accoglierci con tanto di autorità politiche e televisione di stato, a differenza della Turchia dove abbiamo avuto “solo” l’appoggio della società civile. Inizia la festa: durante i discorsi di solidarietà inizia una sorta di carnevale: musica, gente che balla, bevande, dolci e un pezzo di torta di dimensioni spropositate. Tutti vogliono fare foto con noi, sembriamo dei calciatori che hanno appena vinto i mondiali.

Ripartiamo alla volta di Lattakia. La storia si ripete: siamo dietro ai furgoni neozelandesi, ma quelli perdono contatto visivo con chi li precede e continuano ad andare avanti, fino a quando dei locali ci informano che stiamo arrivando in Libano. La mezzanotte è passata da un pezzo, non riusciamo a contattare i capoconvoglio: decidiamo di restare a dormire in città, troviamo un hotel che ci accoglie, è a livello delle mie aspettative: stanze abbordabili, un solo bagno per tutti e simpatici topolini che scorrazzano sotto i letti. Unica consolazione è dormire su un “letto”: era da Ancona che non ne vedevo uno…

3 ottobre
Come sempre sono l’ultimo ad alzarmi: gli altri anno già consumato la colazione. Mi viene servito un tè dolcissimo e pane arabo con formaggio. Assistiamo a una tremenda lite tra due fratelli, con tanto di bastoni e maglie insanguinate: sembra che si chiariscano così le vicende familiari qui.

Un veloce giro per il mercato inondato dall’odore delle spezie, qualche acquisto, il tempo di far riparare gli anfibi e ripartiamo. Ci fermiamo a mangiare in un ristorante sulla spiaggia, bambini e donne con vestito e velo fanno il bagno in un mare pieno di rifiuti di ogni genere. Il pasto è ottimo: insalate, pesce alla griglia, pollo e hummus, la tipica salsa di ceci, aglio e spezie. Concludiamo con caffè arabo e narghilè. Ce la caviamo con poco più di 5 euro a testa.

E’ nuovamente notte quando arriviamo a Lattakia dove veniamo ospitati nel campo profughi palestinese situato in un quartiere poverissimo della città. I posti letto nelle misere stanza 6×4 dove dormono fino a sei persone sono esauriti. Piazziamo le tende, ci guidano per il campo per spiegarci dove chiedere acqua, dove fare colazione e dove sono i bagni, che ci appaiono in tutto il loro squallore. Ci dicono che il giorno seguente saranno organizzati gruppi di volontari per riportarli alla decenza. Montiamo le tende, facciamo un giro per bere un tè: le vie sono sporche e poco illuminate, siamo costantemente accompagnati da decine di bambini che ci stringono la mano. Quando gli diciamo che siamo italiani iniziano a dire nomi di città e calciatori del nostro paese. Beviamo il thè nella curiosità degli indigeni quindi rientriamo. Incontriamo gli altri italiani e parte una discussione serrata, sorseggiando il mistrà (tipico superalcolico marchigiano, ndr), su come esplicitare il nostro dissenso con i dirigenti. Sotto consiglio di un saggio irlandese che si è unito alla comitiva, andiamo a dormire e rinviamo la decisione ai prossimi giorni. Nel campo è vietato bere ma il mistrà non destava sospetti tra i guardiani, che lo scambiavano per acqua. Un piccolo pezzo della mia cittadina in questa terra lontana.

Stefano D’Angelo

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Commenti (4) »

  • dottoressa ha detto:

    immaginavo che sarebbe stato un viaggio difficile e pericoloso….ma leggendo queste cose mi rendo conto che lo è ancor di più…

  • adele talamonti ha detto:

    ciao stefano stiamo seguendo tutti gli spostamenti del convoglio e in particolare leggiamo il tuo diario,inutile dirti che tanti cuori e tante anime viaggiano nell’etere e vi sostengono da lontano. grazie per quello che state facendo. baci grossi dalla tua cuginetta,ti penso sempre,tieni duro e nervi saldi. Solidarietà da cossignano

  • FABIO ha detto:

    Sei sempre il solito dormiglione…ti dovevi portare la campana!!!
    un saluto da tutti i compagni (di squadra). Ciao biondo…

  • Daniela ha detto:

    …un semplice in bocca a lupo accompagnato da un saluto e da un abbraccio!!!

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