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‘Viva Palestina’ e gli umanitari embedded

Autore: . Data: venerdì, 8 ottobre 2010Commenti (19)

Il nostro giornale cessa di pubblicare il diario di viaggio di uno dei partecipanti a ‘Viva Palestina’. L’autore ci ha chiesto di ritirare anche gli articoli pubblicati: “Se non lo fate ci mandano via dal convoglio”.

InviatoSpeciale ha pubblicato alcuni articoli su una missione ‘umanitaria’ in viaggio per Gaza. I pezzi arrivavano da uno dei partecipanti e raccontavano la cronaca quotidiana della presunta azione di aiuto ai cittadini della Striscia.

Poi, improvvisamente, nella sera di mercoledì scorso è successo un fatto strano. Il nostro collaboratore che seguiva la vicenda ha ricevuto una telefonata dall’autore del reportage. Il ragazzo lo pregava di non mettere in pagina l’ultima delle corrispondenze e gli chiedeva di ‘cancellare’ dalla memoria del giornale le puntate già andate on line.

“Se non togliete i pezzi ci mandano via, secondo alcuni degli organizzatori abbiamo violato il ‘codice etico’ firmato prima di partire. Rischiamo di essere espulsi dalla carovana”, aveva detto Stefano D’Angelo.

Insomma, dal lontano Medio Oriente, in una tiepida serata italiana, arrivava una richiesta di censura su un reportage.

I motivi che avrebbero indotto gli organizzatori ad imporre ‘il silenzio’ potrebbero essere ricercati in alcune affermazioni contenute in uno degli articoli.

Non siamo in grado di conoscere con precisione il perchè durante una missione di pace alcuni degli aderenti siano minacciati ‘di ritorsioni’, ‘richiamati all’ordine’ ed invitati a ‘tacere’. Possiamo però fare delle ipotesi.

Aveva scritto Stefano D’Angelo: “Facciamo una sosta per rifornire che sono oramai le 23, saltano i nervi: un equipaggio neozelandese avvicina il capo-convoglio per avere informazioni che ci vengono fornite troppo raramente. Forse per una risposta non soddisfacente partono grida e spintoni. Il malumore serpeggia: molti sono intimoriti dal dover guidare di notte, altri semplicemente stanchi, i rischi chiaramente aumentano. Poco dopo la mezzanotte in un’area di sosta, il piccolo gruppo si riunisce. Inizia un dibattito sul fatto se restare a dormire o continuare a guidare per altri 180 chilometri. I capi ci convincono a muoverci con la promessa di un albergo a una cinquantina di chilometri. Dopo averne percorsi quasi settanta ci sentiamo presi in giro e stavolta è l’equipaggio italiano a bloccare il furgone alla testa del convoglio. Nasce una nuova accesa discussione: ci fermiamo, vogliamo almeno otto ore di sonno e un incontro con tutti i leader non appena ricongiunti. Veniamo accontentati”.

Secondo quello che siamo stati in grado di capire, questo resoconto, a parere degli organizzatori, presentava una immagine non positiva di ‘Viva Palestina’. Da informazioni non verificate sembrerebbe che nei giorni scorsi altri tre partecipanti, non di nazionalità italiana, siano stati allontanati dalla ‘missione’ per motivi analoghi.

In una breve conversazione telefonica Francesca Antinucci, una delle responsabili italiane della raccolta fondi, ci ha dichiarato che la violazione del già citato ‘codice etico’ permette l’allontanamento dei trasgressori. Ovvero, e questo lo affermiamo noi, chi si macchia della terribile colpa di ‘raccontare’ deve essere cacciato.

La questione dei ‘codici’ è vecchia e riguarda principalmente alcuni reporter al seguito delle truppe durante i conflitti. Questi presunti giornalisti, detti embedded (in italiano ‘incorporati’), sono stati i responsabili della diffusione di informazioni quasi sempre inesatte durante i recenti conflitti in Afghanistan ed Iraq. Ai militari ed ai governi non piace che le guerre siano descritte e tanto meno gli orrori e le contraddizioni che provocano.

Dopo l’esperienza del Vietnam gli Stati Uniti hanno inventato la ‘sovranità limitata dell’informazione’. In quella guerra, nonostante gli sforzi governativi per nascondere la realtà, decine di inviati descrissero senza alcuna reticenza gli avvenimenti permettendo al popolo americano di capire per davvero quello che accadeva.

Da allora i belligeranti hanno applicato norme sempre più restrittive, limitando e spesso impedendo l’attività della stampa.

In questa attività di ‘silenziamento’ il governo di Tel Aviv e Tsahal, l’esercito israeliano, sono molto efficaci, ma neppure si deve dimenticare il cannoneggiamento statunitense sull’hotel Palestine a Baghdad, il luogo di residenza di numerosi giornalisti durante i terribili giorni dell’invasione dell’Iraq. Non sono da meno, per rimanere in Medio Oriente, sia Hamas che l’Autorità nazionale palestinese.

Adesso è la volta degli ‘umanitari embedded’. Tuttavia, è impensabile anche supporre che chi sostiene di voler ‘aiutare’ le popolazioni civili colpite da conflitti, embarghi o dittature ritenga di applicare durante le proprie azioni umanitarie ‘codici etici’  limitativi della libertà di espressione dei partecipanti e che ricordano quelli imposti dagli eserciti.

Nella mattinata di ieri abbiamo ricevuto una nuova telefonata dal Medio Oriente nella quale ci veniva chiesto per la seconda volta di ritirare gli articoli pubblicati.

Poi ci è arrivata dal giovane partecipante ‘loquace’ della carovana una mail contenente questo testo agghiacciante:

“Io sottoscritto Stefano D’Angelo, dichiaro di aver firmato, prima della partenza del convoglio VivaPalestina5, il codice di condotta al quale devono attenersi tutti i partecipanti. Ho accettato, in particolare, anche i punti seguenti:

- Accetto che ci saranno un certo numero di portavoce per il VP5, incaricati ufficialmente, ai quali durante convoglio andranno indirizzate le richieste di informazioni da parte della stampa.

- Non dirò nulla alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale che screditi VP5.

- Sono cosciente del fatto che le dichiarazioni pubbliche rese alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale possono essere raccolte da chi intende minare gli sforzi per porre fine all’assedio di Gaza.

Riconosco di aver violato questi punti del codice di condotta pubblicando miei articoli su un sito italiano (InviatoSpeciale, ndr) e, quindi, l’invito che mi è stato rivolto dal leader del convoglio italiano, Alfredo Tradardi, di rispettare il codice di condotta non ha alcun carattere censorio.

In fede, D’Angelo Stefano.
Lattakia, 7 ottobre 2010″

Pochi minuti dopo, una nuova mail del giovane:

“Spett.le direttore, chiedo che tutto il materiale scritto da me sul suo sito sia ritirato, per motivi che ora non sto qui a spiegarle”.

I toni di questo ‘pentimento’ ricordano, in scala per fortuna, le ‘ammissioni’ di Artur London alla polizia segreta comunista cecoslovacca raccontata nel film ‘La Confessione’ di Costa-Gavras, così come evidentemente gli organizzatori della Carovana mancano del tutto del senso della realtà. Per il “leader” Alfredo Tradardi, sembra rappresentante di Ism-Italia,  ‘selezionare’ le informazioni e limitare la libertà di espressione di un individuo non hanno un ‘carattere censorio’.

Il mondo della cooperazione non è sempre ‘trasparente’ o ‘politicamente corretto’. Il pacifismo non di rado è ‘schierato’ e facilmente ignora come nelle guerre i morti, i feriti, tutte le vittime civili e militari non hanno passaporto o divisa. Sono solo ed esclusivamente ‘vittime’.  Nulla distingue aggressori o aggrediti quando qualcuno è ferito, ucciso o rimane mutilato per il resto della vita. Nulla giustifica la violenza, mai ed in ogni caso.

Nel caso di ‘Viva Palestina’ ci chiediamo a cosa serva portare cibo, medicinali, aiuti se nello stesso tempo chi lo fa è costretto a subire ‘codici’ che ne limitano la libertà personale,  è messo da presunti ‘leader’ nella terribile condizione di subire la minaccia di ‘espulsione’ o gli è imposto di ‘pentirsi’ pubblicamente.

La democrazia non prevede la condivisione obbligatoria del pensiero di capi veri o di capetti presunti. Anzi impone la possibilità per chiunque di valutare, criticare, anche opporsi. Il giovane che mandava ad InviatoSpeciale le sue corrispondenze aveva ed ha il diritto di godere del suo diritto più importante: quello di parola. A prescindere dalle informazioni contenute nei suoi articoli.

Se nei pezzi di D’Angelo gli organizzatori hanno rilevato elementi ‘non veritieri’ o financo ‘mistificanti’ della realtà avrebbero potuto spedire al nostro giornale delle precisazioni o delle rettifiche. Non solo la nostra coscienza, ma la legge sulla stampa ci avrebbero imposto di pubblicare smentite o approfondimenti.

Invece hanno preferito le ‘vie gerarchiche’, spaventando il nostro ‘corrispondente’, che abbiamo sentito al telefono avvilito, stanco, preoccupato ed anche triste.

Se ‘Viva Palestina’, o meglio chi la dirige, suppone di fare qualcosa di utile per i cittadini di Gaza è in errore. In gravissimo errore. Perchè medicinali, cibo, attrezzature, carburante o cemento non servono a nulla se non sono accompagnati dalla libertà.

E, quali che siano ‘i rimproveri’  fatti dagli organizzatori a Stefano D’Angelo, costoro non possono mai ed in ogni caso imporre ‘pubbliche ammende’ o minacciare presunti ‘rei” di espulsione dal convoglio come ritorsione per quello che è stato visto, pensato o scritto.

Infine una domanda: “Chi ha donato soldi per finanziare la ‘spedizione’ è al corrente di come si comportano gli organizzatori di ‘Viva Palestina’?”.

Da oggi le corrispondenze dal convoglio cessano. Ai lettori il giudizio su iniziative del genere. A noi la constatazione che il berlusconismo non è solo un patrimonio del centro destra e che in Italia il fascismo o lo stalinismo dovrebbero essere studiati ancora e con maggior cura di quanto non si faccia oggi. Per il bene di tutti.

Roberto Bàrbera

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Commenti (19) »

  • Andrea Cottini ha detto:

    Concordo pienamente,
    mi viene da chiedere non solo se chi ha fatto delle donazioni a questa organizzazione sia a conoscenza del suo operato sul campo, ma soprattutto cosa abbia realmente da perdere colui che, ufficialmente in missione umanitaria, sottoponga ai partecipanti della missione dei codici di condotta a difesa del credito della missione stessa. Di quale tipologia di credito si sta parlando? Solo un credito d’immagine?

  • davide ha detto:

    Sono tra quelli che ha partecipato alla raccolta fondi. Sulla nostra buona fede, e sulla buona fede dell’iniziativa, non ho dubbi. Il problema è accettare che un capo possa ricattare un cooperante, reo di aver scritto un dirio per Inviato Speciale…

  • Elisa ha detto:

    Les organisateurs du convoi Viva Palestina5 ont reçu des indicateurs positifs du gouvernement égyptien, à savoir que la caravane pourrait traverser le point de contrôle de Rafah pour entrer dans la Bande de Gaza.
    QUESTO E’ QUELLO CHE CONTA, LI’ BISOGNA FARE PRESSIONI COME OPINIONE PUBBLICA: L’EGITTO DEVE LASCIAR PASSARE LIBERAMENTE IL CONVOGLIO

  • francesca ha detto:

    Non è ammissibile che “per la causa” si sia disposti a tutto, il discorso che di recente giustifica ogni azione dell’umanitarismo. Consiglio un libro importante, ma ancora troppo poco conosciuto in Italia: “Un giaciglio per la notte” di David Rieff.

  • Iacopo ha detto:

    Secondo il commento precedente è giustificato tacere qualsiasi nefandezza allo scopo di indurre l’opinione pubblica ad approvare il convoglio e i suoi metodi e la frontiera egiziana a dargli via libera. Bene, bene.

  • davide ha detto:

    Ecco cosa si legge in un pezzo del codice etico (codice di condotta) firmato dai partecipanti:

    “Accetterò le decisioni della direzione del convoglio anche se entrano in conflitto con le mie opinioni personali. Avrò tuttavia il diritto di esprimere le mie opinioni. Non abbandonerò il convoglio né tenterò di di abbandonarlo senza il permesso dei leader di Viva Palestina 5.”

    Sul diritto di esprimere opinioni ci sono forti dubbi

  • Nessuno ha detto:

    Ho dato una scorsa al testo e non so se ho ben capito il problema. Ne sono venuto a conoscenza attraverso la rassegna stampa cristiano-sionista “Notizie su Israele”, da me monitorato e che è un centro di diffamazione permanente su tutto ciò che è Palestina. Può darsi che fraintenda e non ho tempo di approfondire, ma se nel caso di specie si tratta di una ennesima infiltrazione del Mossad, mi sembra lecito che vi siano misure di sicurezza e di autodifesa. Conosco Tradardi e so che è persona assolutamente corretta. Se in questo sito, si intende contrastare l’eroica missione che tende a portare aiuti ai palestinesi…

    Eh, beh, Signori, che i nemici stiano ciascuno nel loro campo.

    Saluti

  • Sonia ha detto:

    Non si può confondere il dissenso con la diffamazione: il dissenso è una opinione, la diffamazione è una azione perversa. Appoggio il dissenso espresso da Inviato Speciale. Il diario non era nè dissenso nè diffamazione: era il racconto della vita di un ragazzo in una comunità di volontari coinvolti in una avventura non facile. L’organizzazione VP5 ritiene opportuno che siano solo le fonti ufficiali a dar notizie del convoglio, per evitare qualsiasi distorsione dei fatti, eppure io ho avuto più volte esperienza del contrario. Purtroppo si riesce a distorcere e diffamare analizzando una qualsiasi frase, anche se recita “la spedizione è bella”. Non raccontiamoci favole, raccontiamoci la verità.

  • Uno che ha letto con attenzione ha detto:

    e arrivato qui “Se ‘Viva Palestina’, o meglio chi la dirige, suppone di fare qualcosa di utile per i cittadini di Gaza è in errore. In gravissimo errore. Perchè medicinali, cibo, attrezzature, carburante o cemento non servono a nulla se non sono accompagnati dalla libertà.” ho sacramentato.
    Seduti a casa propria si può pensare come Platone, ma l’autore del testo vada a vivere con altri 15 in una stanza, lotti tutti i giorni per un pasto, vada a dormire quando cala il sole, beva acqua non potabile, guardi marcire la ferita perchè mancano gli antibiotici… Porco cane, degli amici così sono lultima cosa di cui hanno bisogno a Gaza. Aspettate almeno che Stefano torni e ci dica tutta la storia del blog sospeso, perchè fino a qui non avete fatto che ipotesi

  • Uno che ha letto con attenzione ha detto:

    scusate il “porco cane”, il fatto è che mi immagino i volontari a cui logicamente saltano i nervi per la stanchezza, immagino quelli che aspettano gli aiuti e sono alla disperazione e trovo che tutte queste discussioni per avere informazione in corso d’opera mi sembrano un capriccio da viziati. Quando torneranno diranno tutto e se ci saranno motivi per coprire di miserie gli organizzatori lo faremo, dando anche voce, però, a quelli che gli aiuti li hanno ricevuti. Speriamo p.cane

  • Elisa ha detto:

    Non so proprio in che condizioni fisiche e di spirito sia Stefano, vista la situazione concreta:
    da Ism. “Nella notte fra il 7 e l’8 ottobre un nubifragio si è abbattuto sulla città, creando non pochi problemi anche alle strutture del campo profughi in cui siamo accolti. Ma le difficoltà maggiori, le difficoltà vere, vengono dagli egiziani che hanno imposto regole molto rigide per lo stivaggio degli aiuti umanitari. Tutto deve essere poggiato su pallets di cui sono state fissate le dimensioni e il peso finale e tutto il materiale deve essere riclassificato secondo categorie egiziane. Questo costringe i volontari a scaricare tutto il materiale, a riclassificarlo e a ridisporlo secondo queste regole all’interno dei veicoli.”
    Coraggio ragazzi.

  • francesca ha detto:

    Inviato Speciale dice “ACCOMPAGNATI dalla libertà”, significa cioè che bisogna assolutamente portare i beni di prima necessità ma anche qualcosa in più: il rispetto dei diritti. Chiede uno sforzo in più. Tenete conto inoltre che in questi anni il giornale non ha fatto altro che ribadire che Gaza è una prigione a cielo aperto e a denunciare gli abusi che vi sono stati perpetrati. Inoltre state scrivendo a persone che la guerra l’hanno vista in prima persona e non a dei presunti intellettuali da salotto. Spero davvero che in questa Italia si smetta di reagire come dei “fan”, ma si cominci a usare sempre di più il senso critico…che in questa vicenda si è appunto perduto.

  • Elisa ha detto:

    @Francesca Senza accorgertene ti comporti proprio da fan, perchè ACCOMPAGNATI dalla libertà è preceduto da parole che non citi
    ” Perchè medicinali, cibo, attrezzature, carburante o cemento non servono a nulla se non sono accompagnati dalla libertà”
    Guarda che servono, eccome, e la libertà di cui qui si parla non è quella dei palestinesi in prigione, ma del personale del convoglio di fare la propria informazione. Nessuno tiene abbastanza conto della fatica e dello sforzo che devono fare. Del blog in diretta importa solo a noi, noi qui a casa nostra, mentre lo si sbattono con tutti gli ostruzionismi degli egiziani e le difficoltà umane in un gruppo internazionale. Anceh io spero che cominci un pò più di senso auto-critico.

  • francesca ha detto:

    guarda Elisa che Inviato cercava proprio di raccontare questi sforzi con il diario del volontario. ora, invece, non sarà più possibile.
    inoltre ho parlato chiaramente di “beni di prima necessità”…fan di che cosa??!
    spero davvero che rileggiate questa vicenda senza ideologismi, perché anche Inviato è molto sensibile alla situazione di Gaza. basta leggerne gli articoli.

  • dario ha detto:

    ma questi sostenitori di ‘viva palestina’ chi sono? la gente che relativizza i diritti di pensiero e parola è pericolosa. e la cosa peggiore è che neppure capiscono. povera italia, tra berlusconi ed invasati stiamo messi proprio male.

  • Elisa ha detto:

    @ Francesca, non ho intenzione di polemizzare, tu hai scritto di atteggiamento da fan, io l’ho solo restituito perchè il tuo post con evidenza riprendeva il mio. Adesso devo restituire “ideologismo” perchè il mio è un atteggiamento pratico e realistico. Il blog sarebbe interessante per NOI, ma non è un totem, restare senza non danneggia per niente l’operazione. Le notizie saranno buone anche al ritorno, complete e ben articolate.

  • davide ha detto:

    Elisa, è il codice etico che noi stiamo criticando, non gli aiuti umanitari (che ho contribuito a reperire con convinzione).
    E il codice etico parla chiaro e recita: “Non farò dichiarazioni negative o accuse contro nessuno dei partecipanti a questo viaggio. Né farò nulla che possa influire negativamente su Viva Palestina o sui suoi partner, prima o dopo il viaggio”.

    Prima o dopo il viaggio, si dice. Cosa vuol dire?
    Che non solo è vietato fornire notizie durante la missione, ma che è addirittura vietato farlo dopo. In pratica, a parte un paio di persone (i Tradardi?), gli altri hanno l’obbligo di stare zitti anche al ritorno…

    Questo vuol dire che ci sarà sempre una versione ufficiale, possiamo immaginare ottimistica, diramata dai vertici di Viva Palestina. E che le voci critiche saranno censurate: non verremo mai a conoscienza di eventuali probemi.

  • ptt ha detto:

    Tutto questo (almeno da me) è già visto. Ho sostenuto (e sostengo) VP5 e altri VP iniziative… però, nel passato, ci sono state cose criticabilissime, e noi a Palestine Think Tank abbiamo anche criticato ciò, soggettandoci a molta ostilità e anche peggio. Incluso in “noi” il fondatore di Al Awda che aveva documentato cose che erano irregolare e per questo, è stato minacciato. Non ha tolto il nostro sostegno al metodo, ma abbiamo molto ridimensionato il nostro appoggio senza se e senza ma ai leader.

    Ogni volta che i “leaders” fanno più di prendere solo le decisioni, per il bene della collettività/gruppo/scopo del progetto, devono pensare anche che il sacrosanto diritto di dissenso esiste e non viene punito. Posso anche capire che certe informazioni sono dannosi, ma quello che aveva raccontato Stefano non era pericoloso per nessuno. Ha parlato delle situazioni importanti, decisioni presi e poi l’ubbedienza, ma con fortissime riserve. Ecco tutto. Se per i leader è troppo, mi dispiace molto.

    Contiuo a sostenere VP5 e la sua gente, ma non tutti i leader, come è stato sempre molto chiaro dagli articoli scritti da tutti gli editori del sito in cui collaboro.

    Mi dispiace che è arrivato questa situazione, e comprendo i sentimenti espresso da inviato speciale e sono amareggiata insieme a loro.

  • Elisa ha detto:

    @ Davide, ho capito benissimo che criticate il codice etico, e anche che c’è la convinzione che il blocco del blog dipenda da quello che ha scritto Stefano. Il gruppo è composto da gente di varie nazioni, è possibile che stesse nascendo un caos di notizie atto a screditasre l’intera operazione o a dare motivo agli Egiziani di bloccare il convoglio. So bene che non contestate gli aiuti, ci mancherebbe, ma perdete di vista che lo scopo di VP5 è portarli, non segnare una tappa luminosa del giornalismo.
    Mentre ci sono, contesto l’uso della parola “embedded” come del tutto impropria, non si tratta del rapporto fra alti comandi militari in operazione di guerra e giornalisti coinvolti all’unico scopo di dare notizie.

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