‘Viva Palestina’: D’Angelo è stato espulso
Il volontario della Carovana si era ‘permesso’ di raccontare il suo viaggio. Accusato di aver violato il ‘codice di comportamento’ imposto dagli organizzatori aveva dovuto firmare una specie di ‘foglio di pentimento’. Non è bastato, alla fine è stato cacciato.
‘Viva Palestina’ ha organizzato una colonna di quasi 150 mezzi, partiti lo scorso mese di settembre dall’Europa e da alcuni Paesi asiatici con l’obiettivo di raggiungere Gaza per portare aiuti alla popolazione civile duramente colpita prima dall’invasione israeliana e poi dell’embargo.
InviatoSpeciale seguiva l’avventura accogliendo le ‘corrispondenze’ del giovane partecipante, che raccontava il viaggio attraverso una interessante cronaca quotidiana. Il diario, appunto, firmato dal ventottenne marchigiano Stefano D’Angelo.
Finché qualcosa è andato storto. Al giovane è stato improvvisamente imposto di smettere di scrivere, ma non solo: sono giunte pressioni al nostro giornale affinché venissero addirittura rimosse le prime ed uniche due puntate già pubblicate. Il cronista è stato accusato di aver “diffamato” l’immagine di ‘Viva Palestina’ perchè aveva descritto un banalissimo litigio notturno: un episodio di nessuna rilevanza, ma evidentemente ritenuto dagli organizzatori un fatto da tenere ‘segreto’.
A seguito di quelle forti pressioni InviatoSpeciale ha denunciato l’atteggiamento censorio dei responsabili del Convoglio. Stefano D’Angelo, infatti, era stato messo con le spalle al muro: qualora il giornale non avesse rimosso gli articoli ‘incriminati’, lui sarebbe stato cacciato dalla spedizione. A chiunque sarebbe stato chiaro che in nessun modo il giovane marchigiano avrebbe potuto rimuovere gli articoli, né tanto meno un organo di informazione serio si sarebbe mai prestato a censurare se stesso. A chiunque, ma non ai ‘leader’ (così si autodefiniscono) del Convoglio.
E’ bene specificare che i responsabili della missione si aggrappavano ad un singolare ‘codice di condotta’ fatto firmare a tutti i partecipanti prima della partenza: nel regolamento si spiegava che nessun volontario avrebbe potuto scrivere del viaggio, né pubblicare fotografie o video senza il consenso del capo-convoglio. Ai volontari veniva solo concessa la possibilità di avere una propria opinione (ma di tenerla per sé): cosa assai curiosa se si pensa che i diritti di pensiero e di parola, ritenuti inalienabili da qualunque essere umano democratico, per ‘Viva Palestina’ sono invece una gentile concessione elargita da un capo-convoglio. Ai volontari era inoltre impedita la facoltà di abbandonare volontariamente e liberamente la missione qualora ne avessero avuto il desiderio. Partecipanti precettati e cronisti ‘embedded’, insomma.
Sulla base di tale ‘codice di condotta’, quindi, i diritti individuali dei volontari diventano ‘diritti limitati’. Per sempre. Perché il documento impone anche di non raccontare cosa accade nel Convoglio neppure a missione conclusa. Di fatto, dunque, i ‘leader’ prevedono una sola verità, naturalmente la loro. Questa decisione totalitaria sarebbe giustificata dalla necessità di prevenire fughe di notizie dannose alla presunta ‘causa di Gaza’.
Per evitare di essere mandato a casa il sospetto ‘refusnik’ fu messo in condizione di firmare il seguente ‘atto di contrizione’:
“Io sottoscritto Stefano D’Angelo, dichiaro di aver firmato, prima della partenza del convoglio VivaPalestina5, il codice di condotta al quale devono attenersi tutti i partecipanti. Ho accettato, in particolare, anche i punti seguenti:
- Accetto che ci saranno un certo numero di portavoce per il VP5, incaricati ufficialmente, ai quali durante convoglio andranno indirizzate le richieste di informazioni da parte della stampa.
- Non dirò nulla alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale che screditi VP5.
- Sono cosciente del fatto che le dichiarazioni pubbliche rese alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale possono essere raccolte da chi intende minare gli sforzi per porre fine all’assedio di Gaza.
Riconosco di aver violato questi punti del codice di condotta pubblicando miei articoli su un sito italiano (InviatoSpeciale, ndr) e, quindi, l’invito che mi è stato rivolto dal leader del convoglio italiano, Alfredo Tradardi, di rispettare il codice di condotta non ha alcun carattere censorio.
In fede, D’Angelo Stefano – Lattakia, 7 ottobre 2010″.
Non è stato sufficiente. A seguito di un secondo articolo di InviatoSpeciale nel quale si rendevano noti altri particolari della vicenda a D’Angelo è stato posto un ultimatum: abbandonare ‘volontariamente’ il Convoglio o farsi espellere. Scelta ampia, dunque.
Il giovane, pur godendo della stima di tutti gli altri volontari, subito dopo ha ricevuto una lettera ufficiale del solito ‘leader’ Tradardi, nella quale gli veniva annunciata la decisione finale: andarsene. Neppure la solidarietà dei compagni di viaggio ha permesso di sospendere o annullare la ‘sanzione’.
Rimangono aperti alcuni interrogativi. Perché i sostenitori in Italia di ‘Viva Palestina’ non hanno ritenuto di dover difendere il diritto di parola di cittadino che partecipava alla missione? Come mai nessuno nel Convoglio si è reso conto della grave violazione dei diritti civili di uno dei volontari ed ha imposto comunque una riflessione sull’intera vicenda? Ed infine: come si può supporre che degli articoli di giornale nel quale si raccontavano cose realmente accadute avrebbero possano mettere a rischio l’obiettivo finale del ‘Convoglio’?
Il conflitto israelo-palestinese porta con sé già intollerabili lutti e violenze. La pacificazione della regione dovrebbe imporre l’affermazione del principio di coesistenza pacifica ed invece sembra che anche chi ritiene di voler aiutare la popolazione civile ferita dalla violenza della guerra senta il bisogno di combattere al suo interno. Per altro contro nemici immaginari. Non c’è da ben sperare.
Davide Falcioni


Ma non era una viaggio a scopo umanitario…cosa deve nascondere sto “leader”. Ma vattene via tu…”uomo” antidemocratico e antiliberale.
Lascia un commento