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Terra Madre e i campesinos dello ‘slow food’

Autore: . Data: lunedì, 25 ottobre 2010Commenti (0)

Il Salone del Gusto vive quest’anno al Lingotto di Torino, fianco a fianco a “Terra Madre”. Cammini per gli stand e dopo un po’ senti lo stridìo. E’ quello che senti fra i sommeliers impinguinati, le hostess degli spumanti, i visitatori ‘radical chic’ che dibattono di alta gastronomia, di “biologico”, di “presìdi” e il popolo di Terra Madre.

Passi così dall’effervescenza del mercato del “buono” ai tavoli dove giovani africane poverissime-fotografatissime perché “quanto siete belle!” espongono alcuni pesciolini affumicati, che tutti ammirano con occhi da antropologo e pochi vogliono assaggiare.

Perché insieme in un unico appuntamento? Ipocrisia paternalistica per vestirsi i panni del buon samaritano? Immediatamente hai proprio questa sensazione, ma poi ascolti, segui i laboratori dove questi agricoltori si scambiano le esperienze, fai le domande che ti servono e ti si offre un altra prospettiva. La scelta di Slow Food di mettere insieme i gourmet e i campesinos è una strategia, e per ora sembra vincente.

E’ il cavallo di Troia per far entrare gli agricoltori finora più dimenticati o spremuti dal colonialista o neo-colonialista occidentale nei circuiti di comunicazione internazionale. Attenzione, non nei circuiti dei Mercati. Quello che si cerca è che gli agricoltori originari possano conoscersi e condividere metodi e contenuti delle loro lotte per dare dignità ed efficacia al loro lavoro.

Quei pochi passi che fai dai padiglioni dei famosi gourmet agli stand del sud del mondo sono i passi che ti portano dal “buono”, attraverso il “pulito”, finalmente al “giusto”, parafrasando il libro di Carlin Petrini. E il giusto piano piano sono questi stessi agricoltori a dirtelo, uno dopo l’altro, portandoti le stesse idee una voce dopo l’altra. Non si sono mai visti prima e parlano la stessa lingua: “Produciamo quello che mangiamo e mangiamo quello che produciamo” dice un peruviano. “Non ci dobbiamo più sentire poveri, noi siamo ricchissimi”, dice un ugandese. “Le nostre conoscenze millenarie, il sapere dei nostri nonni è la vera fonte della nostra ricchezza”, dice un sudafricano.

E la novità allora è proprio questa: il prossimo Terra Madre si fa negli States. Esatto, proprio in casa della Mc Donald’s. Come un puledrino di Troia che già corre veloce. A dare fiato ai campesinos in casa delle più classiche compagnie dell’alimentazione globalizzata. Sono stati gli Slow Food statunitensi a volerlo, quasi chiedendo aiuto per poter dare fiato a tutta quella grande massa di cittadini degli States che stanno cercando di cambiarsi la vita, di costruire la loro nuova frontiera, come descrive Chris Carlsson in Now Utopia.

Il campesino in soccorso dell’occidente, signori.

Testo e foto di Mario Carini

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