Senza soldi, quale salute? La paura dei cittadini
Inquietanti (ma non per questo imprevisti) i risultati di una ricerca del Censis diffusi ieri: la non autosufficienza (85,7%) e l’impossibilità di pagare le spese mediche (82,5%) rappresentano i primi timori degli italiani, più sentiti della criminalità e della disoccupazione.
E’ quanto risulta dallo studio realizzato dall’istituto di ricerca per il Forum Ania-Consumatori, la fondazione promossa dalla stessa Ania per rendere più sistematico il dialogo tra imprese di assicurazione e consumatori, presentato ieri durante il convegno ‘Gli scenari del welfare, tra nuovi bisogni e voglia di futuro’.
Una premessa è d’obbligo, prima di entrare nel merito dei dati. Gli effetti della crisi economica (spesso e volentieri rimossi dagli organi di informazione, come se fossero ormai acquisiti) non si fanno sentire soltanto in seguito alla presa d’atto dell’aumento vertiginoso delle ore di cassintegrazione o del numero dei disoccupati. Bensì investono enormemente la sfera delle ‘certezze’ fino a qualche decenno fa date per scontate in virtù dell’efficienza dei servizi pubblici. Come può, invece, un cittadino diventato adulto negli anni 2000 aspettarsi qualcosa di ‘sicuro’ dalla società italiana?
La precarietà è entrata in tutti gli aspetti della vita delle persone. Infatti, dalla ricerca Censis emerge in primo luogo il problema delle ingenti spese per il sostentamento dei familiari in ‘condizione critica’: nel 2009 il 32,1% delle famiglie ha dovuto affrontare gravi situazioni di disagio, dalla necessità di assistere malati terminali o portatori di handicap all’improvvisa perdita di reddito o disoccupazione di un congiunto. Disagi affrontati giocoforza in totale autonomia (59%) o con il sostegno di amici o parenti (28%), ma comunque in assenza o con scarso apporto del sistema di welfare. Dunque, tra le richieste avanzate dalla maggioranza degli italiani c’è quella di un welfare più efficiente e modulato sui nuovi bisogni.
Inoltre, gli intervistati vorrebbero un sistema di protezione sociale più vicino, anche geograficamente, alle loro esigenze: il 59% ha chiesto che le amministrazioni regionali si occupino di quei servizi con sempre maggiori responsabilità. Sono stati interpellati anche gli operatori che erogano i servizi, mentre dagli amministratori locali provengono richieste impensabili fino a qualche tempo fa: in particolare, il 70% di loro ha dichiarato di considerare efficace la partnership pubblico/privato per i servizi in generale (segno dell’inadeguatezza del sistema).
“Un’idea di welfare moderno – ha commentato il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, intervenuto al convegno – implica che il cittadino sia attivo nei confronti delle proprie scelte e delle proprie responsabilità”. In tutta evidenza “c’è un ritardo generale – ha aggiunto – ed è necessario un diverso rapporto tra cittadino e cultura della responsabilità, diritti e doveri”.
Al cospetto di “una società che invecchia”, bisognerebbe ripensare l’apporto dei servizi pubblici, che è vissuto con “una percezione dei rischi diversa”. Poi ci sarebbero da affrontare alcune ricadute della precarietà, visto che “è presente una somma di bisogni che crescono e si differenziano, con una condizione di insicurezza crescente”.
Sarebbe opportuno, poi, interrogarsi oltre le apparenze su altre esigenze segnalate dalla maggior parte del campione: non tanto la (scontata) richiesta di eliminazione degli sprechi, ma soprattutto il desiderio di un maggior coinvolgimento del privato nel sistema previdenziale e sanitario, pur mantenendo il ruolo prevalente e di garanzia dello Stato. Un desiderio comprensibile, visto e considerato il livello qualitativo di molti servizi al cittadino. Occorre però aggiungere che in un sistema sanitario come quello italiano il privato ha dimostrato spesso e volentieri di non saper corrispondere adeguati standard di assistenza pur a fronte di costi piuttosto elevati (sia a carico del contribuente, sia del paziente-cliente). “Fermo restando il ruolo essenziale del pubblico – ha sostenuto al riguardo Epifani – non si può pensare ad un rapporto in cui il cittadino resti un soggetto passivo”.
Naturalmente, il confronto tra governo e parti sociali sul ruolo dei servizi in una società moderna fa i conti con il dibattito (spesso strumentale) in merito all’applicazione del patto di stabilità che si sta riscrivendo a Bruxelles. Nei giorni scorsi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha affermato che “siamo messi male”, ma come è noto (a quasi tutti) qualcuno è messo molto peggio di altri e comunque “in un Paese con un debito come il nostro – ha osservato il leader Cgil – non si dovrà solo ridurre la spesa, ma si dovrà tagliare di più”. Tenendo presente che nel Belpaese si sommano nodi irrisolti (a cominciare dall’evasione fiscale da record) e problemi nuovi, sorti di pari passo con l’incidenza della crisi economica nella vita delle persone. E che le aspettative di crescita “purtroppo saranno basse e con risorse pubbliche inadeguate”.
Perciò, ha concluso Epifani, “se non si fa chiarezza sulla responsabilità e non si lavora per un sistema ordinato, senza furbizie, c’è il rischio di un permanente conflitto istituzionale sull’utilizzo delle politiche di welfare”. Proprio mentre crescono, a ragione, le paure dei cittadini.
Paolo Repetto


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