Eaton, fabbrica occupata contro i licenziamenti
Le conseguenze della crisi economica abbinate all’assenza di qualsiasi disegno di politica industriale (in un Paese rimasto per cinque mesi senza un ministro dello Sviluppo economico) si specchiano nel dramma dei 304 ex dipendenti Eaton, multinazionale statunitense di componentistica per auto. Lavoravano presso lo stabilimento di Massa, chiuso nel 2008, sotto Natale terminerà anche il periodo di cassintegrazione straordinaria e partiranno le lettere di licenziamento.
Ecco perchè da due giorni operai e impiegati hanno deciso di occupare l’area macchinari della fabbrica, dopo aver forzato i cancelli che da due anni impedivano l’accesso e in seguito all’esito fallimentare dell’incontro in prefettura durante il quale l’azienda si è rifiutata di ritirare le lettere di licenziamento e di avviare le procedure per un ulteriore periodo di cassintegrazione in deroga.
Per sancire con una determinazione financo provocatoria la volontà di chiudere baracca e burattini nel modo peggiore, la prima lettera di licenziamento (datata 15 dicembre, come previsto) è già stata recapitata, con largo anticipo, all’operaio Marco Alberti. Niente di strano, visto che il mittente ha inteso evidentemente procedere in ordine alfabetico, tanto per attribuire la giusta patina burocratica alla tragedia di donne e uomini in carne ed ossa.
Per il resto l’azienda ha utilizzato l’asciutto linguaggio dei lugubri tagliatori di teste anche quando si è trattato di comunicare i propri convincimenti sul futuro: “Non ci sono le condizioni economiche per altri ammortizzatori sociali”, vale a dire la ‘cassa’ in deroga per un altro anno. Aggiungendo di non essere disposta “ad una cessione gratuita delle aree” e di voler provvedere quindi, “allo scadere della Cigs alla risoluzione del rapporto di lavoro con i suoi 304 operai”.
E dire che nei giorni scorsi si era diffuso un moderato ottimismo, in seguito all’iniziativa della Regione che era riuscita a fissare un incontro al ministero dello Sviluppo economico (il 30 settembre) alla presenza di tutti gli imprenditori che hanno presentato il progetto di reindustrializzazione dell’area, ovvero Fidi Toscana, Sici e Invitalia. Ci si attendeva dunque un’apertura dell’azienda che non c’è stata, suscitando comprensibile sconcerto nella Fiom toscana: “La partenza delle lettere di licenziamento rappresenta una normale conseguenza della situazione – ha sottolineato il sindacalista Alessio Castelli – ma ci saremmo aspettati che prima di farle partire avesse avuto almeno il buon gusto di sedersi al tavolo istituzionale che era stato convocato”.
Così non è stato e la volontà di rimanere i padroni dell’area prefigura intenti speculativi, i quali ovviamente sono percorribili soltanto dopo essersi sbarazzati dell’ingombrante manodopera. La cui situazione è particolarmente pesante: il 60% dei lavoratori ha meno di 40 anni, dunque non c’è nessuna possibilità di poterli ‘accompagnare’ alla pensione.
Dunque i lavoratori in odore di licenziamento hanno messo in atto la loro disperata protesta, occupando la fabbrica ed esponendo proprio sopra l’insegna dello stabilimento uno striscione rosso: ‘La fabbrica è dei lavoratori’. L’altro ieri hanno ricevuto la visita del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, mentre ieri a Massa si è presentato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Che intende coinvolgere immediatamente il neoministro per lo Sviluppo economico, Paolo Romani, affinché “assuma il problema intervenendo sulla proprietà e provando a farla ragionale per garantire almeno i tempi necessari per la riconversione”.
L’intenzione della Cgil è tentare “un passo forte per riportare la proprietà al tavolo, per far ragionare chi non vuole ragionare, perché con un piccolo sacrificio l’azienda può garantire uno sbocco ai lavoratori”. Poi Epifani ha affrontato davanti ai lavoratori in assemblea un tema annoso e drammaticamente irrisolto: “Come sistema-Paese dobbiamo essere più forti con le multinazionali che vengono, investono, fanno profitti e poi se vanno, lasciando una scia di disoccupati”. Tanto più che “in altri Paesi, come la Francia e la Germania, la questione viene affrontata con molta più determinazione”.
I cronici deficit legislativi a tutela del lavoro in un mondo produttivo globalizzato si vanno a sommare alla scarsa autorevolezza di chi dovrebbe indirizzare da palazzo Chigi un barlume di politica industriale. Come stupirsi, allora, se la Rappresentanza sindacale unitaria ha dovuto prendere atto della “assenza di dialogo tra le parti”? Ai lavoratori non resta che andare avanti “ad oltranza nell’occupazione fino a quando la trattativa non darà segnali positivi per noi”. Non li biasima il presidente della Regione Toscana: “Non siete soli, combatteremo insieme questo capitalismo distruttivo”, ha spiegato Enrico Rossi due giorni fa, incontrando gli occupanti sul posto. “Di fronte a un simile atteggiamento – ha aggiunto – i lavoratori non potevano non occupare”.
Peraltro la somma che l’azienda avrebbe dovuto versare per attivare la cassintegrazione in deroga è piuttosto modesta, 800mila euro, “e non si calpestano i sentimenti dei lavoratori per una cifra simile”, ha concluso il presidente della Regione. Perciò “l’azienda porta tutte intere le responsabilità delle conseguenze che potrebbero derivare dalla sua decisione – ha tagliato corto a sua volta Alessio Gramolati, segretario della Cgil Toscana – e il governo deve rapidamente intervenire per convincere l’azienda a tornare sui propri passi e per ripristinare condizioni di normalità in un clima favorevole al recupero industriale di quel sito produttivo”.
Paolo Repetto


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