Veltroni e il Pd: sbagliando non si impara
A beneficio dei lettori che si fossero distratti qualche anno dalle beghe della politica (e non gliene faremmo certo una colpa), segnaliamo che l’ex leader del Pd non si è ancora autoesiliato in Africa, nè sembrerebbe in procinto di farlo a pochi mesi dalla fine dell’anno.
“Una cosa ho chiara nella mente – spiegò Veltroni nel lontano 2003 – che alla fine del mio mandato non voglio nessun altro incarico. Fare il sindaco lo considero il mio ultimo lavoro in politica. Potrei arrivare al 2011, anno in cui avrò 56 anni. Spero a quel punto di poter andare a fare un’esperienza lunga in Africa dove ho lasciato un pezzo di me”.
Poi accadde che proprio lui, mentre era primo cittadino della Capitale, nell’ottobre 2007, si fece eleggere segretario del neonato Partito democratico, con il 75% dei consensi, e ne sancì immediatamente la cosiddetta “vocazione maggioritaria”. Da lì a lanciare frecce avvelenate a Romano Prodi (che era capo del governo da oltre un anno) il passo è stato brevissimo. Mentre il Professore stava cercando in ogni modo di tenere assieme il complicatissimo puzzle di partiti e partitini a sostegno del traballante centrosinistra insediato a palazzo Chigi.
La critica dell’allora sindaco fu durissima, a dispetto della fama ‘buonista’ che lo contraddistingue: sostenere da subito una sorta di ‘autosufficienza’ del Pd, in quanto partito del “cambiamento” e contro le logiche da “vecchia politica”, significava infatti collocare una bomba a orologeria sotto la poltrona del Professore. Infatti, molto presto, quest’ultimo dovette affrontare le ire di Clemente Mastella, allora segretario del più piccolo cespuglio centrista a sostegno dell’esecutivo. Sapendo che avrebbe perso la sfida con il ‘ras di Ceppaloni’.
Così Prodi raccontò l’episodio, l’anno dopo la caduta del suo governo, e precisamente il 15 marzo 2009 ospite di Fabio Fazio alla trasmissione di RaiTre ‘Che tempo che fa’: “Il mio esecutivo – ricordò il Professore – poteva andare avanti, perché dopo una Finanziaria durissima il Paese avrebbe finalmente potuto raccogliere i frutti di quei sacrifici. E invece, come successe anche con il mio primo esecutivo, dopo l’ingresso nell’euro, il governo è stato fatto cadere”.
E alla domanda del conduttore su che cosa avesse pensato il presidente del Consiglio di fronte all’annuncio di Veltroni che, in caso di elezioni, avrebbe imposto al suo partito a fare a meno delle ‘ali’, Prodi replicò significativamente: “Non ebbi bisogno di pensare. Ricordo che si affacciò Mastella alla porta del mio ufficio a Palazzo Chigi. Teneva la testa piegata da un lato e urlò: se voi volete fare fuori me, sono io che faccio fuori prima voi. Per la verità la frase di Clemente era un po’ più colorita, ma la sostanza non cambia…”.
La frittata era fatta, l’abisso ad un passo. E non appena cadde il governo, due anni dopo il suo insediamento, Prodi si ritirò dalla politica, non prima di prendere nettamente le distanze dal principale responsabile della sua caduta, vale a dire Veltroni: “La linea politica adottata da Veltroni nel partito non era la mia e per questo mi sono fatto da parte”. Il nodo del contendere era lo stesso riproposto ieri – intervistato da ‘Repubblica tv’ – dall’ex sindaco di Roma: la presunta vocazione maggioritaria del principale partito di opposizione.
“Vocazione” alla base della campagna elettorale del centrosinistra dopo la caduta del governo di centrosinistra, prima del voto del 13 e 14 aprile 2008. Come andarono le cose, lo ricordano ancora gli elettori progressisti: trionfo di Berlusconi, sonora sconfitta del Pd, con le famose “ali” della sinistra radicale rimaste stritolate ed estromesse dal Parlamento, per la prima volta dopo 60 anni.
Eppure Veltroni ha riproposto ieri il ritorno al “nuovismo” duramente sconfitto due anni fa. Lo ha fatto contrapponendosi al segretario del suo partito, Pierluigi Bersani (che ha lanciato qualche settimana fa una sorta di nuovo “Ulivo”, dai contorni poco chiari e, a prima vista, non proprio convincenti) e lo ha fatto pronunciando le seguenti parole: “Il Pd non può essere un partito di un tempo che non c’è più. La cosa peggiore sono le ipocrisie e i colpi bassi, voglio un Pd aperto e maggioritario”. Un partito che, manco a dirlo, punti al “cambiamento”, sulla base di poche idee e non di “mille pagine di un programma”.
E, addirittura, il Pd dovrebbe indicare in caso di elezioni anticipate un candidato-premier “che magari venga dall’esterno”. Come accadde con il reietto Romano Prodi, e nonostante nel Pd si ragioni da tempo sulla candidatura dello stesso Bersani.
Da notare, infine, che l’uomo di fiducia dello stesso Veltroni (oggi capogruppo alla Camera), Dario Franceschini, è ormai un suo ex alleato nello scontro interno al partito. Si è infatti rifiutato di sottoscrivere il documento che l’ex primo cittadino della Capitale ha presentato alla riunione di direzione del Pd e che ha sancito l’inizio della dura contesa sulla linea politica. “Franceschini dice che quelle firme in calce rappresentano una conta dannosa – si è difeso Veltroni – ma contarsi non significa dividersi”. Curiosa affermazione. Ma al ‘buonismo’ di Walter non dovrebbe credere più nessuno, ormai. Mentre il Pd ha evidentemente deciso di dimostrare ai suoi iscritti e simpatizzanti che sbagliando non si impara.
Paolo Repetto


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