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Precarietà, ritmi, fatica: lo stress al supermercato

Autore: . Data: martedì, 28 settembre 2010Commenti (0)

I risultati di una ricerca realizzata a Bergamo sulla vita e il lavoro di venti delegati sindacali della grande distribuzione parlano chiaro: la difficoltà di conciliare i tempi casa-lavoro è ovunque presente, così come la percezione di forte disagio da parte dei precari. Per non dire dello stress, una condizione con la quale il lavoratore deve imparare a convivere, in cassa o dietro ai banchi di salumerie o macellerie.

L’ultima puntata della nostra inchiesta sulla grande distribuzione entra nel merito dello studio commissionato per conto della Filcams-Cgil da Roberto Rossi e condotto da Ada Franchi, ricercatrice dell’Università di Bergamo: i risultati si riferiscono al periodo dicembre 2009-febbraio 2010.

Per le interviste sono stati individuati dipendenti scelti tra i più importanti supermercati ed ipermercati della provincia di Bergamo: ognuno è stato intervistato singolarmente, faccia a faccia o, dove non possibile, telefonicamente. E’ stato realizzato per ognuno un identikit, con l’obiettivo di mettere a fuoco le caratteristiche personali (età, sesso, stato civile, numero ed età dei figli, titolo di studio) e l’inquadramento professionale (mansione svolta, tipo di contratto, numero di ore, anzianità di servizio).

Successivamente ognuno è stato sottoposto a 16 domande che vertevano sui seguenti aspetti: condizioni orarie e tipologie contrattuali esistenti; promiscuità delle mansioni; disagio emergente; malattie professionali; difficoltà al di là degli orari.

Ad esempio, a proposito delle difficoltà causate da un regime di orario molto flessibile, “è emerso chiaramente molto spesso – si legge nella ricerca – soprattutto quando sul lavoro insorgono problemi, che le preoccupazioni e le ansie lavorative influenzano l’equilibrio individuale e famigliare. Quando il confine tra privato e pubblico diventa sottile, si finisce per essere sottoposti ad una continua tensione. I problemi principali che si rilevano sono l’impossibilità di organizzare qualsiasi cosa nel proprio tempo libero e la sottrazione di troppo spazio alle cure familiari. Diffusamente emergono anche stati di malessere generalizzato, sia fisico che mentale, quando non patologie vere e proprie. L’orario di lavoro, con tutte le problematicità che abbiamo descritto, condiziona profondamente la vita privata, delineandone rigidamente i tempi e per riflesso anche i modi e la qualità”.

Ritmi e orari possono influenzare oltremisura le scelte di vita. Ad esempio un intervistato ha affermato che “col nostro lavoro non è neppure pensabile avere figli”. Senza nonni o baby-sitter (‘ripiego’ spesso troppo costoso per chi guadagna poco più di mille euro al mese per svolgere 40 ore settimanali di lavoro), l’incidenza dei turni o delle aperture domenicali può essere vissuta come un ostacolo insormontabile rispetto alla scelta di allargare una famiglia. Naturalmente il problema si accentua ulteriormente al cospetto della condizione di lavoro e di vita dei precari e delle donne.

Da qui l’esigenza di non sottovalutare anche gli effetti dello stress: “Benché sia ufficialmente riconosciuto come patologia professionale – si legge ancora – pare che né a livello politico né a livello aziendale lo stress sia affrontato seriamente come problema da arginare. Il lavoro nella grande distribuzione, soprattutto in alcune mansioni, espone a una costante fatica relazionale che induce forme di stanchezza, ansia e irritabilità. Si richiedono ai lavoratori sempre maggiori investimenti, sia in merito a risorse professionali e tecniche sia per motivazione e risorse psichiche”.

Per i precari si aggiunge anche la difficoltà ad essere tutelati sindacalmente, anche perché “se sono iscritti o simpatizzano non vengono proprio assunti e vivono con il costante ricatto del rinnovo contrattuale; tra le tante situazioni, ci è stato raccontato di un ragazzo molto disponibile e volenteroso, che dopo alcuni mesi di lavoro non ha accettato di fare degli straordinari a ferragosto e proprio per questo motivo non è stato riconfermato”.

In questo panorama il sindacato ricopre un ruolo delicato, che pare in fase di cambiamento: “E’ un momento difficile – riassume la ricerca – in cui i lavoratori faticano a trovare il tempo e la motivazione per una partecipazione attiva alla tutela degli interessi comuni. Certo, il sindacato rimane fondamentale come strumento di lotta per ottenere diritti e giustizia, ma non sempre riesce a parlare la stessa lingua dei lavoratori i quali, sempre più chiusi in una logica individualistica, si sentono soli ed impotenti di fronte all’imponente macchina della grande distribuzione e alle sue logiche produttive”.

Paolo Repetto
(6. fine)

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