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Milano, divieto di moschea

Autore: . Data: martedì, 7 settembre 2010Commenti (1)

Mentre il centrosinistra si divide sul tasso di progressismo contenuto nel discorso pronunciato da Gianfranco Fini a Mirabello, infuria la polemica (seppur confinata incredibilmente nelle cronache locali) sul diritto a professare a Milano una fede diversa da quella cattolica.

Ancor più curiosamente, nel sostanziale silenzio della politica è stato l’arcivescovo meneghino, il cardinale Dionigi Tettamanzi, ad aprire la polemica intervistato l’altro ieri da ‘Repubblica’: “Le istituzioni civili milanesi devono garantire a tutti la libertà religiosa e il diritto di culto. I musulmani hanno diritto a praticare la loro fede nel rispetto della legalità. Spesso però la politica rischia di strumentalizzare il tema della moschea e finisce per rimandare la soluzione del problema, aumentando il livello di scontro, mentre potrebbe diventare uno stimolo per migliorare il livello della convivenza civile”.

Il porporato non si è però limitato ad enunciare un principio, ma ha chiesto esplicitamente alle istituzioni di fare la loro parte: “E’ ora di mettersi attorno a un tavolo a ragionare concretamente senza paura del dibattito, senza temere le critiche. E’ mio forte desiderio che non si procrastini ancora l’attesa della comunità islamica, che chiede legittimamente di avere un luogo per pregare. Anche così la città potrà essere governata in nome della pace, della giustizia e dell’armonia fra le sue diverse componenti”.

Non va dimenticato – a proposito dei richiami di un arcivescovo sprezzantemente definito “imam” dalla Lega nord – che i centomila islamici milanesi sono costretti a pregare in garage, palestre, campi sportivi, abitazioni riadattate, parcheggi, in seguito alla decisione del ministro dell’Interno Roberto Maroni, due anni fa, di chiudere per motivi di ordine pubblico la moschea di viale Jenner (alla periferia nord della città) dove si radunavano migliaia di persone ogni venerdì. E per quanto il Comune abbia dirottato gli islamici al teatro Ciak in zona Sempione o al Palasharp, tensostruttura alla periferia nord, nessuna di queste strutture è adeguata ad accogliere la folta comunità, venerdì prossimo, per la ricorrenza della fine del Ramadan. Senza contare che il malcontento tra gli islamici milanesi cresce ed è noto a chiunque non chiuda gli occhi per non vedere che i fedeli musulmani si riuniscono già abitualmente in un ampio spazio alla periferia est della città, a Cascina Gobba, dove è sorta una grande moschea non autorizzata.

La risposta del governo al richiamo di Tettamanzi non si è fatta attendere: “Sono il ministro dell’Interno, non un costruttore di moschee”, ha liquidato la questione lo stesso Maroni, ricordando di essere intervenuto “sulla cosiddetta moschea di viale Jenner solo perché c’era un problema di ordine pubblico”. E dinanzi all’esemplare dichiarazione improntata al peggior ponziopilatismo pronunciata dal sindaco milanese Letizia Moratti (“Questo è già l’anno dedicato alla cultura islamica a Milano, con tante iniziative finalizzate a far conoscere i valori dell’Islam, credo che si debba lavorare moltissimo su questo tema come ‘ponte’ tra tradizione, storie e culture diverse”), si segnala invece la netta presa di posizione del suo vice, quel Riccardo De Corato che ha già abituato i cronisti, lo scorso inverno, alla truce contabilità degli sgomberi delle comunità Romanì in giro per Milano: “Rispetto le opinioni di Tettamanzi – ha spiegato De Corato – ma per noi la moschea non è una priorità. Finché ci sono interlocutori inaffidabili, un dialogo con gli islamici non può neanche cominciare, dato che si parla di un argomento che non riguarda l’urbanistica ma la sicurezza di Milano innanzitutto, ma anche nazionale”.

La Lega si è prontamente accodata, per bocca di Matteo Salvini, europarlamentare e capogruppo a Palazzo Marino: “La moschea non è una priorità né possiamo cedere spazi a chi usa la sua religione per imporre un modo di vivere arretrato di secoli. Se il cardinale ha dimenticato l’occupazione del sagrato del Duomo, ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi”. Mentre le due sinistre hanno tuonato: se l’avvocato Giuliano Pisapia (sponsorizzato per la corsa a palazzo Marino del 2011 da vendoliani e Federazione della sinistra) ha bollato come “triste e deprimente la reazione del ministro Maroni, che dimostra ancora una volta la grave incapacità di affrontare una questione che riguarda la crescita culturale e civile di Milano e dell’intero Paese”, aggiungendo che “i lavoratori e cittadini di fede islamica hanno un diritto inalienabile ad avere un luogo dove poter professare la propria fede”, l’architetto Stefano Boeri, sostenuto dal Pd nella corsa alla poltrona di sindaco, ha avvertito che “una città deve guardare in faccia i problemi, non rimuoverli. Anche da noi – ha continuato – come è avvenuto a Parigi o a Londra, dovrebbe nascere un grande centro della cultura islamica che comprenda oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione. Incontrerò l’architetto Jean Nouvel che ha progettato l’Istituto del mondo arabo di Parigi – ha concluso Boeri – per discutere con lui quali potrebbero essere i principi ispiratori di un modello milanese”.

Una volta completate le annotazioni di cronaca, resta un senso di vuoto cosmico e di grande sfiducia nel futuro: come è possibile che il Paese di Calamandrei, della Resistenza, della Costituzione repubblicana, di uno stato sociale per taluni aspetti assai avanzato, abbia dimenticato qualunque lezione sul primato dei diritti civili e sulle devastazioni che possono derivare dalla loro sistematica lesione?

Un ben altro primato muove le scelte politiche, quello dell’ordine pubblico. Che produce soltanto paura e rabbia nel cittadino, sempre più alla mercé di una “politica” distante da un’idea comune di civiltà.

Paolo Repetto

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Commenti (1) »

  • vincenzo ha detto:

    A noi cattolici i Paesi islamici ci vietano di costruire chiese e, come dicono loro, di fare proseliti. Ammazzano le persone che li aiuta. Povera ignoranza! Poi questi personaggi vengano in casa mia e/o casa nostra a comandare pretendendo dicostruire delle moschee. il signor TETTAMANZI perchè non costruisce le moschee sui terreni del Vaticano? Questi Cardinali e/o Vescovi predicano sulle spalle degli altri, essi sono vecchi e fra non molto giungeranno nell’oltre tomba lasciando a noi i problemi dei musulmani (vedasi Ghedaffi che in casa nostra viene a fare il padrone). Un Papa fece costruire una grande moschea a Roma e in cambio desiderava – ripeto desiderava – costruire delle chiese nei Paesi islamici. Gli risposero di no!. Caro Tettamanzi, non sono razzista, ma pretendo che anche noi cattolici costruiavo chiese nei loro Paesi.

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