La scuola e i suoi fantasmi
I precari della scuola, siano docenti o altro personale, son fantasmi per definizione e natura. Alcuni con una storia più recente, altri ormai polverosi e arrugginiti. A settembre, quando la scuola riprende le sue attività più alacremente, compaiono e scompaiono, senza che nessuno se ne sorprenda più di tanto: al massimo, colleghi o studenti fanno una domanda, presto dimenticata.
E’ per questo, probabilmente, più ancora che per le condizioni di degrado e assoluta carenza di risorse e di cura, che la maggior parte delle scuole somigliano sempre più alla casetta del film ‘Psycho’, nella quale – invece di conservare il cadavere della vecchia madre in fase di putrefazione, come faceva il protagonista – tumuliamo silenziosamente quello della scuola pubblica, dei suoi compiti, dei suoi desideri, delle sue libertà.
Sperando non solo che nessuno se ne accorga, ma che noi stessi – a furia di ripetere gli stessi rituali – ce lo si dimentichi. In fondo, quando arrivano al punto di non esser più economicamente mantenibili o restaurabili, anche i castelli scozzesi vengono messi in vendita e, a volte, l’esistenza presunta di un fantasma in loco è un valore aggiunto; altre, un motivo che ne sconsiglia l’acquisto e prelude alla distruzione totale.
Così mi appare la scuola da diversi anni, quando riapre: sedie vuote che restano vuote, sedie riempite da volti nuovi ma giù un po’ evanescenti, che inducono a chiedersi sin quando dureranno, i personaggi seduti.
E, infine, i docenti di ruolo, protetti dalla loro abbronzatura estiva che vorrebbe manifestare energia rinnovata mentre, data l’età inesorabilmente progrediente, allude nemmeno tanto velatamente a una sorta di mummificazione precoce. Degli individui prima, sempre più frustati, remissivi, indifferenti, tuttalpiù inclini a chiudersi nei rispettivi orticelli; della scuola poi, costretta a fondarsi su energie che van riproponendosi sempre nello stesso modo o. addirittura, naturalmente spegnendosi.
Lo so, è un quadro desolante, al quale si oppone la residua determinazione a contrastare, combattere, innovare che comunque – anche se va ovviamente riducendosi – esiste. Un quadro precario che, un po’ surrealmente, è capace di difendere la propria precarietà ma non quella di chi e di ciò che è più precario ancora. Tutto va avanti così da tempo, dicevo, in una sorta di collettiva distrazione generata anche, presumibilmente, dalla frustrazione di status sociale menomato, dalla percezione della professione come ripiego, da quella – ancor più grave – che l’area dei cittadini interessati alla sorte della scuola pubblica da una parte è ridotta, dall’altra impotente.
Quest’anno, in questo quadro che appare inesorabilmente prefissato, si è inserito un dato nuovo: i “precari fantasma”, a differenza dei fantasmi, della loro collocazione geografica, delle loro attitudini specifiche, han smesso di cibarsi, per dimostrare che usualmente mangiano, hanno compagne e compagni di vita, figli, famiglie. Prima di esser costretti al rito del digiuno estivo dallo Stato loro datore di lavoro, cosa che è sempre stata e passata pressoché inosservata negli anni trascorsi, hanno deciso di digiunare in proprio, giusto almeno per far vedere che esistono, prima di sparire.
Il loro digiuno, di per sé, non risponde all’osservazione della ministra Gelmini, che – pur comprendendoli, almeno così dice – continua a spiegare al resto degli italiani che la scuola non dev’esser un rifugio per disoccupati, che non è possibile che quasi l’intera quota del costo della scuola pubblica se ne vada in stipendi e spese fisse, nulla lasciando perl’innovazione.
Quale impresa moderna sopravviverebbe in quelle condizioni, chiede nella sua inefficiente retorica dell’efficienza? Parecchie, vien da dire: l’esercito, ad esempio. La Polizia. Ma, anche, aziende private, i cui margini di utile sono inesistenti e i cui stanziamenti per il rinnovamento tecnologico e l’innovazione organizzativa son stati azzerati, in questi anni, a favore della crescita dei conti in banca e delle finanziarie, dei paradisi offshore assecondati ampiamente dal governo di cui la ministra fa parte. Le risposte, insomma, esistono, e la più ovvia è che basterebbe espandere la spesa in formazione anche solo di quote relative per ripristinare un equilibrio più sensato tra costi fissi (molti dei quali, tra l’altro, ricadono sugli enti locali e non sul Ministero) e investimenti. Si potrebbe far tranquillamente anche in un periodo di scarsità delle risorse pubbliche disponibili, perché il nostro paese spende meno di altri analoghi nel settore della ricerca e istruzione, da decenni, forse da sempre.
Ma se le risposte da dare a questa ministra che per ritrovar efficienza spara nel mucchio creando deficienza (come i suoi colleghi Tremonti, Brunetta, Sacconi) son facili, ed è solo lo sbarramento dei media a lei amici che impediscono che emergano in modo convincente per i cittadini, ce ne sono altre che non so se sian facili o difficili, ma che mi paiono sempre più indispensabili, non rinviabili, dirimenti. E che spettano a noi, cittadini.
Lo sciopero della fame dei colleghi precari, infatti, non interpella solo la scuola, e tanto meno solo i precari stessi. Ci interroga tutti, perché o siamo convinti che il loro apporto è stato indispensabile in questi decenni e lo sia ancora, e che quando ne difendiamo il ruolo che han svolto nel tener in piedi in qualche modo una scuola che rischiava il catafascio premeditato, non sia per pura retorica; oppure dovremmo avere il coraggio di tacere.
Taccia la politica, tacciano i sindacati, tacciano i cittadini che alla scuola chiedono sempre più e danno sempre meno, persino in termini di attenzione. Tacciano colleghi e studenti. I primi perché troppo spesso attenti solo a quel che accade nella stretta cerchia personale, della propria classe di concorso, della propria situazione giudica; i secondi perché quel che ricevono dalla formazione, alla fine, è quel che concretamente chiedono: un luogo da attraversare con il minor danno e la maggior economia personale possibile, com’erano un po’ le caserme in tempo di leva obbligatoria.
L’innovazione civile ed economica può nascere dalla scuola pubblica di massa. E’ successo altre volte, anche in tempi recenti, e accade ancora nonostante tutto, a prezzo spesso di grandi sacrifici: ma perché ciò accada, bisogna che si trovino le forme grazie alle quali la fame richiamata dallo sciopero dei precari diventi una fame collettiva, fatta propria da tutte le componenti scolastiche ma, anche, da quei ceti intellettuali che dalla scuola tanto hanno tratto e alla scuola altrettanto dovrebbero restituire.
Bisogna che quelli che sono “affamati” di scuola pubblica non si sentano momentaneamente al riparo perché ancora salvi dal suo naufragio, che può anche non assumere forme apocalittiche nettamente visibili, ma procedere verso una fantasmatizzazione crescente che ne renderà trascurabile la percezione collettiva, e dunque, prima o poi, la sensata esistenza.
In ogni scuola, in ogni città – e non la propongo come una speranza utopica, ma come una pratica di avviare subito, appena le aule saranno di nuovo riempite – il modello ghandiano di protesta che i precari stanno attuando e che vien spettacolarizzato ma banalizzato e anche caricaturalizzato, deve diventare talmente esteso da non esser più rinchiudibile nel recinto del caso drammatico ma sporadico e curioso. A dimostrazione che, a rischio di scomparsa, è il progetto di una società che ‘si prende cura’ – attraverso l’attenzione alla qualità dell’istruzione, della formazione, dell’educazione alle relazioni – del proprio presente e del proprio futuro.
Insomma: tranne gli anoressici conclamati, digiuniamo in tanti, in ogni città, in ogni scuola. Chiediamo di farlo nelle assemblee sindacali, dei genitori, studentesche, nei collegi docenti. Ci sono momenti nei quali l’assunzione di responsabilità chiama le coscienze ad agire: se non lo facciamo, ci riduciamo da noi stessi alle parole e, prima o poi, qualcuno ci ridurrà al silenzio.
Michelangelo Casiraghi
Docente di ruolo da 37 anni, del Comitato scientifico dell’Istituto superiore di istruzione di Monza (liceo artistico e istituto d’arte), delegato Rsu Flc-Cgil


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