La ritirata strategica di Berlusconi
Da mesi il premier cercava elezioni anticipate: nel programma la trasformazione della Repubblica in un regno personale. Ma la politica del nulla sembra aver disfatto il piano.
Nonostante la maggioranza bulgara, conquistata grazie ad una legge elettorale indecente dal Pdl e dalla Lega alle ultime elezioni politiche, in Parlamento non c’erano i numeri per varare le riforme costituzionali che il Cavaliere auspicava.
Prima tra tutte la fondazione di un sistema nel quale i poteri del presidente del Consiglio fossero quasi assoluti mentre quelli delle Camere risultassero fortemente ridimensionati.
La strategia non mostrava ostacoli significativi, perchè l’opposizione del Pd, l’unica potenzialmente in grado di infastidire il Cavaliere, in una prima fase è stata inestistente (durante la alla leadership di Veltroni) e poi ha subito i contraccolpi della propria incapacità (con le successive segreterie Franceschini e Bersani) e dello sdradicamento sociale.
Nel centro sinistra si è agitato Di Pietro, con la sua Idv, ma senza riuscire ad allargare il consenso intorno alla sua formazione, mentre Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani rimasti fuori dal Parlamanto si sono dissolti scomparendo dalla scena politica nazionale.
L’incrociatore del centro destra ha manovrato quindi senza avversari e senza particolari affanni.
Tuttavia, qualunque partito imperiale che si rispetti ha bisogno di due condizioni indispensabili per mantenersi a galla: il comando esclusivo del suo Duce e la totale adesione dei suoi sostenitori.
Berlusconi non ha capito che ad un certo punto il quadro generale stava cambiando. Scandali, crisi economica, propaganda eccessiva, demagogia debordante hanno finito con l’allontantanare sempre più i cittadini dal Pdl e dalla politica in generale. Nello stesso tempo, per paradosso, i contenuti razzisti e identitari propugnati dall’esecutivo hanno rafforzato l’alleato leghista, rendendolo un concorrente pericoloso in tutto il nord Italia.
Contestualmente Gianfranco Fini ha cominciato a comprendere come l’operazione berlusconiana aveva un solo beneficiario, il Cavaliere per l’appunto, e che per lui con il passare delle stagioni era certo l’oblio definitivo.
Così è cominciato il lungo logoramento che ha potato al suo allontanamento dal Pdl. Anche qui Berlusconi, forse consigliato da una corte di inetti, deve aver supposto che l’ex leader di An fosse incapace di reagire e che colpito lui i suoi pochi sostenitori si sarebbero dileguati nell’ombra.
Invece con abilità e grande riservatezza il presidente della Camera per mesi deve aver tenuto le fila delle sue truppe, organizzato la resistenza, preparato la linea difensiva e addestrato i suoi fedelissimi per la battaglia finale.
Quando con espressione soddisfatta Berlusconi ha dato lettura in diretta telelevisiva del documento di espulsione dei finiani dal partito nei suoi occhi si vedeva il lampo raggiante di chi supponeva di aver chiuso i giochi una volta per tutte.
Scaricato Fini ed i suoi tre amici del bar la strada per le elezioni anticipate era spianata: la Repubblica italiana Spa cosa praticamente fatta.
Pronti i media di ‘area’ lanciavano la campagna finale contro il reprobo e la sua compagna a colpi di appartamenti in affitto, cucine, pentole e visite a Montecarlo.
I nomi dello stato maggiore berlusconiano sono indicativi per definirne le capacità : Gasparri, Cicchitto, Quagliariello, Bondi, La Russa, Verdini, Bonaiuti e il fedele ma un po’ appannato Letta. Consulente speciale il legale di famiglia, l’avvocato parlamentare Ghedini. Di scarso peso, inoltre, Alfano e Frattini. Lontano ormai (più in sintonia coi leghisti) il ministro Tremonti.
Delta force nel settore informazione, poi, Feltri, Minzolini e Belpietro con l’ufficiale di complemento Signorini e l’appoggio esterno di Dagospia.
Ma il detto popolare ed un po’ volgare “il troppo stroppia” ha colpito ancora e così alla prova dei sondaggi ci si è accorti che la guerra lampo del Cavaliere aveva prodotto perdite anche nel proprio campo, uccidendo un buon numero di elettori del centro destra, che disgustati dalla ‘politica’ sembrano non certo orientati verso il centro sinistra, ma piuttosto convinti di volersi astenere.
Intanto il piccolo manipolo dei finiani si mostrava ben più forte del previsto, tanto da costituire gruppi parlamentari alla Camera ed al Senato capaci anche di far cadere il governo.
Quando gli azzeccagarbugli berlusconiani si sono resi conto della situazione è esplosa la confusione: che fare?
Questa al momento è la domanda che incombe non sulla vita del Palazzo, ma su quella dei cittadini.
Stanno arrivando i mesi della verità , perchè un governo incapace e la crisi hanno divorato migliaia di posti di lavoro, prosciugato i risparmi delle famiglie, reso pericolosi i pronto soccorsi degli ospedali e sempre più dequalificate le scuole, permesso alla corruzione di dilagare e trasformato l’Italia in un luogo senza più passione civile, identità nazionale e immagine del futuro.
Nessuno al momento è in grado di prevedere cosa accadrà . La strategia di Berlusconi però rimane intatta e l’obiettivo della Repubblica Spa non è affatto tramontato. L’opposizione sembra un pugile suonato, i sindacati sono divisi e la Cgil potrebbe essere vicina al collasso ed infine la società civile non riesce a trovare il modo di far sentire la propria voce. Persino la Chiesa cattolica mostra una debolezza mai vista prima.
Nascondere la gravità della situazione è un errore, far finta di vedere segnali ‘positivi’ è invece un vero e proprio crimine e solo la fotografia del presente, in tutta la sua drammaticità può portare idee nuove. A patto ci sia qualcuno che ne abbia.
Roberto Barbera


Rifondazione e la sinistra non sono spariti, semplicemente non ne parlano i tg e giornali.
Ma se vai su Google e digiti “rifondazione”, vedrai che ogni giorno sono decine e decine gli interventi locali e istituzionali di Rifondazione & C.
Se uno poi pensa di leggere sui giornali o vedere nei tg tutto quello che accade in italia, si può rimanere delusi.
La questione è più complessa e più grave. Dunque la valutazione del nostro lettore appare vagamente autoconsolatoria. La crisi della sinistra “tradizionale” o “radicale” che dir si voglia è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: basta soffermarsi sui limiti nell’analisi politica e sociale, sulle enormi difficoltà nel radicamento territoriale, sulle inadeguatezze dei gruppi dirigenti, sull’incapacità di mettersi in proficua relazione politica gli uni con gli altri (Ferrero con Vendola, giusto per fare due nomi) per cercare di aggredire i problemi che assillano i cittadini.
Magari bastassero “le decine e decine di interventi locali e istituzionali” per pensare di poter affrontare (e magari risolvere) il problema.
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