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Haiti, il terremoto e la vergogna degli aiuti

Autore: . Data: giovedì, 30 settembre 2010Commenti (0)

A otto mesi dal terremoto che ha devastato l’isola di Hispaniola, la situazione del Paese è sempre più drammatica. Erano le 16.53 del 12 gennaio quando la catastrofe di magnitudo 7,0 Mw (con epicentro localizzato a circa 25 chilometri in direzione ovest-sud-ovest della città di Port au Prince, la capitale) si è abbattuta sullo Stato caraibico.

Il numero di vittime è stato stimato (ad oltre un mese dal sisma) in 222.517, mentre l’entità dei danni materiali è ancora in buona parte sconosciuta e ben tre milioni di cittadini sarebbero stati in qualche modo colpiti dalle conseguenze del terremoto.

Che il Paese versi tuttora in una condizione di assoluta emergenza lo si evince dalle immagini trasmesse alcuni giorni fa da RaiTre, nell’inchiesta condotta dal giornalista Silvestro Montanaro nel corso della trasmissione ‘C’era una volta’: centinaia di migliaia di persone sono abbandonate al loro destino, senza generi di prima necessità, senza che nelle tendopoli giunga nemmeno l’eco degli aiuti umanitari promessi dalle Nazioni Unite.

La tesi della totale inefficienza della macchina umanitaria è contestata dalla Commissione per la ricostruzione di Haiti, guidata dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che – attraverso un emissario presente a Port au Prince – ha reso noto di aver già destinato un milione di dollari alla gestione dell’emergenza, “e ora si tratta piuttosto di affrontare problemi strutturali, come l’edificazione di case e scuole: ma serve tempo”.

Analisi surreale, quella offerta ai mass media internazionali dal principale organismo di “solidarietà” che si affianca alle Nazioni Unite nel tentativo di affrontare la tragedia umanitaria in corso ad Haiti. E la percezione di palese inadeguatezza è stata direttamente confermata proprio da un rappresentante Onu, dopo che ha descritto l’intervento massiccio in una zona periferica della Capitale per dotare migliaia di sfollati di “tende adeguate a resistere agli uragani”, nella previsione di una lunga permanenza all’addiaccio. Senonché le telecamere hanno condotto i telespettatori fin dentro una di queste strutture, che non apparivano affatto solide, e le piogge cadute qualche giorno prima dell’arrivo sul posto della troupe televisiva hanno confermato i peggiori auspici: l’acqua aveva invaso le tende e alcune donne hanno raccontato “di dover lottare per mettere in salvo dalla pioggia i pochi oggetti che abbiamo salvato dalle nostre case, dopo il crollo del 12 gennaio”.

Dovunque “alloggino” gli sfollati la situazione non sembra cambiare. I rappresentanti internazionali di ‘Medici senza frontiere’, presente sull’isola, hanno denunciato una situazione “molto preoccupante”: nei campi mal attrezzati si conterebbero circa un milione e mezzo di persone, con grandi rischi di epidemie di dengue, malaria e di altre malattie dovute all’acqua inquinata. La ‘macchina’ degli aiuti internazionali “non funziona – ha spiegato un rappresentante di Msf – e la situazione nei campi di sfollati è umanamente inaccettabile”.

Nei canaloni di scolo, che corrono a fianco alle strutture di accoglienza improvvisate, si accumula ogni genere di immondizia (in seguito alle piogge torrenziali) che nessuno provvede a rimuovere. Telecamere e microfoni hanno raggiunto l’unico ‘pronto soccorso’ del più grande campo di accoglienza alla periferia di Port au Prince, racchiuso in due tende, con un letto sgangherato e uno sguarnito ripiano per le medicine.

Un medico preoccupato e sorridente ha accolto la troupe televisiva, allargando le braccia: “Non abbiamo più farmaci, anche se dovrebbe fornirceli gratuitamente un’agenzia governativa aiutata dagli organismi internazionali. Quando restiamo senza medicine, dovremmo comprarcele e i soldi non ci sono. Di solito, allora, telefono a dei colleghi in Francia e negli Stati Uniti e mi faccio mandare qualcosa per cercare di tirare avanti…”.

Nel frattempo la sanità privata, per chi può permettersela, fa affari d’oro: fuori dalle farmacie si affollano i più benestanti, o i poveri che si arrabattano per comprare i farmaci salvavita, quelli di cui non si può fare proprio a meno. Quando le telecamere sono tornate in una delle tende, l’aria che si respirava era straziante. Un cittadino ha raccontato di non poter acquistare le medicine necessarie a curare il padre in dialisi, mentre una giovane donna (senza più nemmeno il conforto delle lacrime) ha cercato di descrivere come è morta la sua bimba: annegata in uno di quei canali di scarico, trascinata via dall’acqua sporca, “e non posso nemmeno seppellirla”.

Al rappresentante della Commissione per la ricostruzione è stata riportata puntualmente la vergognosa situazione reale, ben lungi dal “superamento dell’emergenza” proclamato precedentemente dall’emissario clintoniano. Inquietante la risposta dell’uomo, davanti alle telecamere: “E’ triste quello che succede ma, alla luce del disastro che è avvenuto, siamo di fronte ad una situazione normale benché inaccettabile. La soluzione – ha ribadito – resta quella di lungo periodo, perché il Paese ha bisogno soprattutto di lavoro e di istruzione. E per questi problemi non esistono ricette a breve scadenza”.

Moltissime scuole non hanno ovviamente resistito ai crolli, altre sono comunque inagibili. Michael, operatore umanitario statunitense da anni ad Haiti, ha raccontato il suo intervento a favore dei bambini di strada: “La situazione è drammatica, non hanno né cibo né vestiti, vengono spesso derubati. L’Unicef aveva promesso risorse ma non è arrivato nulla”.

Michael ha raccontato dettagliatamente la sua penosa trafila burocratica con il noto organismo internazionale: “Sono stato una prima volta all’ufficio competente a depositare la pratica per ottenere gli aiuti, e dovetti tornarci scoprendo che gli incartamenti erano stati smarriti. Poi mi è stato annunciato che erano stati ritrovati ma nel frattempo era cambiato lo staff e ho dovuto ricominciare da capo, senza ottenere nulla. Ora è nuovamente cambiato il personale e ripartirò da zero”.

Là dove i bambini non posso usufruire di alcun servizio scolastico, l’istruzione è delegata a qualche cittadino di buona volontà. Il giornalista Montanaro ha affermato di aver conosciuto, a maggio durante lo scorso viaggio sull’isola di Hispaniola, una coppia di coniugi impegnati a fare lezione ad una cinquantina di bimbi, in due tende improvvisate e adibite a scuola.

Quattro mesi dopo è tornato sul posto: nessuna traccia dei due insegnanti, mentre i bambini rimasti si contavano sulle dita di una mano. A badar loro sarebbe una sfuggente e ombrosa donna, che non si è però sottratta alle telecamere: “Andate via, qui non c’è nulla da vedere”. Alle insistenze del giornalista, ha replicato che “alcuni bambini si sono persi e altri sono in vacanza”. Il cronista ha insistito: “Li ha venduti?”. Non è giunta risposta dall’interlocutrice, che a quel punto si è rifiutata di proseguire la conversazione. Si è poi appreso, dalla testimonianza di un altro sfollato, che pochi mesi prima “strana gente” si era presentata proprio lì per “comprare dei bambini”.

Se la tragedia si è abbattuta terribilmente sui minori, non vanno meglio le cose per gli adulti in cerca di un lavoro per poter sopravvivere. Le Nazioni Unite, ha spiegato la funzionaria Myrta Kaulard, cercano di evitare le logiche assistenzialistiche, eccezion fatta per donne incinte e bambini sotto i 15 anni: “Noi diamo soldi – ha aggiunto – in cambio di lavoro di pubblica utilità”.

Poi però un giro nelle tendopoli, microfoni alla mano, ha mostrato ancora una volta l’altra faccia della solidarietà internazionale: più di una donna ha denunciato di aver subìto la richiesta – da parte di personale facente parte di organismi internazionali – di prestazioni sessuali in cambio dell’offerta di un lavoro. Mentre alcune sfollate in stato interessante hanno sostenuto di non aver ricevuto alcun aiuto dalla ‘macchina’ della solidarietà. Inoltre è stato mostrato al pubblico italiano più di un bambino anemico o con la scabbia.

Quando poi la parola è passata ad un indignato economista locale, a proposito del rapporto tra aiuti stanziati ed effettivi benefici per la popolazione, si è scoperto ad esempio che “il governo Sarkozy ha stanziato 348 milioni di euro, ma all’interno di quella somma è compresa la cancellazione del debito estero di Haiti nei confronti della Francia”. Ci sarebbe il trucco, insomma. “Mentre tutti i Paesi del nord del mondo, che hanno messo sul piatto nel complesso 11 milioni di dollari, stanno litigando per spartirsi i fondi a beneficio delle imprese edili o delle Ong di ogni singolo Paese operanti ad Haiti”.

Nel frattempo, si sta iniziando soltanto in queste settimane a scavare tra le macerie. E una passeggiata in un improvvisato mercato rionale ha reso l’idea dell’impossibilità a sopravvivere decentemente sull’isola per qualche milione di esseri umani: a fronte di stipendi che si aggirano attorno ai 100 dollari al mese (per chi ancora dispone di un lavoro), un chilo di riso costa 2 dollari e mezzo, per un pomodoro si spendono 25 centesimi, mentre per un chilo di zucchero occorre 1 dollaro.

“Finché ci siete voi – si è lamentato infine uno dei tanti sfollati colpiti dal sisma, rivolto agli ‘occidentali’ o a chi li rappresenta così indegnamente sul campo – non potremo mai costruire il nostro futuro. Cari canadesi, statunitensi, europei: dimenticateci”.

Paolo Repetto

(foto di Alfredo Macchi)

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