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Carceri sovraffollate: quale dignità?

Autore: . Data: mercoledì, 15 settembre 2010Commenti (0)

La carenza di servizi adeguati e di prestazioni professionali mediche in Italia è una realtà a cui non si sfugge. Dagli scioperi di luglio di medici e del personale sanitario fino agli ultimi fatti di cronaca, riguardanti le morti in ospedale, il quadro dell’attuale situazione sanitaria nazionale sembra decisamente tingersi di nero.

Ma non ci sono limiti alla costernazione e pare che qualcuno lasci che il nero torni ad essere ricalcato, anche in quegli “ambienti” in cui si sarebbe potuto seriamente evitare. Si lascia infatti sprofondare nello svilimento chi già stenta a credere che gli sia ancora riconosciuta una certa dignità umana: è il caso delle carceri italiane.

Il problema delle carceri, o meglio del sovraffollamento delle stesse (attualmente ‘ospitano’ 70.000 detenuti a fronte di una capienza di 43.000) insieme a quello della malasanità, produce una richiesta di cure mediche e di servizi che sono destinate a restare inappagate.

La mancanza di prestazioni igienico-sanitarie e l’assenza di un sostegno psicologico comportano il più delle volte delle reazioni che incarnano la piena drammaticità della condizione esistenziale all’interno delle galere. La situazione dei detenuti è infatti a dir poco allarmante a giudicare dal numero di morti per suicidio o per malasanità. Sono più di 130 i morti nelle carceri dall’inizio del 2010, tra suicidi, malattia e le cosiddette “cause da accertare”. Tre deceduti nel giro di pochissimi giorni solo nel carcere di Poggioreale di Napoli.

L’ultimo caso preoccupante è quello di un tentato suicidio nel penitenziario di Lecce da parte di un detenuto di 34 anni che avrebbe provato a togliersi la vita ingerendo della candeggina. Ma se in questo caso il tentativo di compiere un gesto di tale drammaticità è stato evitato, altre due persone, detenute sempre nello stesso carcere di Borgo San Nicola, sono riuscite a portarlo a termine alcuni mesi fa.

Come un enorme drappo nero, la condizione di abbandono e di degrado umano avvolge e deprime la vita nelle carceri a tal punto da portare a pensare di dover compiere l’estremo sacrificio. L’aspetto che inquieta è che  sembra stia diventando una sindrome diffusa nei penitenziari italiani.

Il polverone sulla questione “sanità carceraria” si sta risollevando negli ultimi giorni proprio dal carcere di Borgo San Nicola. Il carcere salentino ha la più alta concentrazione di detenuti in Puglia, sono infatti 1466 i  reclusi, più del doppio rispetto alla capienza massima.

Le decine di denunce presentate dai detenuti, in cui lamentano la carenza di servizi dignitosi per gli standard di vita all’interno della casa circondariale, sono già state raccolte in un fascicolo del pm Giuseppe Capoccia.
Recriminano contro l’inefficienza del sistema sanitario carcerario, causata principalmente dai ritardi con cui si forniscono le visite mediche, e contro gli ostacoli pratici che impediscono praticamente al detenuto di usufruire di determinati servizi. Ostacoli dettati dalla burocrazia: autorizzazioni e permessi per la mobilitazione di uomini e mezzi che accompagnino il detenuto in ospedale.

Due detenuti, facenti riferimento sempre allo stesso carcere di Borgo San Nicola, hanno infine presentato, attraverso il proprio legale, un esposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per chiedere il risarcimento del danno fisico e morale dovuto alle condizioni sub-umane di detenzione.

Un uomo ed una donna, rispettivamente di 66 e 32 anni, sono i protagonisti di questa vicenda che lascia sperare in un possibile recupero della dignità umana, anche all’interno delle carceri: un obiettivo di cui si sente spesso predicare ma che non viene realmente perseguito dalle istituzioni.

Il caso ha inoltre un precedente, che rafforza chi pensa che si possa reagire positivamente: l’Italia è stata infatti già condannata nel 2009 a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso.

Giuseppe Riccardi

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