Benvenuti al Conad, termometro della crisi
La terza puntata del viaggio di InviatoSpeciale nella grande distribuzione fa tappa in un supermercato alla periferia nord-est di Roma. Il Conad è punto di riferimento del quartiere, a due passi dalla farmacia, dal tabaccaio e dall’ormai consueto negozio cinese che vende ogni cosa, dai deodoranti, ai giocattoli fino ai festoni natalizi.
Si tratta di un piccolo punto-vendita, se lo paragoniamo agli ipermercati che dominano brutalmente Roma al di là del Grande raccordo anulare, e conserva dunque un grande vantaggio: qui è ancora possibile imbattersi nel vicino di casa, per poterci scambiare quattro chiacchiere, qui non è improbabile incontrare la commessa davanti allo scaffale, dunque le si può chiedere un consiglio, un’opinione.
Le casse, a fianco all’entrata, sono soltanto quattro, mentre dalla parte opposta dell’open-space altri quattro dipendenti si danno il cambio al reparto pane-salumeria, proprio di fronte al piccolo banco del pesce e a quello della carne. Qui, tra una corsia e l’altra, si intuisce la profondità della crisi economica, osservando le scelte concrete dei clienti, influenzate fortemente dall’inadeguatezza degli stipendi al cospetto dell’aumento del costo della vita.
Martina ha 26 anni e divide il suo tempo tra le casse e gli scaffali. Lavora da quando ne aveva 19, “prima ho fatto il liceo scientifico, poi ho provato ad iscrivermi all’università , a Tecnologia informatica. L’ho fatto più per curiosità , ma non mi piaceva affatto l’organizzazione della facoltà , e comunque avevo bisogno di lavorare”.
Ha iniziato in un call center e ci è rimasta quattro mesi, “era il lavoro più semplice da trovare”. Un’esperienza che Martina ricorda ancora bene e definisce “traumatica”. Operava per un importante gestore telefonico, “ogni tanto anche per qualche altra azienda, erano contratti mensili. Si stava a gruppi: noi eravamo una ventina, con un direttore che gestiva le ‘risorse umane’ e ogni gruppo aveva una funzione. Rispondere al telefono o proporre promozioni. Capisco le persone che si arrabbiano quando ricevono le telefonate dei call center, a tutte le ore. Ma è il computer che gestisce i contatti da chiamare, tu stai davanti al telefono, partono le chiamate e proponi qualunque cosa, ricevendo più parolacce che altro. Comprendo l’interlocutore, ma anche per me e per i miei colleghi non era certo piacevole. Tanto più che se non si riusciva a concludere positivamente la telefonata il direttore si arrabbiava”.
Fatta conoscenza con la precarietà più selvaggia, Martina è andata a lavorare in un negozio di abbigliamento per bambini: “Sostituivo una ragazza in maternità per sei mesi con un contratto a progetto. Mi promisero l’assunzione, non è successo niente. Poi passai in un negozio: mi fecero il contratto di apprendistato, ma si trattava di un’attività aperta di recente, all’epoca, che ha avuto problemi e non ha potuto mantenermi il posto”.
In seguito, ha fatto caso ad un annuncio fuori dal Conad, ha inviato il curriculum, ha sostenuto un colloquio ed è andato bene: “Inizialmente mi hanno presa nella cooperativa; spesso accade così, i futuri dipendenti ‘diretti’ vengono prima assunti in quel modo. Poi sono passata all’azienda vera e propria, attraverso un contratto di apprendistato di tre anni a part time che scade l’anno prossimo”.
Martina lavora 30 ore a settimana e guadagna circa 750 euro al mese, che salgono durante le feste natalizie quando accetta di passare provvisoriamente a tempo pieno. Non le piaceva studiare, “odiavo la scuola, mi metteva un sacco di ansia”. Mentre andava al liceo si è ammalata gravemente sua madre, il padre è andato via, il fratello si è sposato.
La vita di Martina è diventata difficile e complicata, ma di sogni ne aveva e ne ha mantenuto almeno uno: “Mi piacerebbe molto aprire un’attività , penso sarei portata, vorrei organizzare la vita di un negozio tutto mio. Allora mi sono informata: c’erano incentivi regionali per le donne, ma negli ultimi due anni sono stati bloccati. Ci si può mettere in graduatoria e si aspetta…”.
Al supermercato le pesano “la monotonia e lo stress. Molti non immaginano che il nostro sia un lavoro faticoso, invece lo è. Non è facile ‘combattere’ con le persone. E’ una lotta. C’è una maleducazione in giro allucinante, soprattutto tra gli anziani. Non generalizzo, per carità , ma spesso ti capitano clienti i quali ritengono che tutto sia loro dovuto. In questi casi mi aiutano certi aspetti del mio carattere… E poi in cassa bisogna stare molto attenti, per gli errori sui prezzi, e talvolta i clienti si accaniscono con noi… in quei casi ci vuole pazienza”. Dopodiché “mi piace socializzare, chiacchierare, e inizialmente pensavo che in un supermercato la vita fosse troppo monotona. E’ un po’ così, ma grazie al mio carattere il tempo scorre, e poi vivo nel quartiere da tanti anni e conosco molti clienti”.
La sua vita lavorativa quotidiana è scandita da due attività : “Di solito sto in cassa – racconta ancora – se invece c’è poca gente, sistemo gli scaffali e tengo pulito il posto di lavoro. Per il resto sono curiosa, orgogliosissima e mi accorgo di questo mio aspetto anche nei rapporti con i clienti”.
Formalmente, la cassiera è in apprendistato ancora un anno, ma in realtà quella condizione è puramente contrattuale perchè dura pochissimo, “solo il tempo di renderti operativa. Non ho più da tempo un ‘tutor’ alle spalle, se hai imparato il mestiere vai avanti da sola”, fino all’ora di ‘staccare’. La scelta del part time, per Martina, è fortemente voluta: “Significa aver mezza giornata libera per le tue cose. Vivo da sola nella casa di famiglia, ho le spese da tenere sotto controllo e mi piace uscire, divertirmi. Ho pensato talvolta al full time, ma ho rifiutato perchè otto ore in cassa sono davvero stressanti e pesanti, finiscono per svuotarti”.
A fianco a Martina, sul posto di lavoro, ci sarebbe Laura. Se non fosse che quest’ultima fa il turno pomeridiano quando la collega lavora di mattina e viceversa. Laura è giovane ma ha due figli già grandi, di 20 e 13 anni. Attestato di assistente all’infanzia, dopo un corso triennale, “ma ho cominciato subito a fare questo lavoro. Già a 18 anni, in un piccolo supermarket, ero part time. Poi mi sono sposata, sono rimasta incinta e alla fine della maternità mi hanno chiesto di passare a tempo pieno, ma io non potevo”.
Abitava a Tivoli, oltre l’estrema periferia nord-est della città : troppo distante per poter contemplare il lavoro di cura di un bambino piccolo e una professione stressante e impegnativa. “Era impossibile per me farcela, e mi hanno licenziata. Ho aspettato tre anni, finché il bambino non è cresciuto un po’ e ho cercato un altro lavoro: l’ho trovato alla stazione Termini, in un bar”. Un impegno durissimo, finito dopo poco tempo.
Poi Laura è passata al ‘bar del Tennis’, al Foro Italico, “e me ne sono andata quando proprio non ce la facevo più: lavoravo la domenica, con due figli, non era davvero possibile”. Il suo calvario è proseguito: sei anni fa ha trovato occupazione in un bar vicino a casa sua, “per due anni sono stata ‘in nero’, il padrone parlava di assunzione ma poi mi ha lasciata a casa”.
Per i successivi due mesi non ha lavorato, prima di essere ‘assunta’, senza contratto, in un piccolo supermercato: “Mi mandarono via perchè il principale pretese di farmi spostare le ferie già prenotate e io mi rifiutai”.
Alla fine, quasi tre anni fa, Laura è approdata al Conad. “Anch’io sono transitata nella cooperativa, in seguito mi hanno fatto tre contratti di nove mesi, poi mi hanno assunta a tempo indeterminato. Mi hanno proposto il part time e mi andava bene: lavorare tutto il giorno per me sarebbe stato impossibile, non abito vicino e gli impegni familiari sono tanti”.
Anche a lei, come a Martina, piace “stare in mezzo alla gente: la battuta spiritosa ti fa passare la giornata, possono nascere anche rapporti di amicizia, in particolare con altre donne. Magari chiedo alla cliente come cucina quel prodotto che ha comprato, anche se il tempo per parlare è poco perchè il lavoro di certo non manca…”.
Paolo Repetto
(3.continua)


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