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A scuola con Valentina, prigioniera della precarietà

Autore: . Data: lunedì, 20 settembre 2010Commenti (0)

Proverò a raccontare che cosa significhi essere precari oggi in Italia. L’anno scorso scrissi una lettera di denuncia al Ministro Gelmini, ma alla fine non la spedii, credendo poco all’idea che potesse giungere veramente sul tavolo di un membro di Governo. Il testo, di cui  riporto qui solo una parte, era il seguente:

“On. Sig. Ministro, vorrei iniziare questa lettera raccontandoLe una storiella simpatica, che forse farà ridere, o come più giusto che sia, strapperà un sorriso amaro. Quest’anno mi sono recata al solito alle convocazioni del Provveditorato di Napoli, con la speranza di ottenere anche solo un misero spezzone orario. Non credo che Lei abbia mai assistito a questo evento che ha luogo ogni anno, ma Le assicurò che è di grande tristezza perché in esso si rivela il dramma della situazione lavorativa italiana: tante persone preparate, con anni di studio e di insegnamento alle spalle, radunate davanti ad una commissione nella speranza di sentire pronunciare il proprio nome. La fascia di età di questi docenti va dai venticinque ad i cinquanta anni. In questa circostanza ho conosciuto un mio collega e, dacché nessuno dei due è stato così fortunato da prendere la nomina, abbiamo optato per una ‘disoccupata’ passeggiata per le strade di Napoli. Giunti a Santa Lucia, mi sono accorta che ai piedi di un cassonetto dell’immondizia, vi era uno scatolone sfasciato contenente svariati manuali scolastici. Curiosando da vicino, io ed il mio collega ci siamo resi conti che erano libri probabilmente buttati via da una studentessa delle Superiori, al termine del suo ciclo di studi. Poiché erano in buono stato, al mio collega è venuta l’idea, da me inizialmente osteggiata, di raccogliere tutti quelli che potevamo e di andare a rivenderli al mercato librario di Porta Alba. Sotto lo sguardo disgustato di una signora di passaggio, ci siamo caricati quindi di questi pesanti manuali, non tutti pulitissimi, visto il posto dove erano stati gettati, trasportandoli per più di un chilometro a piedi. Arrivati a destinazione, abbiamo cominciato a propinare la ‘merce’ a diverse librerie che sapevamo comprare libri usati, ma i nostri testi non li ha voluti nessuno. Infine, stanchi per l’inane trasporto di quel fardello, abbiamo regalato tutto ad un ambulante riprendendo la strada di casa.
Bisogna riconoscere che in questa vicenda pirandelliana c’è qualcosa di davvero paradossale ed è il fatto che due insegnanti, usciti di casa la mattina con  la speranza di un posto di lavoro in una scuola, si fossero poi trovati in un mercato a vendere proprio i libri che una studentessa arrabbiata aveva buttato via. Spero che coglierà il senso, oltre che sorridere, di questo incipit un po’ particolare alla lettera che Le scrivo.
La situazione dei precari della scuola italiana è abbastanza drammatica; costoro, a dispetto del titolo di studio, degli anni di insegnamento e dei sacrifici fatti per il conseguimento del punteggio, vengono considerati insegnanti di tipo B.. Conosco tanti colleghi che, a più di quarant’anni, non possono fare progetti di vita perché, si sa, essere precari in qualsiasi lavoro significa spesso rinunciare all’idea di costruirsi una famiglia, o di avere una casa propria. Credo che un Paese non si possa dire veramente civile se non è fondato su criteri occupazionali meritocratici, se non cura la qualità dell’istruzione e se non si preoccupa del destino di migliaia di persone, e l’Italia, mi perdoni, ha dimostrato sotto svariati aspetti di non essere tra quelle Nazioni in cui vengono rispettati i diritti dei cittadini […]”.

Queste le parole che avrei voluto dire al Ministro e che non dissi. In fondo, pensai, per capire una situazione bisogna calarsi all’interno, conoscerne le dinamiche, viverne a pieno i disagi, e ad un Ministro giovane e ben pagato forse non basta l’immaginazione per apprendere certe cose.

Di solito quando una persona nuova mi domanda: “Cosa fai nella vita?”, rispondo: “Sono un’insegnante”, ma subito aggiungo: “…precaria”, quasi che quell’aggettivo, eletto oggi alla dignità di un sostantivo, dovesse spiegare all’altro la mia situazione di indefinitezza sociale, di non occupare un posto sicuro nel mondo. Io sono una precaria. Non io faccio questo… lavoro in…, ma sempre e soltanto quella parola in cui ormai sembra essere conchiusa la mia identità di persona non realizzata, lepidottero rimasto eternamente in uno stato larvale. Precaria. E’ quasi come dire che non sei nessuno.

La società infatti ti riconosce solo in quanto rivesti un ruolo all’interno di essa, quando la tua esistenza si concretizza in scopi utili alla collettività, in caso diverso si stenta perfino a credere che tu sia nato con qualche valore o qualità. Infine si finisce col sentirsi  inutili anche a se stessi e si rischia, come nel mio caso, di precipitare lentamente nel ‘mal du vivre’ dei giorni nostri: la depressione.

Ti sei laureata col massimo dei voti, hai conseguito abilitazioni e titoli vari per esercitare quel benedetto mestiere, ma questo non ti impedisce alla fine di sentirti un perdente, uno dei tanti che lo Stato ha eliminato per  necessità, per i bisogni dell’economia nazionale. Non importa se sono stati due o dieci gli anni spesi in quel progetto di vita.

Semplicemente un giorno ti alzi e sai che tutto ciò per la quale avevi lottato ed investito le tue energie non esiste più. Sei diventato uno dei tanti inoccupati a cui lo Stato ha voluto affibbiare la qualifica ironica ed irriverente di ‘bamboccione’, perché la sua condizione lo rende parassitario nell’ambiente familiare. Uno dei tanti privato di certezze per l’avvenire.

Un precario. E chi è un precario? Per il Governo è una piaga nella gestione delle proprie finanze, qualcuno che si vorrebbe fare sparire, magari eliminando la ragione della propria esistenza con una mirata politica di tagli. Per qualche Ministro il precario è uno sfaccendato che attende la manna, quando potrebbe cercarsi benissimo un altro lavoro, magari come ha fatto Claudia, che laureata in Architettura si è messa a spazzare le strade di Bologna.

Ma il precario non è solo un appellativo scomodo che designa l’informe raduno di una massa di richiedenti. Il precario è un volto con una storia che nessuno racconta, ma soprattutto è un uomo con dei diritti pari agli altri e quei diritti sono sanciti dalla stessa Costituzione italiana.

Il diritto al lavoro significa il diritto ad entrare la sera in una casa che non sia quella degli anziani genitori; il diritto di farsi una famiglia secondo i programmi di Madre Natura; il diritto di vivere con il proprio coniuge sotto lo stesso tetto e non separati perché lui o lei viene continuamente spostato dalla sede originaria di impiego; il diritto di vivere serenamente sapendo che domani saprò ancora come pagare l’affitto o potrò fare un mutuo; il diritto ad avere la stima ed il rispetto di un altro uomo che sa riconoscere in te un valore perché lo Stato per prima ti ha dato un valore; ma soprattutto il diritto alla vita che comprende tutte le cose testé dette, senza le quali non si dà destinazione alcuna all’essere umano e si spalancano le porte dei mali dell’anima che sovente conducono anche alla morte.

Il precario è difatti un equilibrista in bilico non solo per ciò che riguarda il lavoro, ma nei confronti della vita stessa che ha bisogno di vedere anche nei labirinti più intricati un percorso certo di arrivo; che ha bisogno di conservare la speranza per l’avvenire e l’amore per l’esistenza; che ha bisogno di un progetto realizzabile anche se tracciato su un foglio di carta con linee tremule e un po’ sfocate.

Essere precari significa  non avere mai un centro. Restare prigionieri della propria condizione umana, la quale spesso ha un peso. Teresa è fidanzata da dieci anni ma difficilmente lei ed Antonio si sposeranno perché sono entrambi precari. Elena vive già da quattro anni separata da suo marito che improvvisamente è stato trasferito per lavoro in una città del Nord. Rosa è finita in cassa integrazione dopo dieci anni all’Alitalia. Elisabetta spende ogni anno mille euro per fare un corso di perfezionamento a distanza nella speranza di superare qualcuno nella graduatoria della propria classe di insegnamento. Giancarlo lavora a progetto per 600 euro dopo otto anni di studio in Ingegneria. Lucia ha perso la cattedra dopo dieci anni di ruolo alla Primaria. Norman sapeva di non avere un futuro nella ricerca universitaria e si è buttato dalla finestra (del suicidio del giovane palermitano InviatoSpeciale ha scritto nell’articolo visibile qui).

Questi sono solo alcuni casi di cui ho conoscenza, ma che credo rendano bene l’idea di cosa sia  oggi l’Italia. Il sentimento più comune è quello di sentirsi abbandonati a se stessi, alle bizze del caso, ai favori della cieca Fortuna. Personalmente fino a qualche anno fa avevo dei progetti e delle speranze che oggi, alla luce dei nuovi tagli operati dal Ministro, non ho più. A volte io ed altre colleghe parliamo di cambiare lavoro, perché ormai è diventato molto difficile essere chiamate anche per una supplenza. Qualcuno potrebbe replicare che questa è la situazione odierna dell’Italia e che occorre sapersi arrangiare, certo che però fa un po’ tristezza vedere disorientate anche persone che avrebbero quasi l’età per andare in  pensione e che  invece sono ancora lì, a fare la fila.

Cambiare sempre posto di lavoro risulta infine disorientante, un insegnante non riesce mai a riconoscersi nell’identità di una scuola, non costruisce mai solidamente la relazione didattica con gli alunni che l’anno dopo non rivedrà. In questi anni sono stata nelle scuole del nord, del centro e del sud. L’anno prossimo ripartirò; dove non so ancora. E’ il caso di dire che il viaggio della speranza riprende sulle rotaie incerte di un treno senza posti a sedere.

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