Mimun: le confessioni di un direttore
Il capo del Tg5 ha parlato del suo lavoro, di altri giornalisti, dell’intrusione della politica in Tv. E non si è reso neppure conto di quello che diceva. La descrizione di un mondo che definire ‘insano’ è poco.
In una intervista rilasciata a Paolo Conti de ‘Il Corriere della Sera’ Clemente Mimun ha ricordato: “Una certa edizione del Tg1 delle 20. Preparo la scaletta a uso interno a metà pomeriggio. Mi chiama alle 17.30 un leader della sinistra, che non nomino perché ora conta poco: “Come mai la mia dichiarazione non appare nel Tg di stasera”? Alla Rai succede. Gente che riferisce ai partiti. Si arriva alle proteste anticipate a Tg ancora non trasmesso. Io rispondo: “Faccio finta di non aver mai ricevuto questa telefonata”".
Il direttore Mimun come è stato nominato? Da chi? E per quali motivi? La pratica nazionale più diffusa è quella di criticare gli altri ed assolvere se stessi. Nel suo caso il condottiero del più importante telegiornale delle reti berlusconiane è l’unico giornalista italiano (salvo smentite) chiamato negli anni a dirigere ben 4 diverse testate: Tg2, Tg1, Raiparlamento e Tg5. E qualunque cittadino del Belpaese, anche il meno ‘accorto’, sa che questo non avviene certo per caso.
In un’altra intervista il direttore ebbe a dire: “Abbiamo una squadra di conduttrici destinata via via a scalare [...] Potrebbero fare le Bond Girl. Sono preparate e capaci, professionalmente ineccepibili e nello stesso tempo molto televisive e carine”. Quando la professionalità è il valore di riferimento, insomma. Qualcuno avrebbe mai detto di Enzo Biagi o Indro Montanelli che erano Bond Boy e molto carini
Il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, il 15 gennaio del 2006, quando era radicale, descrisse così il lavoro del direttore: “Fa impressione guardare il Tg1 di Clemente Mimun, 2-3 secondi, già oggi, nei pastoni per i simboli di Forza Italia. Per non parlare delle scalette”.
Il 18 aprile dello scorso anno un altro articolo del ‘Corriere’ e firmato P.Co (sempre Paolo Conti?) riportava questa notizia: “Non mercoledì 22, come si pensava, ma mercoledì 29 aprile il Consiglio di amministrazione Rai potrebbe modificare l’assetto delle direzioni: Clemente Mimun al Tg1, Mario Orfeo o Augusto Minzolini al Tg2, Bianca Berlinguer al Tg3, Mauro Mazza a Raiuno, Susanna Petruni a Raidue (con Ida Colucci vice), Antonio Di Bella a Raitre (ma in serata di ieri si parlava anche di una riconferma di Paolo Ruffini), Piero Vigorelli alla TgR, Carlo Rossella a Rai Fiction. Variabile: Antonio Caprarica al Tg3 e Antonio Preziosi al Giornale radio, Antonio Socillo a Radiorai, Guido Paglia alla direzione del Personale. Quattro i direttori generali: Gianfranco Comanducci, Lorenza Lei, Giancarlo Leone e Antonio Marano”.
La fonte era il Cda dell’azienda pubblica? No, assolutamente, perchè P.Co subito dopo spiegava: “Questo sarebbe il quadro definito ieri a palazzo Grazioli durante un vertice maggioranza-Lega presieduto da Silvio Berlusconi a pranzo con i ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli per il Carroccio, per il Pdl il ministro delle Politiche europee Andrea Ronchi, il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto e il vice Italo Bocchino, il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri e il vice Gaetano Quagliariello, i sottosegretari Paolo Romani (Comunicazioni) e Aldo Brancher (Riforme)”.
L’operazione Mimun al Tg1 poi non è andata a buon fine ed al suo posto è arrivato Minzolini, ma resta il fatto che il nome del direttore del Tg5 sia stato fatto non nelle sedi proprie, ma in un incontro a casa del premier nel quale si dibatteva su come ‘lottizzare’ la Rai.
Dimentico di questi accadimenti il direttore ha affermanto nella sua ultima esternazione a Conti: “Vedo troppi storici Rai improvvisati che raccontano una loro non-verità. Per esempio Giulio Borrelli ha esagerato. Mi ha tirato in ballo perché sono stato in Rai poi in Mediaset per tornare in Rai… Dimentica che lui è arrivato da “l’Unità”, più che organico al partito. Che poteva contare sulla protezione di Roberto Morrione, gran professionista che, lui sì, avrebbe meritato di dirigere il Tg1, ma anche militante Pci, poi Pds e Ds, infine Pd. Che alla direzione del Tg1 lo mise D’Alema. Mi dispiace di averlo trattato sempre con i guanti bianchi”.
Dopo aver sparato a palle incatenate sui colleghi lottizzati Mimun è passato a Lilli Gruber: “Indubbiamente brava. Mi è simpatica perché è una belva e non fa niente per nasconderlo. La portai io al Tg1. Mi chiamò al tempo della nomina di Bruno Vespa alla direzione. Non ci avevo mai preso nemmeno un caffè prima. A Vespa l’idea piacque. Lilli lo ricompensò dopo, capeggiando la rivolta al Tg1 contro di lui”.
Ed ecco allora svelato come si assume in Rai. Concorsi, selezioni, commissioni di professionisti incorruttibili chiamati a giudicare le capacità dei candidati? Affatto, telefonate, caffè, idee che ‘piacciono’. E se il beneficato in un secondo tempo pensa di affrancarsi dai benefattori ecco che scatta la reazione.
Su un altro giornalisa del Tg1, noto per la generosità con la quale affronta i suoi intervistati (a suo parere sempre bravissimi, simpaticissimi, formidabili) il direttore ha raccontato: “Vincenzo Mollica. Gli proposi prima una vicedirezione al Tg2 e poi al Tg1. Rifiutò sempre: “Ti prego, preferisco fare ciò che faccio”. Unico in tutta la Rai. Scoprii che guadagnava una miseria rispetto ad altri colleghi. Lo nominai caporedattore”. Ecco svelato un altro arcano, quello delle promozioni.
Infine Mimun ha puntato i riflettori su un altro conduttore ‘di grido’ del Tg1: “Se guardo Francesco Giorgino, mi chiedo se ci sia un suo gesto privo di un calcolo. Dirigevo il Tg2, lui era a Sanremo per un Dopofestival. Mi vide e mi salutò in diretta: ecco Mimun, un grande direttore, speriamo venga presto da noi… Mi vergognai per lui. Poi, quando ero al timone del Tg1, lui che era sempre stato di centrodestra, in un momento politicamente complicato, in un’intervista prese le distanze da Berlusconi e attaccò la mia gestione. Non ebbi dubbi: io lo avevo portato all’edizione delle 20 e io di lì lo tolsi. Fui tormentato da decine di telefonate. Mi dicevano: è pentito, va perdonato”.
L’intervista al giornalista pluridirettore è davvero una testimonianza utile per capire quale sia la situazione dell’informazione televisiva nazionale. E quel che lascia perplessi è la ‘sincerità’ con la quale alcuni parlano di ‘segreti’ che fuori dall’Italia porterebbero al licenziamento immediato. Ma Berlusconia è anche questo.


Veramente sconcertante. Nel frattempo migliaia di giovani giornalisti fanno stage non pagati, o quando va bene guadagnano due soldi con contratti semestrali. Senza santi in paradiso né in Rai né in nessun altro organo di informazione si va avanti. Grazie Mimun per averci aperto gli occhi: ora sappiamo che quantomeno non condurremo mai il tg1 (e sai che dispiacere…)
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