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Gli Usa ed il ritiro mascherato da Baghdad

Autore: . Data: giovedì, 19 agosto 2010Commenti (0)

Secondo molti media il ritiro Usa dall’Iraq procede speditamente. In realtà non è così. Le truppe regolari saranno sostituite da militari privati. Ed intanto il Paese è senza governo e sull’orlo del collasso.

Tutti i quotidiani italiani di ‘grido’ e di qualunque orientamento stanno sostenendo che in queste ore si è avviato il processo di sganciamento di Washington dall’Iraq, addirittura con qualche giorno d’anticipo sulla tabella di marcia prevista. Dopo il 31 agosto rimarranno solo 50mila militari statunitensi con esclusivo compito di coordinamento ed addestramento, almeno secondo questi giornali.

Le cose come spesso accade sono molto diverse. Per capire la situazione si deve tener conto di alcune cose. Eccole.

Il comando dell’esercito iracheno ha chiesto gli americani di rimanere per altri dieci anni. Il generale Babaker Zebari, comandante in capo, alcuni giorni fa ha pregato la Casa Bianca di sospendere il ritiro, definendolo “prematuro” e sostenendo che “le truppe Usa dovrebbero restare fino a quando non saremo pronti, nel 2020″. L’ambasciatore iracheno a Roma, Saywan Barzan, ha avvertito: “L’Iraq ha bisogno di almeno 10 anni per avere delle forze armate capaci di difendere la nazione”.

L’esercito di Baghdad al momento è composto da circa 560mila uomini tra militari e poliziotti. Si tratta di un apparato quasi totalmente dipendente dai comandi operativi Usa. Il governo americano solo in questi ultimi mesi ha dato corso ad un programma da 6 miliardi di dollari per la fornitura di armamenti. Le truppe nazionali quindi non sono assolutamente in grado di far fronte ad eventuali interventi esterni dei Paesi confinanti e non sono affidabili per quanto riguarda il contrasto delle formazioni paramilitari interne.

Lo stato del Paese è drammatico. L’erogazione di energia elettrica e dell’acqua a sette anni dall’invasione non sono regolari e la popolazione resiste ai disagi grazie ad espedienti e gruppi elettrogeni ‘personali’. La disoccupazione è endemica, non esiste più un sistema industriale o commerciale, i servizi pubblici sono sommari, la corruzione ed il crimine dilagano. E dopo le elezioni avvenute a marzo non si è ancora formato un governo e neppure si prevede quando sarà possibile un accordo per vararlo. Per cui l’Iraq è senza guida.

La struttura clanica del Paese, inoltre, non permette di pensare alla fedeltà dei militari. Molti di loro si sono arruolati per disperazione, perchè l’armata è l’unico lavoro che si trova, ma in caso di crisi o di ripresa della guerriglia interna non è affatto certa la compattezza delle truppe.

Le imprese straniere che gestiscono i pozzi di petrolio o sono impegnate in altre attività già dispongono di eserciti privati, composti da contractors, ovvero mercenari. Il Dipartimento di Stato, che a Bagdad deve gestire il suo apparato più grande al mondo e sta allestendo altri cinque “outposts”, una sorta di consolati, nel resto del Paese non può fare a meno di un anorme apparato di sicurezza e siccome i regolari se ne stanno andando e i locali non danno garanzie utilizzerà compagnie private. Il presidente Obama, nei guai per la situazione in Afghanistan, deve mandare a Kabul altri soldati (che non ha) e quindi deve ‘trasferire’ quelli di stanza in Iraq. Poi ci sono le pressioni del generale Petraeus, che non solo chiede rinforzi a Kabul, ma contesta la data del ‘ritiro’ fissata da Washington per il 2011, ritnendola “non obbligata” e facendo presente alla stampa che il presidente ha “chiaramente detto che quello che si aspetta da me sono i miei migliori consigli militari” per cui anche la strategia afgana non è “fissa”, ma “dipenderà dalle condizioni sul terreno”. In questo scenario il ritiro significherà la ‘privatizzazione’ del conflitto iracheno, con il trasferimento degli incarichi militari da forze regolari a forze in private in appalto.

Grant Green, capo della ‘bipartisan Commission on Wartime Contracting (Cwc)’, una commissione legislativa indipendente incaricata dal Congresso Usa di studiare l’intero capitolo finanziario, legale e logistico legato alle missioni in Iraq and Afghanistan, ha detto che al momento l’unico modo per compensare la partenza dei militari regolari è “ricorrere ai contractor”. Per Green la stima federale è che i privati “passeranno da circa 2.700 di oggi a 6.000 o 7.000. Senza prendere in considerazione tutte le altre missioni che si assumerà il Dipartimento di Stato, per alcune delle quali sono molto favorevole. Ovvero il rilascio dei documenti d’identità o il controllo degli accessi. Inoltre, ci sono una serie di questioni legate alla sicurezza. CI saranno piloti privati per l’aviazione militare, specialisti per la guida dei veicoli corazzati, gruppi per il recupero immediato di personale ferito in combattimento (Medivac) e chi si dovrà occupare del disinnesco di ordigni esplosivi”.

Ad una domanda precisa: “Quindi siamo in una situazione nella quale decine di migliaia di soldati americani stanno andando via e decine di migliaia di soldati privati stanno arrivando?”, Green ha risposto: “Corretto. Non so quale sarà il numero finale, ma a mio avviso il fatto più importante è che si sta trasformando la situazione e ci sarà chi farà cose che in molti ritengono compito esclusivo di forze governative e comunque molto vicino al combattere”.

La privatizzazione di un conflitto sembra riportare la storia al Medioevo e pone enormi problemi. Chi infatti controllerà le milizie private e quale forza avranno queste ‘aziende’ non solo in Iraq, ma negli stessi Stati Uniti? E l’evoluzione del conflitto interno iracheno a cosa porterà?

Domande per ora senza risposta. Ma quello che preoccupa in Italia è la superficialità con la quale i media hanno diffuso la notizia del ritiro delle forze Usa senza spiegare ai cittadini cosa in realtà sta avvenendo laggiù ed i rischi che il caos iracheno potrebbe produrre su tutti i Paesi di quell’area già molto instabile e sull’Europa.

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