Pisanu conferma la potenza di ‘Cosa nostra’
Il presidente dell’Antimafia (Pdl) sostiene la tesi di una trattativa con alcuni pezzi dello Stato.
Il presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, eletto nel centro destra, ha detto ieri: “Cosa nostra ha forse rinunciato all’idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica”.
Nella sua relazione alla commissione l’ex ministro degli Interni ha aggiunto: “Al contrario con l’espandersi del suo potere economico (Cosa nostra, ndr) ha sentito sempre più il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini. Specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea”.
Smentendo il trionfalismo propagandistico del governo il presidente dell’Antimafia ha ricordato che, “la stagione terribile delle stragi si chiuse il 27 gennaio 1994 con l’arresto dei fratelli Graviano, capi indiscussi dell’ala più violenta, e con l’ascesa del ‘moderato’ Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa Nostra. Costui spingerà l’associazione mafiosa a fare impresa, ad immergersi sempre più nell’economia e nella società , facendo tacere le armi: sarà la fine dei ‘viddanì di Totò Riina, rinchiuso in carcere e reso impotente dal rigore del 41 bis”.
Per Pisanu “anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi”, poichè “fin dall’agosto del 1993, un rapporto della Dia, aveva intravisto e descritto ‘una aggregazione di tipo orizzontale’, in cui rientravano, oltre alla mafia, talune logge massoniche di Palermo e Trapani, gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti”.
DI fatto avvalorando la tesi di una trattativa tra Stato e mafia, il presidente ha ricordato anche le considerazioni del procuratore di Caltanissetta Lari, per il quale Cosa Nostra non è stata “eterodiretta da entità altre”, ma che al tavolo delle decisioni si siano trovati, accanto ai mafiosi, “soggetti deviati dell’apparato istituzionale che hanno tradito lo Stato con lo scopo di destabilizzare il Paese … mettendo a disposizione un know-how strategico e militare”.
Nel luglio scorso, ha continuato l’ex ministro, “lo stesso Lari aveva anticipato che, a seguito delle dichiarazioni di Spatuzza, ‘le investigazioni hanno lasciato la pista puramente mafiosa e puntano a scoprire un patto fra i boss di Cosa Nostra e Servizi Segreti”.
A parere di Pisanu “probabilmente Provenzano fu insieme a Ciancimino tra i protagonisti di trattative del genere, mentre Riina ne fu, almeno in parte, la posta”.
Si tratta, per il senatore del Pdl, di “trattative complesse e a tutt’oggi oscure, nelle quali entrarono a vario titolo, per convergenza di interessi, soggetti diversi, ma tutti dotati di un concreto potere contrattuale da mettere sul piatto. Altrimenti Cosa Nostra li avrebbe rifiutati”.
“0Proprio per questa intuibile o evidente complessità -ha spiegato Pisanu- dobbiamo guardarci bene dalle semplificazioni come dalle generalizzazioni: una testimonianza sul ‘sentito dire’ ha bisogno di riscontri obiettivi e l’accostamento arbitrario di pezzi di verità diverse può darci, al massimo, solo una congettura. Mi riferisco -aggiunge- soprattutto alla dimensione strettamente politica della trattativa e, in particolare, agli interessi politici della mafia nel periodo delle stragi”.
Ha insistito il presidente della Commissione Antimafia: “Uccisi o minacciati di morte o abbandonati i suoi tradizionali referenti, Cosa Nostra faticava a orientarsi e a costruire nuove alleanze in un contesto politico che, dopo la caduta del muro di Berlino, si stava ormai disgregando sotto i colpi di tangentopoli e quelli delle stesse stragi. Tanto è vero che cercò una soluzione, costruendosi un proprio partito regionale, ‘Sicilia Libera’, che avrebbe poi cercato di spendere sulla scena politica nazionale, ancora troppo confusa ed incerta”.
Perciò, ha affermato Pisanu “è probabile che all’indomani dell’arresto dei fratelli Graviano e della sconfitta dell’ala stragista, Cosa Nostra si sia adeguata al nuovo ordine di Bernardo Provenzano e si sia messa alla finestra, in attesa di quel che sarebbe successo dopo le dimissioni del governo Ciampi (13 gennaio 1994), lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate”.
“Da allora ad oggi – ha detto ancora l’ex ministro – bloccato il braccio militare, Cosa Nostra ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere. Ma da allora ad oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente una opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell’ordine”.
Il presidente dell’Antimafia ha quindi concluso: “Anche per questo Cosa Nostra ha forse rinunziato all’idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunziato alla politica. Al contrario, con l’espandersi del suo potere economico ha sentito sempre più il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini. Specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea”.
Le parole di Pisanu assumono particolare valore perchè sono state pronunciate da un esponente del centro destra, una parte politica coinvolta a vario titolo in alcune indagini che riguardano le infiltrazioni mafiose nei partiti.
A questo riguardo ed in relazione alla sentenza di martedì scorso che ha condannato Marcello Dell’Utri, strettissimo collaboratore di Berlusconi, per concorso esterno in associazione mafiosa, Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo ed esponente dell’Idv ha commentato: “Le dichiarazioni del presidente della Commissione Antimafia sono un invito a rinviare i festeggiamenti, con o senza cannoli, di quegli esponenti politici contenti per essere stati condannati soltanto a sette anni di carcere per reati di mafia”.
“Da diciotto anni – ha insistito Orlando – andiamo ripetendo che occorre fare verità e giustizia sul periodo delle stragi dei primi anni Novanta, in cui lo Stato, troppe volte, ha assunto il volto della mafia e la mafia quello dello Stato. Mentre la società civile reagiva e magistrati e forze dell’ordine continuavano a fare il loro dovere, politici alla Dell’Utri o alla Cuffaro intrattenevano rapporti con esponenti mafiosi”.
C’è materia sulla quale riflettere.


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