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Pietro Taricone e la morte che diventa mito

Autore: . Data: lunedì, 5 luglio 2010Commenti (0)

Surreali polemiche e strumentalizzazioni sul corpo dell’attore

“E’ morto Pietro Taricone”, ha titolato il blog satirico ‘spinoza.it’ introducendo l’ultima sua lenzuolata di battute. Sotto la notizia, invece che ospitare frasi sull’attore, scorrevano tante amare gag su Marcello Dell’Utri e sulla presunta riduzione della sua condanna.

Molti lettori hanno strabuzzato gli occhi, criticando la scelta cinico-criptica del blog, in realtà utile a mettere in luce le spaventose contraddizioni e censure insite nei meccanismi della malata informazione italiana: trasformando in notizia “mitica” la morte dell’attore frusinate, sono state oscurate – secondo un collaudato copione – le vicende che dovrebbero davvero assillare i cittadini.

Invece sulla morte traumatica dell’attore si è sprecata molta filosofia spicciola, anche un po’ volgare. Il sito di gossip ‘Dagospia’ ha invocato: “Basta con il tariconismo, lo direbbe pure Taricone – tutti gli opinionisti che stanno santificando commossi “o’ guerriero” sono gli stessi che hanno sempre sfanculato il ‘grande fratello’ come ‘bassa proiezione di un popolo berlusconizzato’ – e perché negli anni passati i nostri cervelloni non hanno mai sprecato due righe sul Taricone attore e lo scoprono solo adesso che è volato in cielo cadendo per terra?…”.

In verità, il “tariconismo” esemplifica lo stato di salute del cittadino in balìa degli eventi mediatici che non può più controllare. La cronaca si confonde con il ‘mito’. E il gesto spericolato di un attore-paracadutista, noto per la partecipazione al Grande Fratello o alle fiction, diviene una straordinaria notizia nella notizia, un evento quasi epocale grazie alla grancassa dei media e all’abitudine a identificare i propri sogni, desideri, paure e sofferenze con quelli dei ‘miti’.

Ed è curioso (visto e considerato che la ‘malattia’ in questione è diretta conseguenza del berlusconismo inteso come ‘cultura’ popolare di massa) che il tema sia stato ripreso dal ‘Giornale’, quotidiano di Paolo Berlusconi, in un articolo di Cristiano Gatti: “Non è vero – ha scritto – che le morti sono tutte uguali: morire giovani di incidente è più tragico che morire vecchi nel proprio letto. E’ un paragone molto delicato, per certi versi persino sgradevole, ma corrisponde alla realtà delle nostre reazioni. Arriviamo all’estremo: morire giovani e famosi in un incidente di volo, inseguendo sensazioni estreme e spericolate, rappresenta l’apice per la nuova sensibilità collettiva che ci siamo costruiti. A seguire, tutto il carico in sovrappeso. Improvvisamente Taricone diventa il massimo dei massimi, sul piano professionale, sul piano umano, persino sul piano spirituale. E’ pur vero che la morte rende tutti migliori, ma Taricone viene ormai dipinto e raccontato come una via di mezzo tra Gandhi, Kennedy e anche un po’ san Francesco. Nella realtà, era un figlio adorato e un carissimo padre di famiglia, appassionatissimo del proprio lavoro, abbastanza intelligente per capire che l’ambiente prescelto era piano e invitante come un terreno minato”.

Sui blog, accanto alle volgarità e alle surreali strumentalizzazioni pseudopolitiche di cui InviatoSpeciale si è già occupato (nell’articolo visibile qui), si possono leggere anche considerazioni discutibili ma di un certo interesse. Così ha scritto tra l’altro Daniele Martinelli sul suo spazio web, in un’immaginaria ‘lettera aperta’ a Taricone: “Mi spiace che nonostante lei abbia scelto di non farsi macinare dal vacuo ‘spoil system’ televisivo pomeridiano, sia diventato suo malgrado il protagonista del piccolo schermo della settimana. Mi spiace perché la sua patetica sovraesposizione mediatica ha colmato il vuoto catodico imposto dall’uscita di scena della nazionale italiana di calcio dai mondiali, in una settimana cruciale per il governo (…). Il governo ha anticipato al 29 luglio il voto alla camera del decreto intercettazioni, e giusto mercoledì è arrivata la condanna in appello a 7 anni per mafia a Marcello Dell’Utri, senatore del partito della Endemol, tra i fondatori e pionieri della tivù salottiera di cui lei rimarrà indimenticato protagonista”.

Mentre il lettore ‘Lebowski’ del Corriere.it (quotidiano online che ospita 309 commenti in calce all’articolo che ricorda l’attore) ha criticato “tutti ‘sti opinionisti/moralisti, presi a dire che Taricone era un signor nessuno reso celebre da uno show televisivo sul nulla. Certo era un everyman (come direbbe Eco), ma al contrario di altri anziché marciare su un’effimera popolarità aveva deciso di seguire la propria strada, rischiando in prima persona puntando sulle proprie qualità. La sua è stata una storia minimalista per un’Italia minima, però ha una sua (minima) importanza nel dimostrare che anche chi viene baciato da una gloria effimera può scegliere di vivere la propria vita fino in fondo a modo suo. Un italiano che ci mancherà, O’ Guerriero”.

Lo stesso ‘Lebowski’ non ha saputo rifuggire dal cliché del ‘mito’, ma è condivisibile la descrizione del tragico evento come “una storia minimalista per un’Italia minima”. Un Paese che ha disimparato a sognare e ad immaginare un futuro, in parte a causa del grave (e forse irrimediabile) provincialismo che contraddistingue la sua classe politica e dirigente, in parte per diretta conseguenza di un sistema mediatico che addormenta sistematicamente le coscienze e rende difficilissima la costruzione soggettiva di opinioni progressiste e illuminate.

Così – anche quando non si scade nell’insulto – si rischia di incorrere nel banale luogo comune. Aiznic, sempre sul Corriere.it, ha sostenuto: “Perchè andarsela a cercare…? Dieci anni fa non aveva un lavoro. Ha partecipato ad un reality ed ha avuto la possibilità di guadagnare qualcosa. Ha comprato una bella casa, ha interpretato qualche filmetto ma la cosa più importante ha avuto una figlia. Queste cose dovrebbero farti rendere conto che hai delle grandi responsabilità verso di loro. Ogni bimbo dovrebbe essere cresciuto dalla sua mamma e dal suo papà, è il primo dei doveri di un genitore. Un incidente può capitare a tutti, per carità, ma gli sport estremi dove metti in scommessa la vita, tu che hai dato la vita ad un’altra persona non l’ammetto. Sei venuto meno ai tuoi doveri di padre. Con la tua vita che si è spenta a soli 35 anni hai spento anche la gioia, il sorriso e il cuore di tua figlia. Potevi pensarci prima di buttarti giù con un paracadute. La potenza di un uomo non si misura così. Riposa tranquillo ora che qualcun altro penserà a crescere tua figlia e forse, un giorno lontano per ora, se ne farà una ragione ma in fondo al suo cuore vivrà sempre con un vuoto che nessun affetto e nessun amore potrà mai colmare”.

Magari, gettandosi da quel paracadute, Taricone stava combattendo le sue paure, o forse stava inseguendo uno dei suoi sogni. Cosa che non può permettersi di fare l’operaio edile, a volte costretto dall’imprenditore senza scrupoli a salire su un ponteggio senza un’adeguata (e costosa) protezione, e indotto a correre rischi notevoli (magari più grandi di chi si getta con un paracadute). Quel manovale, più di altri, non è affatto certo di riuscire a ritornare a casa, la sera, per abbracciare i suoi figli.

E qui torniamo al punto di partenza. Un popolo disabituato a riflettere sui suoi problemi, che si ripercuoteranno inevitabilmente sulle speranze delle successive generazioni, sposta l’attenzione su elementi secondari che non aiutano a capire la complessità di una persona e del suo ‘personaggio’. Mentre la morte diventa un dramma effimero, materia da regalare al gossip, in mezzo a tette, culi e alle avventure estive dei rampolli del Premier.

Paolo Repetto

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