Pdl: sospetti, accuse e tarantelle
L’inchiesta sulla P3 si allarga. Entrano anche i soliti Dell’Utri e Cosentino. Ed il partito è in fiamme.
Ieri sono stati indagati nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere nei giorni scorsi Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino sia il già condannato per per concorso esterno in associazione mafiosa senatore Marcello Dell’Utri che il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, per il quale fu richiesto alla Camera nel novembre 2009 l’arresto (negato) per concorso esterno in associazione camorristica.
A iscrivere i due politici nel registro degli indagati è stato il pubblico ministero Rodolfo Sabelli al quale è affidata l’indagine stralcio dall’inchiesta sull’eolico. I reati ipotizzati per Dell’Utri e Nicola Cosentino, come per Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino sono quelli di associazione per delinquere semplice e violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi che vieta la ricostituzione delle società segrete.
La combriccola, secondo i magistrati, avrebbe tentato come avviene sempre più spesso in Italia, di corrompere e guadagnarci sopra, ma anche di intervenire sulla Corte costituzionale e sulla magistratura per far approvare dalla Consulta il ‘Lodo Alfano’ e per ‘ammorbidire’ i giudici del capoluogo toscano alle prese con la Protezione civile ed i presunti pasticci combinati nel settore ‘Grandi eventi’. Se non è chiaro come sia andata nel campo degli affarucci, su quello riguardante le pressioni è stata una Waterloo perchè sia la legge salva premier che le indagini sul regno di Bertolaso hanno preso una piega esattamente opposta a quella auspicata dalla “P3″.
Dell’Utri è di nuovo alle prese con la giustizia perchè, secondo l’accusa, avrebbe partecipato ad una cena il 23 settembre scorso a casa del coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Davanti a presumibili piatti di rigatoni anche, pare, Carboni, Martino, Lombardi, l’onorevole Giacomo Caliendo e i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller. L’antico collaboratore del premier e vero inventore di Publitalia, la concessionaria di pubblicità di Mediaset, inoltre, avrebbe presenziato ad altre due riunioni, avvenute il 9 e il 13 dicembre scorso. La prima ancora da Verdini e l’altra in Sardegna, con la solita compagnia di giro alla quale si sarebbe aggiunto il presidente della Regione, Cappellacci.
Da parte sua, Verdini, è indagato dalla Procura di Firenze per concorso in corruzione nell’affaire Grandi Eventi e nel maggio 2010 dalla Procura di Roma, in un’inchiesta su ipotizzati illeciti in appalti pubblici riconducibili allo stesso troncone toscano.
Nel frattempo Cosentino compare anche in una ordinanza del gip Vincenzo Alabiso, notificata ieri a 17 persone tra cui Nicola Schiavone, figlio del capoclan dei Casalesi Francesco. Secondo il collaboratore di giustizia Raffaele Piccolo “anche Cosentino è stato favorito dal gruppo Schiavone. Cosentino infatti è titolare di una impresa di commercializzazione del gas. Io so che Cosentino era favorito perchè spesso, quale forma di estorsione nei confronti degli imprenditori, procedevano a dei cambi di assegni che portavamo agli imprenditori; soltanto alcuni assegni, però, potevano essere portati da Nicola Cosentino, ossia quelli per esempio dei soggetti apicali del clan come Nicola Panaro o Nicola Schiavone. Voglio specificare che spesso, quando avevamo a che fare per le estorsioni con imprese più importanti, come ad esempio Statuto di Caserta, onde evitare rapporti tra noi affiliati e l’imprenditore, le estorsioni venivano pagate in assegni a Iorio (Salvatore Iorio, attivo nel settore del calcestruzzo e arrestato oggi, ndr), quello del calcestruzzo, il quale poi versava tali assegni a noi”. “Questa modalità di pagamento – ha aggiunto il collaboratore di giustizia – faceva infuriare per esempio Nicola Panaro o Peppe Misso, i quali si trovavano nella necessità di cambiare i titoli. E così si ricorreva ad esempio ad imprenditori come Nicola Cosentino o un tale Ulderico, che ha una gioielleria importante a Casale ed a Teano, o Dante Apicella”.
Insomma, di tutto e di più.
Nel Pdl è, contemporaneamente, bufera. L’esponente finiano Italo Bocchino ha dichiarato: “Da amico mi auguro che Denis Verdini sappia dimostrare la sua innocenza”, ma “dal punto di vista politico c’è un enorme problema di opportunità che il premier non può far finta di non vedere. Il Berlusconi ‘ghe pensi mi’ come ha risolto il caso Brancher così deve risolvere il caso Verdini”. Il vicecapogruppo del Pdl alla Camera del Pdl ha di fatto chiesto che il coordinatore del suo stesso partito si dimetta insieme a Ernesto Sica e Nicola Cosentino. “La cosa davvero preoccupante è il risvolto di malcostume nel partito” ha spiegato il parlamentare. “C’è un problema della classe dirigente del Pdl che non riesce a interpretare il progetto originario di Berlusconi e Fini. La degenerazione è arrivata a livelli di guardia con spericolate e vergognose operazioni di dossieraggi contro esponenti del partito”, ha concluso.
Per dovere di cronaca, Bocchino il 28 gennaio 2009 ha ricevuto una informazione di garanzia dalla Procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta Global service, relativa alla manutenzione delle strade del capoluogo campano e nella quale sarebbero coinvolti magistrati, deputati ed assessori. I reati ipotizzati per lui sarebbero partecipazione in associazione a delinquere e concorso in turbativa d’asta.
La posizione del sostenitore del presidente della Camera ha fatto saltare i nervi al ministro Sandro Bondi e a Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl. Secondo loro le dichiarazioni su Verdini sono state “gravi in maniera inaudita”. “Le dichiarazioni dell’On. Bocchino di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni riguardanti indagini giudiziarie in corso, che secondo lui saranno pubblicate a breve sui mezzi di comunicazione, secondo il mal costume in voga nel nostro Paese, sono di una gravità inaudita”.
Peri i due berlusconiani doc “a questo punto l’On. Bocchino ha l’obbligo di riferire come sia giunto in possesso di tali verbali, in che modo e attraverso quali canali. Questa vicenda dimostra a quale livello di degrado e di spregiudicatezza giungano alcuni esponenti politici. Inoltre rivela, se fosse confermata, l’intreccio perverso non solo tra una parte della magistratura e il mondo dell’informazione, ma anche tra ambienti giudiziari e esponenti politici, che utilizzano notizie coperte da segreto istruttorio come strumento di lotta politica”.
Pronta la replica del finiano: “Gli amici Bondi e Cicchitto possono star tranquilli che non c’è alcun complotto in giro, nè misteri. Quando ho parlato di atti che a mio giudizio porranno un problema di opportunità politica a Berlusconi sul caso Verdini, mi riferivo semplicemente all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carboni e soci, documento in possesso di tutte le redazioni dei giornali”, che ha aggiunto: “A pagina 50 si parla di un’informativa dei carabinieri di duemila pagine con allegate altre 4000 pagine di atti e documenti, gran parte intercettazioni. Sempre a pagina 50 c’è scritto che il pm allo stato ha formalizzato richieste solo per il reato associativo e non per i delitti-fine quali corruzione, abuso d’ufficio e altro, chiarendo a pagina quattro di aver utilizzato soltanto le telefonate con parlamentari necessarie a sostenere la misura nei confronti degli altri indagati. Tutto chiaro e limpido pertanto senza alcun mistero”.
Ma gli attacchi ai berlusconiani da parte degli amici di Fini non si sono fermati a Bocchino. In un corsivo firmato dal direttore Filippo Rossi su Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo vicina al presidente della Camera “il giustizialismo non c’entra nulla. E nemmeno lo strapotere dei magistrati. È solo voglia di normalità . È solo voglia di giustizia. Voglia di cambiare, finalmente”.
“Lo chiamano giustizialismo, con fare spregiativo. E hanno gioco facile, perchè è cosa buona e giusta limitare lo strapotere inquisitorio dei magistrati, il vizio della condanna preventiva prima di qualsiasi giudizio e la caccia alle streghe senza prove, senza indizi, senza nulla. Lo chiamano giustizialismo, con fare spregiativo. Ma – ha insistito Rossi – troppe volte chiamano così anche tutt’altro, anche la sana, genuina, schietta voglia di giustizia del popolo italiano. Chiamano così anche il sano, genuino. schietto desiderio di essere governati da persone al di sopra di ogni sospetto, da persone che possano camminare a testa alta. Da persone, insomma, che si possano definire in tutto e per tutto oneste e perbene. Che non hanno nulla da nascondere: interessi altri, frequentazioni altre, obiettivi altri”.
Per il direttore di Ffwebmagazine “forse è un sogno un po’ demodè, forse è troppo ingenuo, ma gran parte degli italiani ha il desiderio represso di poter essere finalmente orgogliosa della propria classe dirigente”. “Il bipolarismo drogato tra giustizialisti e garantisti”, secondo Rossi, “è uno schematismo bavoso che sorregge retoricamente due fintissime bugie: la prima, che a un politico basta essere assolto in qualsiasi formula per poter essere considerato un santo, per non dover essere giudicato dalla pubblica opinione, per non poter essere messo sotto i riflettori delle critiche; la seconda, che è essenziale una condanna per ritenere un politico indegno di ricoprire il proprio ruolo. Ma non è così: esiste una serie di comportamenti, di amicizie, di atteggiamenti che non possono non essere messi sotto osservazione, che non possono non generare giudizi negativi”, ha concluso.
Il quadro politico è ormai incomprensibile e di giorni in giorno l’intreccio tra affari, esponenti dei partiti e del governo sembra prendere forme sempre più inquietanti. E nella palude potrebbero scorgersi anche dei magistrati.
Per questo motivo Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati, ha detto: “Sono vicende che al di là del merito danno un quadro di inquinamento preoccupante e quindi non può che preoccuparci e riproporre in modo forte il tema della questione morale all’interno della magistratura”. E’ il commento di , agli sviluppo dell’inchiesta della procura di Roma che coinvolge Denis Verdini e Flavio Carboni.
“Il tema della questione morale – ha sostenuto Palamara – va di pari passo con quello della scelta dei dirigenti, che deve essere ancorata come non mai al merito e svincolata da logiche di appartenenza” Su questi argomenti l’Anm vuole “chiarezza e nettezza di posizioni”. “La magistratura che noi vogliamo – ha spiegato Palamara – non può permettersi di avere al suo interno situazioni di opacità anche quando queste riguardano le nomine di importanti uffici direttivi”.
Per intervenire, secondo il presidente dell’Anm, bisogna “attivare i meccanismi preposti: ora c’è un’indagine in corso, bisognerà vedere e valutare il coinvolgimento delle persone e gli organi competenti dovranno accertare con tempestività e rigore quanto è accaduto. Il ruolo dell’Anm deve essere chiaro e netto di presa di distanza da queste situazioni per affermare il modello di un magistrato ispirato ad integrità ed indipendenza e su questa strada non arretreremo di un millimetro perchè ci giochiamo il futuro della magistratura”.
Di peggio in peggio che accadrà domani?


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