Duisburg: paura, solitudine e strage
Il rito della ‘Love Parade’ all’ultimo atto. E il superman italiano dei disastri Bertolaso non coglie l’occasione per tacere.
La strage del Festival della ‘techno’ lascia sull’asfalto di Duisburg centinaia di feriti e 19 ragazzi morti, uccisi da una paura indotta da un profondo mal di vivere.
Le centinaia di migliaia di persone accorse nella città tedesca per sentire musica sparata palla, illudersi di essere ‘liberi’, poter consumare pacchi di droga (meglio se sintetica), ubriacarsi a volontà e sognare di non essere vincolati da regole e convenzioni si sono trovati davanti un tunnel ed hanno provato forse l’esperienza che facevano i tonni quando entravano nella tonnara.
La ‘Love Parade’, quando nacque 21 anni fa a Berlino, aveva uno slogan singolare: “Friede, Freude und Eierkuchen”, “Pace, libertà e frittelle”.
Il muro era caduto da quattro mesi e l’Occidente salutava la sua vittoria sul blocco comunista a colpi di manifestazioni di ogni genere.
La rassegna tedesca fu inventata da Matthias Roeingh, un dj che si faceva chiamare “Dottor Motte”, “dottor falena” e dalla sua ragazza di allora, Danielle de Picciotto, un’artista, musicista e film maker americana.
Lo scopo era quello di costruire ‘fratellanza’, di trasformare i frequentatori dei concerti in cittadini attivi, di creare “l’armonia attraverso la musica”.
In seguito, quando il ‘fondatore’ si accorse che la sua creatura stava trasformandosi in una macchina per far soldi, se ne allontanò. Tanto profondamente da partecipare nel 2006 alla kermesse berlinese contro la ‘Love Parade’, la ‘Fuckparade’, e da sostenere nel 2008 una iniziativa premonitrice per affermare la necessità di costruire libertà da sostituire alla paura e contro l’aumento indiscriminato dei sistemi di sorveglianza.
Dal 1989 molte cose sono diventate più chiare. La ‘liberazione’ dell’Est Europa dal comunismo non ha portato democrazia, ma speculazioni e povertà in Paesi che speravano di essersi finalmente tolti di dosso le angherie di regimi inefficienti, corrotti e repressivi. E nella stessa Germania, nonostante gli sforzi per ‘modernizzare’ i territori dell’ex Repubblica democratica, le differenze sociali sono ancora profonde tra cittadini dell’ex est e dell’ex ovest.
I ragazzi accorsi alla ‘Love Parade’ di Duisburg più che andare verso qualcosa fuggivano da una crisi profonda del mondo ipersviluppato, nel quale lo spazio per la ‘ricerca della felicità ’ è sempre più ristretto, compresso dall’imperativo categorico di produrre a tutti i costi ed in ogni condizione.
Giovani senza troppe idee, impauriti e solitari, incapaci di parlarsi tra loro, in fuga verso un evento ‘aggregante’ che Ernesto Assante ha descritto molto bene su ‘La Repubblica’: “E’ un mondo parallelo, senza genitori, scuole, lavoro, obblighi, è l’affermazione di un “diritto alla festa” che la vita sembra voler negare ad una generazione che non ha molti motivi per sognare. Sesso, sballo, musica, tutto è lecito, tutto è permesso, una volta all’anno”.
E fatalmente è arrivata la tragedia, come fatalmente accade sempre in occasione dei riti di massa di questo mondo impazzito. Succede nel calcio, in diverse gare sportive, durante altri concerti. Dove ci sono folle informi e barbarizzate con puntualità statistica prima o poi si verifica il dramma.
Nel caso di Duisburg un paio di dichiarazioni dei partecipanti inducono riflessioni complesse. Uno ha detto: “Ho fatto un corso di pronto soccorso, ho cercato di aiutare un po’. La gente era disidratata, alcuni continuavano a bere alcol e assumere droghe”, mentre una ragazza neozelandese di 18 anni ha aggiunto: “Poi sono andata a ballare, avevo bisogno di rilassarmi”. Persone che di fronte a decine di morti e centinaia di feriti si fa una birra o si rilassa a suon di ‘techno’ dovrebbe avere il diritto a poter vivere un’altra vita.
Evidentemente i modelli non funzionano più e la crisi finanziaria mondiale, con tutte le sue conseguenze, pare non aver insegnato ancora nulla all’establishment della parte opulenta del pianeta.
In una occasione così estrema ancora una volta il superman italiano dei disastri, il Capo della Protezione civile Bertolaso ha deciso di commentare: “In Italia non sarebbe mai potuto accadere, anche grazie all’esperienza che abbiamo maturato nell’organizzazione dei Grandi Eventi” ed ha insistito: “E forse oggi qualcuno si renderà conto del perchè in Italia è la Protezione civile a gestire i grandi eventi: quella legge è stata voluta proprio per garantire al meglio la sicurezza delle persone”.
Ed anche a riempire i portafogli di qualcuno, si potrebbe aggiungere. Ma questo è un altro discorso.


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