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Un senegalese a Roma

Autore: . Data: giovedì, 3 giugno 2010Commenti (0)

La storia di Ousmane e i sogni di un “invisibile”. Un articolo per ‘Tu Inviato’

Ousmane Ndjane è nato nel 1975 nella città senegalese di Bambey situata nella regione che si chiama Diourbal. Oggi vive a Roma, in periferia, e lavora in un centro internet, è sorridente e ha sempre una battuta di spirito per tutti. Un giorno come un altro si confida la cliente: “Ho scritto un racconto, te lo faccio leggere”.

Ousmane apre il suo mondo interiore, tutte le speranze che riponeva, venendo in Europa, dopo aver conseguito la laurea in letteratura romanza e aver vinto un master in Portogallo. Sorgono di getto altre domande, pensando di rendere visibile a più persone l’esperienza umana e la cultura di un uomo, magari liquidato dal distratto cittadino come un “immigrato”. Dunque uno già “classificato” in partenza.

Ousmane, da che famiglia provieni?
Sono figlio di genitori divorziati e sono stato affidato ai miei zii, vivevamo in un gruppo di 30 persone. Mio zio è un insegnante, è lui che mi ha formato e mi ha trasmesso la passione per la lettura.

Qual è la tua religione?
Sono musulmano.

Come interpretate il Corano, cosa ne pensi dell’uso del chador, o della poligamia?
Penso che anche se è vero che nel Corano è scritto che un uomo possa avere più di una moglie, ritengo si tratti di un’eccezione e che non sia giusto che l’uomo debba mantenere la propria moglie. Anche lei dovrebbe contribuire al bilancio familiare.

Prima di giungere in Italia, sei stato in Portogallo. Come hai vissuto quell’esperienza?
Ero molto fiero di aver conseguito la borsa di studio in letteratura portoghese e di vivere nella bella città di Lisbona. Ho trovato un lavoro in un cantiere in quella città.

E che tipo di esperienza è stata per te?
Un lavoro duro e massacrante, senza garanzie, nè un contratto, nè un’assicurazione, si lavorava alla giornata. Io ed altri emigrati ci raggruppavamo in una piazza, ci venivano a caricare su delle macchine degli uomini assolutamente privi di scrupoli, bianchi o neri che fossero, promettevano al malcapitato, che non aveva altre alternative, un bel lavoro e invece lo sfruttavano. Avevo un permesso di soggiorno di categoria D, che era valido solo per studiare, perciò lavoravo in nero. Dopo quasi un anno sono venuto in Italia, quasi allo scadere di quel permesso.

Dove sei andato a vivere?
Sono stato ospitato da una specie di capogruppo di africani a Ladispoli (sul litorale romano, nda), in un appartamento privo di norme igieniche. Dormivamo letteralmente uno sull’altro e con un unico bagno. L’estate facevo il ‘Vu’ cumprà’ sul litorale laziale, e l’inverno facevo di tutto, ma soprattutto vendevo cd. Non mollavo, perchè dovevo inviare i soldi alla mia famiglia in Africa.

Che cosa ti dava la forza per andare avanti?
La mia fede in Allah, che in qualche modo mi avrebbe aiutato, e l’orgoglio di poter sostenere economicamente i miei familiari.

Hai sempre vissuto in quella casa?
No, a un certo punto mi sono spostato a Roma a vivere nel residence Bravetta, dove vivevano africani e italiani indigenti. Lì viveva una sorta di comunità mista.

E che lavoro facevi in quel periodo?
Ho lavorato in un negozio di un piccolo commerciante e mi sentivo così fiero di aver trovato un lavoro più dignitoso. Il primo giorno mi sono trovato in anticipo davanti alla saracinesca dell’attività con il camice come se fosse una divisa. Ogni volta che il mio lavoro finiva, dovevo velocemente trovarne un altro, altrimenti sarei dovuto espatriare. Ho fatto il portantino presso l’ospedale S. Carlo di Nancy, con un contratto temporaneo con la cooperativa che aveva l’appalto. Ho sempre pagato le tasse e ho come voi diritto alle cure mediche presso la Asl.

Vorresti tornare in Senegal?
Oh sì, certo, è il sogno di ogni emigrante ritornare nella propria patria. Ma sarebbe realizzabile solo se vincessi alla lotteria, io devo lavorare. Ho sposato una senegalese e sono divorziato, ma devo mandare i soldi a lei e alla mia bambina di 3 anni. Le chiamo spesso e dico a mia figlia che ritornerò e mi si stringe il cuore quando mi chiede: ‘Quando, papà? Cosa posso fare?’ Non ho il reddito per farla venire qui.

Adesso lavori in un centro internet, un franchising, pensi che riuscirai a trovare qualcosa di meglio?
Non credo.

Ti senti scoraggiato o pensi davvero non sia proprio possibile trovare un’altra attività?
Non è possibile, questa è la dura realtà, vedo tante persone che hanno studiato come me, italiane, munite di cittadinanza, che non riescono a trovare nulla.

Ti piacerebbe avere la cittadinanza italiana?
Anche se me la dessero, non cambierebbe niente. Io mi conosco, io so che sono bravo e non mi piace andare in giro a chiedere raccomandazioni, come si fa qui. No, non fa per me.

Ora una provocazione: secondo te sono più razziste le persone nere verso i bianchi, o viceversa?
Il razzismo investe tutti quelli che non conoscono l’altro, per pura ignoranza, non-conoscenza. Ti faccio un esempio paradossale: se una comunità di italiani fosse venuta nel mio Senegal, e si fosse comportata male, non lavorando, rubando, ecc. io sarei stato razzista con loro. Dipende dalle situazioni.

Giulia Salfi

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