Pomigliano, fabbrica spaccata in cerca di futuro
Il 36% di “no” all’accordo complica i progetti di Marchionne
Gli esiti del referendum tra i lavoratori di Pomigliano d’Arco consegnano agli interessati una fabbrica spaccata tra coloro (il 62,2%) che hanno votato “sì” all’intesa siglata lo scorso 15 giugno tra la Fiat e i sindacati di categoria di Cisl e Uil accanto a Fismic e Ugl, e chi invece ha scelto il “no” sulla scia delle posizioni di Fiom e Cobas, i quali hanno considerato illegittimo il pronunciamento su un accordo giudicato incostituzionale e in deroga a quanto stabilito dal contratto nazionale (InviatoSpeciale se ne è già occupato nell’articolo leggibile qui).
Il risultato, nonostante il successo, risulta deludente per le sigle che avevano avallato la proposta dell’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne. In primo luogo perchè il manager del Lingotto aveva espressamente invocato un pronunciamento “bulgaro” per poter dare seguito senza preoccupazioni di natura “conflittuale” all’investimento di 700 milioni di euro necessario a portare la produzione della Panda dalla Polonia alla fabbrica del napoletano. E molti osservatori immaginavano che il “ricatto” avrebbe pesato sul voto. Inoltre, anche la campagna di stampa a sostegno del “sì” – attraverso interviste sulla stampa, spesso a senso unico, dalle quali traspariva la volontà dei lavoratori di difendere il lavoro a Pomigliano a qualunque costo – induceva a pensare che i lavoratori dello stabilimento avrebbero risposto all’appello. Checché ne pensi il senatore piddino Adragna, convinto al contrario che i tg abbiano sponsorizzato le posizioni della Fiom (ne riferiamo a parte). Comunque sia, il 36% dei votanti ha rigettato l’intesa, aprendo una seria incognita sul futuro del sito produttivo.
Dal canto suo, Fiat ha diffuso nella giornata di ieri un comunicato interpretato come “distensivo” da chi ha precedentemente accolto la strategia aziendale (arrivando poi a siglare l’intesa), mentre non è piaciuto ai promotori del “no”: “L’azienda – si legge nella nota del Lingotto – lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”. Nello stesso tempo, “la Fiat ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano”.
Da un lato, dunque, l’azienda ha ribadito che non intende riaprire il negoziato (come chiesto ieri inutilmente dalla Fiom) ma dall’altro non è affatto scontato che possa decidere di decidere di abbandonare Pomigliano al suo destino, come aveva voluto far credere Marchionne alla vigilia del voto qualora non si fosse registrato un plebiscito attorno alla sua proposta. Permane però la paura da parte dei vertici dell’azienda torinese di dover affrontare investimenti significativi in uno stabilimento ingestibile sindacalmente. Una paura condivisa dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: “Supportiamo e apprezziamo la posizione della Fiat – ha affermato ieri – e siamo soddisfatti che decida di andare avanti con i lavoratori e i sindacati che condividono quelle scelte. Ribadiamo ancora una volta che c’è un sindacato che non comprende le sfide che abbiamo davanti”.
Dall’altra parte, la Fiom ha incassato il parziale successo e ha provato a rilanciare: “Fiat – ha auspicato il segretario generale dei metalmeccanici Cgil Maurizio Landini – si renda disponibile a riaprire la trattativa partendo però dal contratto nazionale. Noi siamo disponibili”.
Più radicale la posizione di Gigi Malabarba, senatore nella scorsa legislatura, ex operaio all’Alfa Romeo di Arese e tra i fondatori dei Cobas: “Il plebiscito mancato – ha affermato ieri – paradossalmente rimette al centro il protagonismo dei lavoratori che lo considerano giustamente una vittoria delle forze che hanno resistito al ricatto, la Fiom e i sindacati di base, sostenuti anche dagli scioperi che in molti stabilimenti del gruppo Fiat hanno raggiunto altissime percentuali di partecipazione nei giorni scorsi”.
Preoccupato dalle possibili conseguenze della spaccatura in seno alla fabbrica è parso il leader cislino Raffaele Bonanni, che si è così rivolto al colosso dell’Auto: “Ora niente scherzi, se l’intesa viene revocata lotteremo con la stessa forza con cui l’abbiamo sostenuta”. E se il ministro del Lavoro Sacconi ha prefigurato che “i patti saranno rispettati”, il leader del Pd Bersani ha chiesto che “la Fiat proceda senza tentennamenti, senza se e senza ma, e ribadisca l’investimento. Poi con calma, nei prossimi mesi, si trovi un modo di comprendersi meglio”.
Mentre “è opportuno che Marchionne si dia una calmata” secondo Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci-Federazione della sinistra: “Ulteriori atti di imperio o ricatti, della serie ‘lavoro solo con chi ha firmato’ – ha affermato Pagliarini – hanno il chiaro sapore di ritorsione verso chi si è espresso per il ‘no’. Azienda e governo facciano invece tesoro dell’esperienza e considerino la consistenza dei ‘no’ come un ammonimento ad abbandonare posizioni ottocentesche e progetti di contro-riforme sui diritti dei lavoratori”.
Molto meno flemmatica, rispetto ai tempi della ritessitura del dialogo previsti da Bersani, è apparsa Susanna Camusso, vicesegretaria della Cgil, la cui organizzazione si è trovata nei giorni scorsi in difficoltà avendo deciso di schierarsi tra i favorevoli all’intesa pur nella consapevolezza di non voler smentire platealmente le indicazioni di voto fornite dalla Fiom, che della stessa Cgil fa parte: “Si riapra il confronto – ha osservato Camusso – la partecipazione al voto era prevedibile come la prevalenza del ‘sì’. Chiediamo a Fiat di avviare l’investimento e la produzione della nuova Panda a Pomigliano e di riaprire la trattativa per una trattativa condivisa da tutti”.
Paolo Repetto


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