L’editoria italiana vicina al collasso
Secondo Mediacoop la situazione è di “non ritorno”. Ma non si parla di lettori.
La chiusura di decine e decine di testate, l’agonia di molte ed il licenziamento per migliaia di persone potrebbero essere le conseguenze prossime delle misure di taglio dei finanziamenti pubblici al settore operati dal governo Berlusconi.
Il quadro apocalittico è emerso nel corso dell’Assemblea nazionale dell’Editoria Cooperativa che si è tenuto ieri a Roma ed al quale hanno partecipato parlamentari, giornalisti e rappresentanti delle associazioni del settore.
Mediacoop ha anche sollecitato il governo a presentare un ddl di riforma del sistema della comunicazione entro la fine di giugno.
Elisa Grande, capo del Dipartimento per l’informazione e l’editoria di Palazzo Chigi ha rilevato come il settore dell’editoria, sta attraversando “la crisi più grave dall’81 ad oggi” ed auspicato che l’impegno assunto dalla presidenza del Consiglio sull’erogazione dei fondi all’editoria venga “seguito dal Parlamento”.
Il paradosso di una rappresentante del centro destra che lancia allarmi dopo che la maggioranza ha prodotto l’attuale situazione è un altro segnale del ‘disordine’ che regna nell’Italia del regime berlusconiano.
Grande ha sottolineato che “il tavolo delle poste, va ripreso, si deve continuare a insistere per trovare almeno una soluzione per il 2010. Ne sono consapevoli sottosegretari Letta e Bonaiuti. Fino ad oggi il ministro dell’economia, impegnato con la manovra, non ci ha risposto”.
Ma il capo del Dipartimento è convinta che Tremonti “a fronte di una riforma dell’editoria, prenderà degli impegni con garanzie serie per l’accesso ai finanziamenti”.
Il presidente onorario di Mediacoop, Lelio Grassucci, ha spiegato che “occorre un provvedimento d’urgenza per ricostituire il diritto soggettivo, ripristinare gli incentivi all’emittenza locale ed ai giornali esteri, in modo da costruire le condizioni per sbloccare la trattativa poste editori sulle tariffe, detassare l’investimento incrementarle della pubblicità nella carta stampata”.
Grassucci ha ricordato che “oltre cento testate cooperative, no profit, di partito, edite e diffuse all’estero, e tante aziende dell’emittenze locale sono destinate a chiudere”. Questo, significa “una perdita di oltre 4.500 posti di lavoro, tra giornalisti poligrafici, la scomparsa di tante testate storiche, tante voci delle comunità locali: una perdita di diritto all’informazione e per i cittadini”.
Mario Salani, presidente di Mediacoop, da parte sua ha ricordato come è di questi giorni l’adeguamento del contratto Fieg Fnsi. “Un carico – ha detto – che se le grandi testate forse possono permettersi, le piccole, e comunque le cooperative no”.
Il direttore del Manifesto, Norma Rangeri, ha dichiarato: “Io sono qui oggi, ma non so se tra 6 mesi potrei esserci ancora. La situazione di crisi è pesantissima”.
Il segretario della Fnsi, Franco Siddi, ha quindi sostenuto che l’informazione “è un bene pubblico, quindi non può mancare l’intervento pubblico di sostegno”. Perchè, ha sottolineato “l’informazione non è una priorità di chi governa, di chi ha il più grande conflitto di interessi del mondo, dei partiti” e soprattutto “non deve essere intesa, come invece da parte di alcuni lo è, come un bene fastidioso o un terreno di pura lotta politica o commerciale”.
In realtà la crisi della stampa italiana va oltre i tagli imposti dal governo. La quasi assoluta assenza di innovazione, il livello qualitativo molto basso del prodotto e lo spostamento progressivo dei lettori verso i media elettronici hanno contribuito ad un vistoso calo delle vendite e degli introiti pubblicitari.
Le norme sul finanziamento alle testate, poi, sono congegnate per garantire la sopravvivenza a chi da anni opera sul mercato, a prescindere dalle capacità di incontrare il favore dei lettori.
Molti milioni di euro vengono versati a finti giornali di partito, cooperative a volte immaginarie, aziende che impiegano personale con contratti finti o irregolari.
Per le nuove aziende, in particolare quelle che affrontano la sfida del digitale, non esiste nessun sostegno e neppure viene richiesto da chi sostiene di voler difendere la libertà di informazione. La propria, tuttavia.
Il collasso del comparto editoriale italiano è possibile, specialmente per quello sovvenzionato, ma la causa per una volta non è nei tagli prodotti dal governo, ma in un sistema industriale che pretende garanzie automatiche (il diritto soggettivo), ma non è non più capace di attrarre i lettori per convincerli a leggere e quindi indurli a comperare i giornali.


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