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L’Aquila, il terremoto da scavare

Autore: . Data: mercoledì, 30 giugno 2010Commenti (0)

‘Ju tarramutu’: in un libro-dossier testimonianze e denunce

“A tutte le vittime, a tutti coloro feriti dal sisma nel corpo e nel cuore”. Dalla dedica di Samanta Di Persio, giovane scrittrice aquilana, già si comprende il tono del suo libro (“Ju tarramutu – La vera storia del terremoto in Abruzzo”, Casaleggio associati editore, con prefazione di Beppe Grillo, pp. 400), che corre per qualche centinaio di pagine tra testimonianze accorate e propaganda sulla “ricostruzione”, denunce di inefficienza e clamorosi ritardi istituzionali, paura del futuro e speranza di riscatto.

Non è un ritratto accomodante, quello realizzato dall’autrice. Del resto, difficilmente sarebbe potuto accadere qualcosa di diverso, avendo Samanta deciso di comporre un puzzle a partire dalle esperienze drammatiche di migliaia di terremotati, sballottati tra tende e alberghi sulla costa adriatica, e mettendo in connessione quelle storie di vita amara con le narrazioni di tutti i protagonisti indiretti, dagli “esperti” ai soccorritori fino ai Comitati sorti via via per rivendicare giustizia e diritti.

Il popolo abruzzese spicca per fierezza, non si piega facilmente e non si commisera affatto. Lo hanno toccato con mano tutti coloro che hanno seguito le vicende del “popolo delle carriole” e lo si intuisce benissimo scorrendo le pagine del libro di Samanta Di Persio. L’esemplificazione più forte della dignità dei cittadini aquilani è forse interamente racchiusa nella bellissima testimonianza del giornalista Giustino Parisse, raccolta dall’autrice con ottima resa narrativa. Parisse è di Onna, paesino divenuto famoso suo malgrado, e ha perso sotto le macerie il padre e i due figli. Samanta si è emozionata a raccogliere la testimonianza del cronista, ma è stata così rassicurata dall’interlocutore: “Ci sono persone che si chiudono nel loro dolore, io ho deciso di raccontare e scrivere”.

La testimonianza di Parisse è un concentrato di lucida sofferenza e di impotenza venata di straordinaria tenacia. Nonostante la tragedia personale che lo ha colpito così da vicino, il giornalista aquilano ha trovato spazio per la denuncia: “Dopo il 1984 all’Aquila c’era l’obbligo di controlli massicci, edificio per edificio, e dove mancavano i criteri antisismici bisognava farli adottare. Questo era il dovere di una pubblica amministrazione. Le ristrutturazioni fatte bene non hanno avuto danni. Ci sono tecniche che consentono di ricostruire e reggere al terremoto. Il dato è che oggi ci sono problemi normativi per le riparazioni delle case classificate A e B”.

Il vicecapo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, sei giorni prima del terremoto del 6 aprile 2009, osservava che “la comunità scientifica conferma che non c’è pericolo, perchè c’è uno scarico di energia, la situazione è favorevole”. Un anno dopo abbiamo appreso che la “Commissione grandi rischi” che si riunì quel 31 marzo è sotto inchiesta, anche se – per tutta risposta ai soliti “nemici” magistrati – il premier Berlusconi ha prontamente affermato che non darà più il via libera alle spedizioni in divisa dei volontari in Abruzzo per paura che qualche aquilano ne possa accoppare qualcuno.

Volgarità a parte, la questione è seria, tanto più che Di Persio ha raccolto (tra le altre significative testimonianze) anche quella del geologo Antonio Moretti: si è potuto evincere che le “situazioni favorevoli” (per tornare all’espressione del vicecapo della Protezione civile) sono assai difficili da pronosticare, visto che nel caso specifico “il terremoto non è una probabilità, ma è una certezza”, come ha argomentato Moretti. E per quanto la comunità scientifica si sia divisa sulla tragiche “profezie” di Giampaolo Giuliani, già tecnico dell’Istituto di Fisica dello spazio interplanetario, poi distaccato presso i laboratori nazionali del Gran Sasso e divenuto noto per le sue ricerche nel campo della previsione dei terremoti, è altrettanto indubbio che la sicumera di De Bernardinis (col senno di poi ma non solo) appare davvero surreale. Lo si può affermare a prescindere dalle valutazioni giudiziarie che usciranno dalle inchieste della magistratura in merito all’operato della “Commissione grandi rischi”.

La carica umana, oltreché di denuncia, contenuta in ‘Ju tarramutu’ emerge con forza dai racconti dei vigili del fuoco, “gli angeli” con l’elmetto, figure spesso straordinarie e sempre mal pagate. Lo scenario della catastrofe è stato ben ricostruito con semplicità dal pompiere Giancarlo: “Abbiamo tratto in salvo diversi bambini di un orfanotrofio e purtroppo estratto una suora già morta. Ci hanno lasciati senza cibo e acqua per più di quarantott’ore. C’era così tanto da fare che non ci siamo fermati un attimo”. L’Aquila era “un cumulo di macerie”, ha aggiunto Vladimiro, “sembrava una città devastata dai bombardamenti (…), sinceramente ho evitato di parlare con la gente, mi sono chiuso a riccio. Cosa potevo raccontare? Come in tutte le tragedie il sole, la luce arriva dai bambini, frequentando i campi ho sentito pochissimi bambini piangere, anzi giocavano con il nulla! Questa è l’unica ricostruzione reale per l’Abruzzo”.

Ma per poterla condurre in porto, la ricostruzione, occorre mantenere i riflettori accesi sulle conseguenze a lungo termine di una tragedia come il terremoto che ha devastato il capoluogo abruzzese. Anche a questo scopo è utile un libro come ‘Ju tarramutu’.

Paolo Repetto

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