La storia strana della censura a Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker
Il direttore di ‘Chi’, Alfonso Signorini, chiude la loro rubrica e poi dice: “Non se l’è mai filata nessuno”
“Doppia difesa” è la fondazione onlus creata dall’avvocato-parlamentare del Pdl Giulia Bongiorno e dalla attrice-soubrette televisiva di origini svizzere Michelle Hunziker per assistere le donne vittime di discriminazioni, violenze o abusi.
Ma era anche il titolo di una rubrica firmata dalle due donne sul settimanale diretto da Alfonso Signorini, giornalista molto amato da Silvio Berlusconi.
Da alcuni mesi l’avvocato Bongiorno ha aderito alla corrente interna al partito del premier e nello stesso tempo non ha nascosto i suoi dubbi su alcuni provvedimenti legislativi presentati da governo, tra i quali quello sulle intercettazioni.
Improvvisamente e senza alcun preavviso gli articoli di Bongiorno e Hunziker sono spariti dal giornale edito da Mondadori.
Le due ‘censurate’ hanno detto: “Tagliare una rubrica senza avvisarne le titolari è una mancanza di stile, ma ciò che ci lascia sgomente e ci offende profondamente è la ricostruzione dell’accaduto fornita dal direttore di ‘Chi’: ricostruzione che contrasta con i fatti e le dichiarazioni dei suoi collaboratori”.
Le fondatrici di ‘Doppia difesa’ hanno quindi raccontato: “Il 18 giugno come di consueto, è stata inviata via e-mail la rubrica della fondazione Doppia Difesa alla redazione di Chi: il tema era un caso di discriminazione razziale che aveva per protagonista una giovane immigrata del Camerun (la mail, con la prova dell’avvenuto invio, è nel nostro archivio). Questa rubrica non è mai stata pubblicata, ma nessuno ce ne ha dato avviso preventivamente. Ci siamo accorte della mancata pubblicazione, con grande stupore, giovedì 24 giugno, quando abbiamo aperto il nuovo numero di Chi”.
Poi hanno continuato spiegando che l’avvocato Maria Chiara Parmiggiani, che lavora con Bongiorno, “pensando a un disguido, ha subito telefonato al vice caporedattore Daniele Antonietti – suo interlocutore abituale per la rubrica – e ha chiesto spiegazioni: le è stato detto che avrebbe dovuto chiederle al direttore Alfonso Signorini o al vicedirettore Massimo Borgnis”.
Parmiggiani a questo punto, secondo la ricostruzione delle due donne “ha cercato immediatamente di mettersi in contatto con il dottor Borgnis, ma la sua segreteria le ha risposto che era impegnato e che l’avrebbe richiamata appena possibile. Venerdì 25 giugno, Borgnis ha comunicato all’avvocato Parmiggiani che: a) la rubrica era stata soppressa (non si era trattato dunque di un disguido relativo soltanto al numero in questione); b) non si era trattato di una decisione del direttore, bensì di una ‘scelta editoriale’: dai sondaggi è infatti emerso che la rubrica di Doppia Difesa era quella meno in linea con lo “spirito ottimistico e speranzoso del giornale”".
A Parmiggiani che reagiva con il vicedirettore facendo presente che “sarebbe stato doveroso da parte della redazione avvisare in anticipo l’avvocato Bongiorno e la signora Hunziker”, va avanti il racconto delle due fondatrici di ‘Doppia Difesa’ “il dottor Borgnis si è scusato e ha chiesto di parlare con l’avvocato Bongiorno per spiegarle le ragioni della mancata comunicazione, che a suo avviso era da attribuire a un difetto di coordinazione. Quindi è evidente che abbiamo già ricevuto le scuse di Chi per un fatto che oggi è negato dal dottor Signorini. Noi non abbiamo fatto deduzioni né illazioni sulle ragioni della scelta dell’editore (come, in passato, nulla avevamo obiettato quando si è scelto di non pubblicare alcune rubriche). Per il resto, ci limitiamo a osservare che non era necessario attendere tre anni, tanto meno fare un sondaggio, per scoprire che una rubrica che affronta il tema delle violenze, delle discriminazioni e degli abusi non è allegra. Siamo comunque orgogliose del fatto che decine di testate si siano già dette pronte a ospitare questa rubrica”.
Signorini, da parte sua ha dichiarato: “Doppia Difesa è andata avanti per tre anni e non se l’è mai filata nessuno. Adesso che ho deciso di toglierla scopro che era un cardine del pensiero nazionale. L’idea che qualcuno abbia voluto imbavagliare la Bongiorno è patetica”.
Per il direttore un’indagine di mercato su un campione di 10mila lettori “ha bocciato la rubrica”.
Ed il giornalista molto caro a Berlusconi ha insistito scrivendo ai propri lettori: “Dalle vostre segnalazioni le storie, a volte particolarmente crude e violente segnalate ogni settimana, contrastavano con il contenuto di evasione tipico di “Chi”. Per questo ho deciso, come è nel potere di qualsiasi direttore fare, di togliere questo spazio”.
Il caso Bongiorno-Hunziker mostra quale sia oggi il livello della stampa italiana. Che si sia trattato di una ritorsione contro l’avvocato Bongiorno per la sua vicinanza al presidente della Camera, Gianfranco Fini, avversario interno del ‘Condottiero di Arcore’, o di una decisione presa per ‘questioni di marketing’, si scopre come la violenza sulle donne sia un argomento confliggente con lo “spirito ottimistico e speranzoso” di una pubblicazione centrata sul gossip.
Un direttore può sopprimere una rubrica senza neppure informarne le autrici e dichiarare dopo e con innegabile assenza di savoir faire: “Non se l’è mai filata nessuno”.
La censura che colpisce argomenti ‘difficili’, tuttavia non riguarda solo ‘Chi’, ma anche altri e ben più autorevoli giornali. La crisi economica, la povertà in crescita, la disoccupazione, il disagio giovanile, il razzismo dilagante, le discriminazioni e le violazioni dei diritti civili sono temi sui quali si pubblica il meno possibile. E quello che viene stampato o diffuso dalla televisione non di rado è omissivo, manipolato, trattato con superficialità e nascosto tra tonnellate di news di cronaca rosa, retroscena politici fantasiosi, storie di veline e calciatori.
Bongiorno ed Hunziker troveranno, come hanno già annunciato, subito casa su qualche altro settimanale. Ma lo stesso non accadrà per le notizie ‘pessimistiche’, che nel regime berlusconiano debbono essere calmierate se non censurate del tutto. Perchè un popolo disinformato è più facile da controllare.


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