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Israele, l’Italia e la falsa coscienza

Autore: . Data: giovedì, 3 giugno 2010Commenti (3)

L’attacco alla Freedom Flotilla e gli imbarazzi del governo

Cosa accadrà ora che l’esercito israeliano si è spinto così oltre, andando ad attaccare una flotta di navi piena di giornalisti, parlamentari e pacifisti? Dove si trova la linea di confine (se esiste, naturalmente) oltre la quale neppure quello che è uno dei più potenti eserciti del mondo può spingersi? E quando le nazioni occidentali (Stati Uniti e Unione Europea) si decideranno a sanzionare severamente Israele, non limitandosi a dichiarazioni tanto pompose quanto vuote di significato?

Sono domande che chi segue il conflitto mediorientale si pone da molto tempo. Come dimenticare il massacro, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, di oltre 1.300 palestinesi, la maggior parte dei quali civili, a fronte di perdite “insignificanti” dalla parte israeliana (13 morti, 7 dei quali colpiti da fuoco amico: dati ufficiali dell’esercito israeliano) nell’Operazione Piombo Fuso? E come dimenticare la dichiarazione al riguardo del premier Berlusconi, che giudicò la reazione israeliana proporzionata ed equilibrata dopo il lancio di razzi Quassam da parte di militanti di Hamas (che non fecero neppure un ferito)?

Si comprende benissimo come sia palese lo squilibrio di forze in campo. E si può affermare, senza tema di smentita, che le continue violazioni dei diritti umani in Palestina, in particolare a Gaza, siano coperte dai più potenti governi del mondo, che continuano a tacere e a considerare il governo israeliano un interlocutore affidabile. Nonché chiaramente economicamente conveniente.

E’ in questo quadro a dir poco angosciante che le nove navi della Freedom Flottilla si sono mosse, partendo da Cipro, alla volta della Striscia di Gaza, per rompere un embargo che dura da quattro anni e tiene alla fame migliaia di cittadini palestinesi. Le navi erano cariche di beni umanitari: 10.000 tonnellate di medicinali, 100 case prefabbricate, 500 sedie a rotelle, tonnellate di cemento per la ricostruzione dopo i bombardamenti di Piombo Fuso. Tra le persone imbarcate (più di 700 da 40 Paesi), oltre ad attivisti pacifisti, anche decine di politici e giornalisti. Tra di essi, anche la direttrice di Infopal (agenzia stampa che si occupa della Palestina) Angela Lano e altri cinque cittadini italiani.

Visitando quotidianamente il sito www.infopal.it ci si poteva rendere conto con largo anticipo che la tensione intorno alla Freedom Flottilla era molto alta. Già il 24 maggio il governo israeliano aveva minacciato gli attivisti, invitandoli a rinunciare alla partenza verso Gaza. Il 26 maggio il governo turco, per voce del Ministro degli Esteri Ahmet Devatoglu, aveva ufficialmente condannato le dichiarazioni di Israele. La situazione, dunque, era tesa da molti giorni.

Per questo l’attacco di Israele si poteva prevedere. E ciò è talmente vero che i rappresentanti della Rete, tra gli organizzatori in Italia della Freedom Flotilla, il 27 maggio avevano chiesto al sottosegretario Gianni Letta un “passo ufficiale del governo italiano nei confronti di quello israeliano per richiamarlo al rispetto del diritto internazionale” dopo che “aveva preannunciato che avrebbe impedito, anche ricorrendo alla forza e all’arrembaggio, l’arrivo a Gaza della Freedom Flotilla”. Da parte di Letta nessuna risposta. Tant’è vero che l’esponente del governo aveva giustificato così il suo silenzio: “l’Italia raccomanda abitualmente a Israele, Paese amico e democratico, moderazione e considerazione degli aspetti umani”.

Quello dell’esercito israeliano è stato un arrembaggio, oltre che ingiustificato, anche illegale, in quanto le navi da guerra hanno violato la convenzione internazionale sui diritti del mare, effettuando un vero e proprio atto di pirateria nei confronti di una nave battente bandiera turca che si trovava in acque internazionali. Un atto di pirateria del tutto assimilabile a quello che lo scorso anno avvenne in Somalia, quando la fregata italiana Maestrale venne attaccata da nove pirati. Allora la condanna da parte del governo italiano fu unanime e potente: stavolta, invece, il destino di sei nostri connazionali, tuttora prigionieri di Israele e trattati come pseudo-terroristi, non sembra interessare altrettanto. Né da parte dell’Italia si intuisce la volontà di modificare la propria condotta politica nei confronti di Israele.

Davide Falcioni

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Commenti (3) »

  • Marina Chiarugi ha detto:

    Assimilare l’azione israeliana a un atto di pirateria è un enorme errore, sia giuridico che di sostanza. é un errore giuridico poichè, secondo la convenzione sul diritto del mare e secondo il diritto consuetudinario, un atto di pirateria deve essere condotto per fini privati (economici o politici che siano) pertanto una nave da guerra, che chiaramente agisce in nome e per conto di uno stato, non può mai e poi mai esercitare un atto di pirateria.
    è un errore di sostanza poichè la pirateria altro non è che una forma di furto, per quanto condotta in acque internazionali.
    di ben altra natura sono i crimini internazionali commessi da Israele.
    paragonere i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità alla pirateria significa mancare di rispetto sia ai poveri pirati somali che ai palestinesi.

  • davide ha detto:

    Cara Marina, grazie per il chiarimento, certamente hai ragione nel dire che si tratta di un errore giuridico e sostanziale definire “pirateria” il comportamento di Isralele.

    Riguardo i Pirati somali: non mi spingo a giudicare il loro atto come giusto o sbagliato per un motivo, cioè che non è dato a sapere se il loro agire in nome del popolo sia reale oppure opportunistico.

    Riguardo i palestinesi credo che emerga chiaramente il mio punto di vista e la critica forte nei confronti di Israele e di tutti i governi occidentali che finanziano la sua economia colonialista.

  • Riccardo ha detto:

    Quello di Israele è stato un atto di guerra. Se l’avesse fatto l’Iran ora starebbero bombardando Teheran con bombe nucleari.

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