Israele, le torture ai detenuti palestinesi
Sono 199 i morti secondo il Centro per la difesa dei prigionieri
Solo tre giorni fa i sindaci di Roma, Milano e Torino, nonché di altre località italiane, si sono resi protagonisti di una singolare forma di solidarietà nei confronti del soldato israeliano Gilal Shalit, catturato nel 2006 in combattimento e da allora detenuto in Palestina. I primi cittadini hanno infatti spento le luci di monumenti simbolo delle proprie città (Colosseo, Castello Sforzesco, Mole Antonelliana).
Così si è cercato di spacciare per solidarietà umana nei confronti di un prigioniero di guerra quello che, a tutti gli effetti, andrebbe visto come l’ulteriore “atto di amicizia” nei confronti del governo israeliano.
L’argomento è spinoso e il rischio di essere tacciati di antisemitismo sempre presente: vale la pena tuttavia ricordare che nessuno di questi tre sindaci ha promosso analoghi gesti di protesta e solidarietà di fronte a ben più gravi crimini commessi da Israele nei confronti dei palestinesi. Eppure le informazioni al riguardo sono di pubblico dominio: la colonizzazione dei territori palestinesi, la costruzione del muro, l’Operazione Piombo Fuso (1.400 morti), l’assassinio di nove attivisti turchi sulla nave Freedom Flotilla, passando naturalmente per l’embargo, tuttora in atto, nella Striscia di Gaza. Tutte operazioni più volte condannate dall’Onu.
Ma non solo: forse non tutti sanno che circa 7mila prigionieri palestinesi sono chiusi da anni nelle carceri israeliane, molti dei quali in “detenzione amministrativa”, ovvero senza specifiche accuse sulle spalle. Tra questi ci sono anche donne e bambini.
E proprio due giorni fa (26 giugno, giornata mondiale contro la tortura) il Centro per la Difesa dei Prigionieri Palestinesi ci ha fornito dati allarmanti sulla situazione delle 25 carceri israeliane, dove si torturerebbero sistematicamente i prigionieri palestinesi. Non solo: oltre a concedere mano libera ai carcerieri, la legge ‘Shalit’ (approvata un mese fa) incoraggia la tortura per vie legali, atta a inasprire le condizioni dei detenuti.
Il rapporto del Centro per la Difesa dei Prigionieri Palestinesi è, in tal senso, molto chiaro: “I detenuti vengono sottoposti a punizione fisica, tortura e abusi psicologici per estorcere confessioni (che spesso si ottengono nonostante l’innocenza). Inoltre vengono rivolte minacce ai familiari, deportazioni e demolizione dell’abitazione”.
Impressionante, sempre secondo la denuncia del Centro, il numero di metodi di tortura (ben 80): il 95 per cento dei prigionieri palestinesi è stato sottoposto a queste pratiche. “L’88 per cento – recita il rapporto – ha raccontato di essere stato costretto al metodo dello “Shabah” che consiste nell’obbligare il prigioniero a stare per ore in posizioni dolorose (legati ad una sedia con la schiena piegata e gli arti legati, in piedi su vetri, o appesi al soffitto). E’ una posizione che causa ferimenti e perdita della coscienza. Il 70 per cento è stato messo in isolamento, in una cella di 50 centimetri per 50 centimetri a temperature anche sotto zero. Centonovantanove prigionieri palestinesi hanno ceduto alla tortura e sono morti”.
Sono dati allarmanti che tuttavia, nel nostro Paese, non incontrano l’interesse della gran parte dei media e della politica.
Davide Falcioni


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