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Il tradimento di Israele

Autore: . Data: martedì, 1 giugno 2010Commenti (0)

Dopo la strage dei pacifisti lo stato ebraico non può più essere considerato un Paese democratico.

Il governo di Tel Aviv e Tzahal, il suo esercito, si sono spinti oltre qualsiasi più pessimistica previsione, raggiungendo quel territorio maledetto nel quale abita chi non ha più nessun rispetto della dignità umana e della libertà.

Con la strage sulle navi della ‘Freedom Flottilla’, il popolo vittima della persecuzione nazifascista sembra aver dimenticato la propria stessa storia, mostrandosi al mondo con di un senso di onnipotenza che rischia di riaccendere l’antisemitismo più becero (per altro mai del tutto sconfitto), quello per intenderci che induce da secoli diffidenza o persino disprezzo nei confronti degli ‘ebrei’ in quanto tali, indicandoli come persone malvagie e ciniche, assetate di potere e di ricchezza.

I giochi della politica internazionale, le questioni interne alla Stato ebraico, la posizione della Turchia o degli Stati Uniti, dell’Onu o dell’Europa sono elementi importanti sui quali si dovrà riflettere a lungo per capire cosa si debba fare per restituire a Medio Oriente e Palestina la pace che merita.

Ma l’arrembaggio è qualcosa di più di una delle tante violazioni delle regole internazionali che Tel Aviv ignora sistematicamente anche grazie alla protezione di Washington e di altri governi.

Le navi che tentavano di raggiungere Gaza trasportavano carrozzine elettriche per paralitici, aghi e filo, medicinali e cemento, coperte, alcuni prefabbricati, materiale di cancelleria, altro.

Cose semplici da trovare nel nostro mondo, ma rarità nella Striscia, perchè vietati da una singolare lista di ‘prodotti proibiti’ che Israele ha compilato inserendo quasi 2000 articoli che i palestinesi di quella terra non possono avere.

Il popolo che ha vissuto le privazioni e le baracche dei lager adesso si è reso protagonista della costruzione del più grande lagher del mondo, quello nel quale ha rinchiuso la popolazione di Gaza.

Le presunte necessità di difesa del proprio territorio nazionale o la posizioni radicali di Hamas non autorizzano Tel Aviv a tenere migliaia di esseri umani in ‘isolamento’, alla fame o, per essere più epliciti, al guinzaglio.

Ed a chiunque volesse rompere i muri che delimitano quel campo di concentramento che è la Striscia, il viceministro della Difesa, Matan Vilnai, ha spiegato: “Non permetteremo a nessuna nave di raggiungere Gaza e rifornire quella che è diventata una base di terroristi che minaccia il cuore di Israele”.

La follia sembra essersi impadronita di Benjamin Netanyahu, del suo governo e di Tzahal, anche perchè due navi, l’americana ‘Challenger’ e l’irlandese ‘Rachel Corrie’ potrebbebero tentare di forzare il blocco un’altra volta. Su una delle due unità navali c’è anche Denis Hallyday, ex coordinatore Onu per i diritti umani in Iraq.

Si prepara una nuova tragedia? Intanto Yossi Edelstein, un dirigente del ministero degli interni, ha reso noto che “un totale di 686 passeggeri era a bordo delle imbarcazioni intercettate, 45 sono sul punto di essere espulsi”. Centinaia di cittadini di numerose nazionalità, anche italiani, sono reclusi in Israele dopo essere stati catturati in acque internazionali. Ed ancora nessuno impone a Tel Aviv il loro rilascio immediato.

Aspettando gli sviluppi di questa tragedia una domanda viene naturale: se al posto dello stato ebraico ci fossero stati Iran, Cuba o Cina come avrebbe reagito la comunità internazionale? La democrazia può marciare due velocità?

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