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Il nucleare naviga in pessime acque

Autore: . Data: martedì, 22 giugno 2010Commenti (0)

La Corte costituzionale dopo una prima bocciatura della legge riprende a discutere del provvedimento che riapre le porte all’uranio
Oggi la Corte costituzionale comincia la discussione pubblica sul ricorso presentato da 10 Regioni italiane (il Piemonte del leghista Cota dopo una prima adesione ha abbandonato la cordata) contro il decreto legislativo del febbraio scorso che attribuisce di fatto al governo la scelta dei siti dove costruire le future centrali.

Le Regioni, alcune delle quali assistite anche dagli avvocati del Wwf e del Codacons, sostengono che la delega a Palazzo Chigi in materia nucleare non rispetti il Titolo V della Costituzione sulle competenze regionali in merito alla produzione di energia e al governo del territorio.

Se la Corte dovesse accogliere il ricorso sarebbe un secondo duro colpo per il governo, che da parte sua ha annunciato l’avvio dei lavori per il 2013.  Molte regioni potrebbero opporsi al progetto rendendo impossibile l’ubicazione degli impianti.

Il primo colpo di piccone alle centrali di Berlusconi e del dimissionario Scajola era stato dato dalla Consulta con un’altra sentenza, desaparecida dai media italiani, già il 9 giugno scorso. La Consulta aveva bocciato una parte sostanziale del decreto legge che sanciva il ritorno dell’Italia al nucleare. Il quarto articolo della legge numero 102 del 3 agosto 2009 era stato ritenuto anticostituzionale.

Il punto ‘cassato’ del testo, approvato con procedura d’urgenza, prevedeva che la costruzione delle nuove centrali nucleari dovesse essere affidata a capitali privati. L’impossibilità di definire con certezza  la disponibilità finanziaria dei soggetti non pubblici nel lungo periodo necessario per la realizzazione delle opere (almeno dieci anni) non è, secondo la Corte, conciliabile con le caratteristiche previste per la decretazione d’urgenza.

L’articolo considerato illegittimo sosteneva infatti che la costruzione delle centrali nucleari era faccenda urgente e indispensabile, che le opere sarebbero state realizzate con capitali privati, o prevalentemente privati, che il governo avrebbe potuto istituire commissari straordinari con poteri esclusivi e totali a proposito dell’ubicazione delle centrali.

La suprema Corte ha invece deliberato che l’urgenza delle centrali nucleari è inconciliabile con il ricorso a capitali privati poichè un’azienda investe dove e quando le conviene e non soggiacendo ai dettati di un decreto legge.
Si leggeva nella sentenza che “trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime”.

Dunque, hanno deciso i giudici, se lo stato non agisce in “prima persona” non c’è motivo di credere che le centrali siano così urgenti e dunque “non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi”.

In questa situazione di confusione deve far riflettere l’intervento di Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico.

Per l’esponente del centro destra “la bolletta energetica rischia di essere la vera zavorra alla ripresa economica e, per quanto le esportazioni crescano, non possono da sole reggere un tale impatto. Per questo è importante proseguire sul piano energetico nazionale del governo, accelerando sul nucleare insieme alle fonti rinnovabili, tutto ciò per ridurre dall’82 per cento al 50 il peso del gas e del petrolio nella produzione elettrica nazionale, abbattendo così i costi per imprese e famiglie”.

Con la tradizionale demagogia il rappresentante del governo ha ancora una volta fatto finta di non sapere che la legge sul nucleare è vicina al naufragio, che i costi per la realizzazione delle centrali sono enormi e che il problema dello smaltimento delle scorie non ha ancora trovato alcuna soluzione.

La maggior parte delle ricerche stimano in almeno 5 miliardi di euro il costo per la costruzione di ogni reattore (attenzione, non della centrale intera) e nella migliore delle ipotesi i lavori non terminerebbero prima del 2025 (2020 secondo lo stesso Berlusconi).

Ma non solo: un rapporto del 2008 realizzato da lanea-Nea (International Atomic Energy Agency e Nuclear Energy Agency) ha stimato in 3,3 milioni di tonnellate le scorte di uranio “ragionevolmente sicure” ancora disponibili nella “pancia della terra”: considerando il consumo delle quasi 440 centrali sparse in tutto il mondo, sempre secondo Ianea-Nea le riserve di uranio finiranno tra non più di 70 anni. Questo vorrà dire un aumento non prevedibile nel medio periodo del costo della ‘materia prima’, riproducendo le stesse diseconomie indotte dall’uso del petrolio.

La scelta nucleare, al di là di ogni convinzione ideologica,  appare quindi per l’Italia un colossale pasticcio, nel quale considerate anche le recenti indagini della magistratura, il rischio di corruzione e gestione illecita degli enormi capitali necessari non è solo una ipotesi generica.

Nel frattempo non si ha notizia di nessun serio piano per razionalizzazione della rete distributiva e dei consumi, che potrebbero, come sta avvenendo in altri Paesi, giovare enormemente alle già disastrate casse dello Stato.

Davide Falcioni

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