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Il disastro delle prigioni italiane

Autore: . Data: giovedì, 17 giugno 2010Commenti (0)

La testimonianza di un detenuto e il silenzio sulle carceri. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Silenzi che non aiutano alcun esame di coscienza, distrazioni che non leniscono alcun dolore,  guardare dove non è consentito farlo davvero, e fare chiacchiere da mercato sulla morte e l’abbandono di ogni pietà.

Descrivere il carcere approfittandone con riflessioni di taglio storico, nonostante i tanti articoli, libri, dossier, mentre un altro detenuto si è lasciato morire, un numero tra i tanti, ha deciso di mollare gli ormeggi da una condanna ulteriore e non scritta oltre quella erogata dal giudice in nome del popolo italiano.

Un ragazzo ha deciso di ammazzarsi per stanchezza e per follia, per l’insopportabile sofferenza a scegliere di sopravvivere.  Quando un essere umano è posto nelle condizioni non solo della privazione della libertà personale, ma anche di quell’altra meno onorevole e legale, dove neppure più esiste la convergenza di altre scelte per un possibile cambiamento, una reale emancipazione, ebbene quella persona non ha alcuna possibilità di avvicinarsi ad una dimensione di riparazione, di speranza, di perdono.

Un talk-show persistente, uno spettacolo che a seconda delle priorità del mercato, non certo dell’etica e della morale sbandierate malamente, stabilisce  i criteri con cui si deve accelerare o rallentare per modificare i meccanismi di degrado umano e civile del nostro paese.

All’impiccato di turno, al gasato di ieri, al dissanguato di domani, c’è necessità di approfondire equità sociale e salvaguardia della collettività, per non continuare a sdoganare atteggiamenti e comportamenti che debordano, gestualità che tagliano fino alle ossa.

Quando c’è di mezzo una cella, una galera, la richiesta di una pena da scontare con dignità e progettualità, diventa tutto così banale, scontato, che è meglio non parlarne, anzi parliamone pure, ma per non fare nulla o quasi: persino la fatica che deve accompagnare il pensare e conseguentemente il fare, perde contatto con la sostanza delle cose.

La giustizia è maltrattata, è mantenuta a debita distanza in un perimetro sempre più out rispetto a quei percorsi veramente condivisi, quasi che il carcere fosse diventato un luogo defenestrato da cittadinanza e quindi negato  a essere parte attiva di qualcosa.

Un altro ragazzo è morto per incuria del cuore, per ciò che gli restava e che improvvisamente non c’era più, se non l’unica scelta di farla finita. Un altro uomo al macero, un treno merci di colpe e di abbandoni, di condanna e di castigo, di impossibilità a riparare.

Ho l’impressione che sul carcere si giochi una partita sporca, una specie di esperimento per verificare la capacità di sopportazione di un pezzo di società costretta a sopravvivere, a barcamenarsi in un passato che non intende farsi da parte, un presente mascherato da passato impenitente, un futuro assassinato da un passato che non ha insegnato niente.

Un futuro affidato alla nostra incapacità di rivedere i nostri vissuti, a rispettare lo spirito costituzionale degli sguardi nuovi e ulteriori auspicati, nella volontà negata di una alternativa, non avendo un’alternativa, non ricercando un’alternativa alla pena, allora rimane l’incapacità a immaginare una vita nuova e diversa, più consona al vivere civile,  tentativo consapevole di cambiare le sorti proprie e altrui.

Vincenzo Andraous

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