Fiat Pomigliano, l’Auto si è rotta
Incerto il futuro della fabbrica. Cgil spaccata, referendum il 22 giugno
Vedi alla voce “accordo separato”. Non proprio una novità di questi tempi, visto che più di una volta la Cgil si è trovata su posizioni opposte rispetto a Cisl, Uil e Confindustria. Stavolta, però, la situazione è più spinosa: perchè è in gioco il futuro di una delle pochissime fabbriche automobilistiche del sud Italia, quella campana di Pomigliano d’Arco, e anche perchè la frattura attraversa lo stesso sindacato guidato da Guglielmo Epifani. Con la confederazione schierata per il “sì” mentre la Fiom – storica categoria dei metalmeccanici – darà battaglia per il “no” in vista di un referendum interno allo stabilimento già indetto per il 22 giugno.
Il merito della questione è il seguente: lo stabilimento napoletano ex Alfasud dovrebbe produrre dal prossimo anno la nuova Panda, che verrebbe trasferita dalla Polonia, con un deciso incremento – a detta dell’amministratore delegato Fiat Marchionne – di capacità produttiva, utilizzo degli impianti e livelli occupazionali. La ristrutturazione richiederebbe un investimento di circa 700 milioni, ma l’azienda chiede una modifica sostanziale del modello organizzativo e delle condizioni di lavoro nello stabilimento, a partire da orari e turnazioni.
Attualmente, la produzione viaggia su due turni giornalieri per cinque giorni settimanali, mentre Pomigliano dovrebbe passare a 18 turni settimanali: tre per sei giorni, compreso il sabato notte. Mentre alcuni scogli nel confronto tra le parti (ad esempio sul ricorso al lavoro notturno) sono stati via via superati, restano distanti le posizioni tra Fiat e Fiom a proposito dell’organizzazione del lavoro anche (ma non solo) laddove l’azienda pretende “esigibilità e repressione dell’assenteismo anomalo”. Più in generale, l’approccio di Marchionne va ad incidere direttamente sulle regole stabilite dall’attuale contratto di lavoro e dalle norme legislative, con la richiesta esplicita di derogare.
L’ipotesi è stata respinta dal neo segretario della Fiom-Cgil, Maurizio Landini: “Pensiamo – aveva già affermato nei giorni scorsi – che la Fiat debba ritirare quella parte delle proposte che va oltre i contratti e le leggi e che ha poco a che vedere con una trattativa per aumentare l’impiego degli impianti”. In particolare, con le “clausole di esigibilità”, l’azienda chiede che le intese prevedano sanzioni per sindacati e singoli lavoratori che mettano in atto comportamenti (leggi: scioperi più o meno spontanei) “idonei a violare, in tutto o in parte e in misura significativa le clausole dell’accordo”. Così si è arrivati alla parziale rottura, con il solo “sì” di Fim, Uilm, Fismic e Ugl.
Sulla polemica è intervenuta più volte la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Ieri ha nuovamente sostenuto che “secondo noi è incredibile che ci sia un no”. E l’accordo separato apparirebbe ingiustificato al cospetto di un’azienda “che va contro la storia, prende produzioni dalla Polonia e le riporta in Italia, investendo 700 milioni di euro”. Riferendosi poi al referendum di martedì 22 giugno, Marcegaglia ha detto di “attendere di vedere cosa vogliono fare i lavoratori”.
Anche Landini è ritornato ieri in argomento, spiegando le ragioni a sostegno del “no” all’intesa: “Il diritto di sciopero è un diritto costituzionale, non è un diritto a disposizione dei sindacati”, mentre l’accordo prevede “non solo che la sigla sindacale venga sanzionata, ma anche che il lavoratore che sciopera sia passibile di provvedimento disciplinare, fino anche al licenziamento. E’ una clausola mai stata sottoscritta da nessuna altra parte”. L’accordo, ha continuato, “introduce un elemento che nega un diritto, è un elemento illegittimo. Non è un diritto a disposizione dei sindacati perchè è un diritto costituzionale”. Infine, in merito alle critiche piovute contro la scelta della Fiom, il suo segretario generale ha precisato che “non è vero che diciamo solo no, su Pomigliano abbiamo presentato proposte alternative. E’ stato detto ‘no’ alle nostre proposte”.
Senonchè la stessa confederazione cui appartiene Landini la pensa diversamente. “Per quanto ci riguarda, come Cgil regionale e Cgil di Napoli – si legge in una nota diffusa ieri – riteniamo che non partecipare al voto o dire ‘no’ sia un errore che non ci sentiamo di commettere. Pur condiderando l’accordo raggiunto importante dal punto di vista delle prospettive della politica industriale e dell’utilizzo degli impianti, temi rispetto ai quali c’è necessità nei prossimi mesi di approfondire meglio le ricadute industriali sul nostro sistema e sull’indotto e pur mantenendo le riserve e le nostre obiezioni rispetto a punti significativi della condizione del lavoro e dei diritti individuali, che non dovrebbero essere sottoposti a voto, abbondamentente esplicitate con la nota della segreteria confederale, noi invitiamo i lavoratori ad andare a votare”. “Invitiamo i lavoratori a votare secondo coscienza – conclude il sindacato campano – e, come la delicatezza della decisione da assumere impone, a votare ‘sì’, per mantenere aperto un dialogo unitario, per far si che l’investimento si realizzi, per continuare a lavorare, nei tempi che ci dividono dall’avvio dell’impianto, a correggere gli aspetti che consideriamo negativi, a partire dai diritti, capitolo sul quale, comunque, la Cgil esprimerà il suo massimo impegno”.
Da segnalare infine l’interessante presa di posizione del professor Luciano Gallino: “La risorsa più preziosa è il lavoro – ha sostenuto il sociologo torinese – e un’azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall’altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L’ideale è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot. E’ qui che cadono i veli della globalizzazione”.
Dagli anni 80 del Novecento in poi, ha aggiunto Gallino, “le imprese americane ed europee hanno perseguito due scopi. Il primo è stato andare a produrre nei Paesi dove il costo del lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con gli spessi veli dell’ideologia neo-liberale. Al di sotto dei quali urge da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi affinché si allineino a quelli dei paesi emergenti. Nome in codice: competitività”.
Poi la crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere quei veli della globalizzazione: “Politici, industriali, analisti non hanno più remore nei dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s’intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello”.
Ed è proprio nella globalizzazione “ormai senza veli” che va inquadrato – secondo il sociologo – il caso Fiat. “Se in Polonia, o in qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture l’anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o Melfi. E esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors. Se in altri Paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio Paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. E stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità”.
Ecco perchè toccherebbe sempre alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo “in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese”.
Paolo Repetto


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